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sabato 20 dicembre 2014

Componendo dopo un drink

Già da un po' di tempo, da qualche mese in effetti, è mia abitudine inserire nelle uscite del sabato sera una entusiasmante pausa alcolica a base di Long Island Iced Tea.
Un bel cambiamento, se penso che un anno fa ero un astemio fatto e finito. Com'è come non è, anche questo sabato che pure non posso uscir di casa causa faccende domestiche da portare a compimento ho deciso di inserire una piccola pausa alcolica, approfittandone per perfezionare un mio drink personale a base di rum e verificare che sì, il succo di mandarancio ci sta bene.

E, udite udite, nei primi minuti in cui l'imbecille che sono avendo bevuto a stomaco vuoto era un po' "giulivo" mi è venuto di che tirar fuori, per la prima volta da mesi, materia poetica.
Oddio, "materia". Qualche verso, ecco, è meglio dirla così. Qualche verso sulla cui qualità sono il primo ad avere dei dubbi, qualche verso buttato giù da allegro andante, qualche verso in cui uso in libertà metri belli chiusi ed esprimo, in sostanza, un ottimismo di fondo che è forse sempre mancato alle mie poesie passate.

Che la mia vena poetica fosse legata in ultima istanza al pessimismo?


Bevvi quel nettare, il giorno moriva.
Mi chiesi che cosa,
Cosa, che cosa è cambiato al di fuori
Di me? Non lo so, eppure adesso
Traggo dai giorni ogni bene che posso,
Amo il presente, ed accetto il passato.
Il domani nascerà dall'oggi.

mercoledì 9 ottobre 2013

Poesia ad anello, poesia di solitudine

Perché, spesso, la solitudine è un circolo vizioso, un serpente che sfoga la rabbia per il morso subito mordendosi la coda.

Solo. A che serve che gridi? Nessuno
Mi sente, e se pure
Fossi ascoltato nessuno potrebbe
Capirmi. La lingua,
Morta, si infrange su labbra consunte,
Su denti spezzati, e
Parla un idioma di suoni indistinti,
Chi mai mi vorrebbe, o
Mai mi saprebbe capire? Non vedo,
Guardandomi attorno,
Nulla di quello che vedono gli altri,
Ma solo riflessi
Pallidi e muti, ed abbasso lo sguardo
Restando da solo.

giovedì 26 settembre 2013

Di speranze effimere, di rimpianti, di gioia e di dolore

La domanda è vecchia, e penso che non avrà mai una risposta: vale la pena di essere felici per un attimo più o meno lungo, se poi alla felicità seguirà una sofferenza?
A volte viene da dire di sì, che ne vale e ne varrà sempre la pena, ma altre volte saremmo disposti ad abbandonare ogni gioia pur di rinunciare al dolore. Un grande tema che non avrà mai una risposta, ma forse tante risposte quanti sono gli attimi delle nostre vite.


Bastano poche giornate di pioggia, e
La terra riarsa
Subito sboccia di verde e si copre
Di fiori. Se solo
Fosse possibile all'uomo aspirare a
La stessa abbondanza
Lieta, spontanea, pura... Ma basta
che il tempo inclemente
Mostri il suo sguardo e la terra si secca,
Del verde neppure un
Mesto ricordo. E per questo, mi dico,
È meglio la vita
Mia rifugga da vane speranze: il
Dolore colpisce
Duro sul tenero, e senza mostrare
Pietà ti consuma.

venerdì 6 settembre 2013

Di tempo e di incertezza.

Un po' in ritardo rispetto al mio ritorno a casa, ecco il primo post sul blog dopo il rientro dalle vacanze e la ripresa di uno studio che, per raggiungere gli obiettivi attuali, più che matto e disperato dovrebbe essere capace di fendere i limiti del tempo e dilatare i giorni a venire (senza contare i simpatici docenti che pubblicano una data e poi la spostano a loro piacere).
Ma tant'è: oggi pensiamo alla poesia e allo studio, domani affronterò i problemi di domani, sperando di essermi preparato a dovere.

Ore d'attesa. Che cosa riserva
Il futuro? Il domani
Sembra sfuggirmi, elusivo, nel farsi
Presente, e mi irride.

lunedì 19 agosto 2013

Fuori dal tempo del mondo

La sensazione, spesso, è quella di essere in qualche modo sfasato rispetto al contesto, di agire sempre un po' prima o un po' dopo del momento giusto, di lasciar passare certe occasioni cercando poi di guadagnarle quando ormai sono fuori dalla mia portata e di tendermi ad afferrarne altre prima ancora che siano raggiungibili, finendo per perdere anche quelle.


Vivo una vita che scorre su un tempo
Diverso dal mondo,
Guardo e non vedo, non vedo le cose
Che guardo. Mi sembra
D'essere sempre in ritardo, o precoce,
Di perdere sempre
L'attimo giusto, non trovo il mio passo e
Mi perdo nel nulla,
L'unica cosa che senta, quel vuoto
Che graffia e consuma.


A sproposito: questo è l'ultimo post che pubblico prima di partire per le vacanze. Mi porterò dietro il netbook, ma penso proprio che non scriverò niente di nuovo fino al mio ritorno, e anche una volta tornato a casa dovrò darmi da fare con gli esami, per cui non ho proprio idea di quando potrò aggiornare il blog.

venerdì 16 agosto 2013

La poesia di un ateo

L'idea dietro a questa poesia è semplice, ed è il ragionamento chiave (vecchio di millenni) della razionalità atea: se esistono delle entità onnipotenti quali in base al sentire comune dovrebbero essere gli dei, data la situazione del mondo (che, con buona pace di alcuni arrampicatori di specchi, sembra esser ben poco "il migliore dei mondi possibili", e l'esistenza di bestie come il varano* rende ridicola l'ipotesi di un mondo fatto "a misura d'uomo") delle due una: o non si curano degli umani, o hanno un'indole decisamente perfida.


Quando fissammo nel volto superbo
Gli dei della terra
Loro, abbassando lo sguardo, in silenzio,
Ci chiesero scusa,
Loro, a noi tutti, i mortali che al mondo
Soffriamo la loro
Empia alterigia di piogge di fuoco,
Di piaghe e diluvi.





* come mai il varano? Perché sembra uscito da un film horror, ecco perché: questo rettile carnivoro e antropofago sa correre e nuotare più velocemente di un umano, sa arrampicarsi sugli alberi, e il suo morso è ricco di tossine. Inoltre, le femmine di varano possono riprodursi per partenogenesi: basta una singola femmina per diffondere l'animale in una nuova zona. Ora, lettori credenti, io non so come agireste voi, ma se io fossi un dio benevolo non metterei al mondo un bestio che sembra uscito dalla fantasia di Stephen King.

venerdì 9 agosto 2013

Piccola serie di brevi poesie

Queste tre poesie le ho composte ieri, e costituiscono una sorta di esperimento; non nel metro, non nel tema, ma nel fatto che queste coppie di distici siano praticamente l'una il proseguimento dell'altra, pur essendo state scritte per poter avere un senso e un significato anche se prese singolarmente.



Senza una stella nel cielo, una rosa
Da offrire all'amore,
- Caddero tutte quel giorno, ricordi? -
Cammino, sperduto.

Solo ed affranto, non oso d'alzare
Lo sguardo, ma volgo
L'occhio al sottile orizzonte, la sola
Speranza che resti.

Scruto la linea sottile, congiunge
Lei sola la terra al
Cielo, un domani lontano che sfuma
Remoto e futuro.


La prima poesia descrive lo stato in cui ultimamente mi sto trovando sempre più spesso, senza un obiettivo, senza neanche la capacità di potermi pensare innamorato, senza riuscire a "trovarmi" con gli amici. La seconda, in qualche modo, mostra una parziale soluzione: se l'oggi non mi dà nulla, se non ho un cielo che mi guidi con le sue stelle, se non altro posso puntare ad andare avanti verso il mio orizzonte; ma, come sottolinea l'ultima poesia, l'orizzonte che congiunge idealmente terra e cielo è un'illusione ottica, un obiettivo che non si potrà mai raggiungere e che sarà sempre lontano e al di fuori della nostra portata.

mercoledì 7 agosto 2013

Impietosa verità

Quasi due settimane fa avevo iniziato a scrivere una poesia; avevo rifinito alcune parti con molta attenzione, e per quanto non avessi scritto molto avevo una precisa idea di come continuare.
Ma questa che pubblico oggi non è quella poesia; in un certo senso, si può dire che quella poesia è morta, e che questa è dedicata alla causa della sua soppressione: una spiacevolmente reale scarica di verità, una doccia fredda che mostra persone e cose per quel che sono.


Brando più duro e crudele del ferro
Sei tu, verità, che
Mordi in profondo nell'animo senza
Mostrare riguardo,
Priva d'alcuna pietà, infrangendo
Speranza e destini.
Tu con un soffio disperdi la gioia
Dei sogni, ci schiacci
Contro la terra e ci imponi i ricordi
Crudeli, disperdi
Quei sentimenti nutriti di fumo
Dei quali viviamo,
Sempre sperando un domani divengan
Reali, incurante.


Dal punto di vista formale, ho voluto puntare molto su certe figure di suono e su certi effetti ritmici che sottolineassero il senso della poesia. E con la parola finale, che risulta quasi fuori posto nel contesto degli ultimi versi, ho voluto replicare l'effetto di doccia fredda e di dissoluzione di ogni illusione, costringendo il lettore a spezzare il ritmo della poesia e a rileggere o ricordare quanto scritto sopra.

martedì 16 luglio 2013

Le salse lacrime del tempo che scorre

Due settimane senza un aggiornamento.
E' tanto, lo so, ma mai quanto è stato in passato. Ed è estate, il che vuol dire che come studente universitario ho tanto da fare e tanta poca voglia per farlo (perché no, non aver ancora visto la spiaggia a metà luglio è deprimente alla fin fine: non mi piace andare al mare, ma non per questo gradisco l'essere impossibilitato ad andarci, eccheddiavolo... devo essere *io* a decidere di fare lo snob, non gli impegni a costringermi alla reclusione domestica).
Poca la voglia, molti gli impegni.

Ma, nonostante tutto, è comunque nato qualcosina. Dico "qualcosina" perché, dati i loro tempi di gestazione, questi versi sono dannatamente pochi: li ho rimuginati, scritti e riscritti per diverso tempo, e temo si veda che la conclusione della poesia è stata scritta in un secondo tempo.



Sento le gocce del tempo, un sudore
Ghiacciato che scorre
Lungo la schiena, e si porta lontano i
Ricordi ed i sogni,
Scioglie ambizioni e speranze, disperde il
Ritratto di me che un
Tempo facevo, e mi plasma di nuovo
In forme più dure e,
Forse, mature. Ho provato ad oppormi,
Talvolta, al mutare
Dentro di me, ma non posso fermare
La danza dei mesi, i
Giorni perduti a studiarmi, annoiato
Da quello che prima, un
Tempo, poteva donarmi piacere.
Gli amici, i compagni e
Complici in mille avventure di sogno,
Non sembrano quasi
Esser scalfiti dal tempo: le stesse
Bravate, gli stessi
Scherzi, le stesse illusioni, lo stesso
Sorriso sul volto, il
Volto che ancora distoglie lo sguardo
Dal proprio orizzonte.
Sono cambiato, non posso cantare
Le vostre canzoni, il
Vento mi soffia lontano dal porto,
Da quelle taverne e
Bettole dove andavamo a parlare
Di niente, ubriachi
Senza che il calice fosse levato.
Addio, fratelli: il
Vento m'ha preso e mi porta lontano
Sul mare del tempo,
Oltre le vecchie ambizioni, lontano
Dai sogni passati, il
Vento che soffia, impietoso e crudele,
Da dentro di me.


Si tratta di una poesia triste, quasi amara, come sono amare le riflessioni che nascono quando ormai non ci si "trova" più con gli amici; non parlo di "trovarsi bene" anziché "trovarsi male", ma proprio di "trovarsi", "ritrovarsi", poter scorgere in loro qualcosa del nostro essere che possa mantenere saldo il legame. Viene il tempo in cui la crescita diventa maturazione, e certi abiti vanno dimessi; non certe abitudini, ché il giorno in cui smetterò di giocare sarà il giorno in cui i miei futuri eredi diventeranno tali, ma certi abiti, certi modi di fare spensierati, certi modi di divertirsi.
E allora si deve abbandonare il porto, ovvero quel luogo in cui ci si può illudere di esser naviganti stando ancora sulla terraferma, e darsi al mare. Eventualmente, con rammarico, dovendosi distaccare dagli amici che preferiscono restare a far baldoria, o che devono seguire una rotta diversa e con i quali ci si poteva incontrare solo nel porto.
La conclusione a cui si arriva, in buona è sostanza, è dura e secca come il verso tronco con monosillabo finale con cui ho concluso la poesia: ti aspetteresti altro, ma non ci può essere altro. Il cambiamento è avvenuto.

sabato 22 giugno 2013

Versi di tensione incerta e ripetuta

Si tratta di tre semplici distici, niente di troppo lungo né complesso - in apparenza, ché a parlare dei miei di complessi la complessità salta fuori per forza.


Teso di mezzo ad un nulla che sembra
Sfumare in rimpianto,
Perso in ricordi e pensieri fugaci
Che strisciano ratti
Lungo le strade agghiacciate di luce.
Di nuovo, ed ancora.

mercoledì 12 giugno 2013

Versi depressi

Avete presente quei momenti in cui tutto, per dirla con una frase fatta, vi dà noia, in cui voi stessi probabilmente vi state sulle scatole?
Possono essere anche momenti di "successo" (ieri l'altro ho superato brillantemente l'ennesimo esame universitario, tanto per dire), ma sono anche momenti in cui troppe cose sembrano andar male, o meglio non andare proprio. Momenti di attesa, forse, momenti di grigiore che, anche quando passano, lasciano un po' meno colore rispetto a prima.
Momenti che mi ispirano poesie di questo genere.


Sai quando nulla ti sembra valere
Qualcosa, e ti pare
Quasi sia inutile alzarsi, affrontare
La vita con forze
Sempre più misere, effimere e scarse? Un
Tramonto interrotto
Prima che sorga la luna, latrice
Di sogni e speranze.

Nulla m'importa davvero, ogni cosa
Svanisce, svilita. I
Vecchi piaceri mi paiono roba
Meschina, incapaci
Ora di darmi il conforto di qualche
Sorriso. Gli amici
Sembrano quasi evitarmi, temendo il
Contagio d'umore
Nero che sembro esalare, o son io
Che mi tengo lontano,
Forse, da loro, accecato dal nulla
Che provo. Mi sembra
Tutto superfluo, le cose importanti
D'un tempo le vedo
Misere, e sterili, e prive di scopo.
Procedo, dubbioso,
Lungo il cammino di sempre, ma adesso
Non vedo la meta.

mercoledì 5 giugno 2013

Una poesia d'immagini affastellate

A una prima lettura, questa poesia manca di qualsiasi senso apparente, e sembra solo una successione di immagini mentali ammucchiate l'una sull'altra, citazioni troppo dotte e legami troppo cervellotici. Ma, posso assicurarvelo, alcuni di questi collegamenti apparentemente insensati hanno un significato preciso.


Scrosci di fiumi che allattano mari
Di nebbia, tagliata a
Fette con lame in damasco, solcata
Da vele cazzate
Nere di lutto ateniese e pirati
Di carta cariba.
Latte di mandorla e miele dai monti,
Sgorgando in sorrisi,
Rendono bianca la terra, nericcia
Dai fumi di spurgo
Bigi e puzzoni, appestati d'olezzo,
D'odore di santo.
L'acqua si mischia col latte, la nebbia
Confusa nel miele:
Poco rimane dei pianti del cielo.
Perché non mi guardi?


Qual è questo significato? Beh, diciamo che questo è il mio piccolo segreto di oggi...

mercoledì 29 maggio 2013

Satirizzando il fanatismo internettofilo

Presumo che tutti ne conoscano almeno uno: un individuo, giovane o di mezza età, che si professa ateo o agnostico (bene!), razionale (bene!), e che si beve qualsiasi boiata trovi su internet ('spetta, 'spetta, cosa?) solo perché su internet l'ha trovata.
Ora, sarò cattivo io, ma una persona del genere mi sembra solo l'ennesimo tipo di bigotto, che semplicemente ha scelto il web come proprio testo sacro. All'atto pratico, il senso critico con cui si approccia ai suoi siti di riferimento è lo stesso con cui un fanatico religioso si approccia al testo della sua fede.
Si potrebbe sostenere che credere al web è meglio che credere a un libro vecchio e bacucco, che il webbeddemocratico, che il web loffallaggenteccomenoi; potresti, lettore, ma (permettimi di citare un grande autore comico) queste sono balordaggini, e lo sai anche tu: buona parte dei contenuti che si trovano su internet sono creati da pochissime persone, con precisi interessi economici (se non altro volti a guadagnare il necessario per mantenere siti ben più grossi di questo mio miserrimo blog), e ancora peggio troppo spesso mancano di riferimenti precisi e di prove concrete.
Quanti sono i siti internet che si citano a vicenda per darsi reciprocamente autorità? E quanto è ridicolo? E' come se Marco e Luigi sostenessero entrambi che la terra abbia la forma di un castoro, Marco basandosi sull'autorità di Luigi e Luigi su quella di Marco. I nostri due castorofili verrebbero probabilmente internati, ma fra gli internauti è normale prendere per buono un ragionamento simile.
Il problema sta sempre là: la mancanza di senso critico che si ha nell'approcciarsi a un qualcosa, sia esso una fede religiosa, un ideale politico o un qualche mezzo di comunicazione; in effetti, fra internet e la televisione non passa una grossa differenza, con buona pace dei sogni di tanti rivoluzionari da poltroncina, pronti a cambiare il mondo con un click.
Ora come ora, in Italia c'è un recentemente smagrito partito, pardon, mo' vi mento, che su questo approccio fideistico al web ha costruito la sua fortuna; e fa specie vedere amici assolutamente atei agire come bigotti seguaci del miliardario omicida padre-padrone di tale gruppo. Ma anche sul versante opposto trovo tanti amici che, pur ridendosela sia del bigottismo religioso, sia del bigottimo sgrulleggiante, sono comunque pronti a credere a qualsiasi fesseria sia scritta sui loro siti di riferimento, anche contro ogni possibile parere di un vero esperto.

Questa breve satira è dedicata proprio a una di tali persone.


Quanto mi sembri ridicolo, amico
Che parli e ti scaldi
Senza sapere. L'ho letto, mi dici,
Sul web, non ti serve
Niente di più che quest'ipse lo dixit.
Che importa cercare
Prove, che importa indagare le fonti,
Avere un parere
Proprio, se tanto ti basta spulciare
La rete e trovare
Qualche sentenza sputata a casaccio,
Ornata e tirata a
Lucido usando retorica spiccia, a
Far presa sui grulli?
Dico davvero: non serve adorare un
Cadavere in croce, un
Fuoco di sterpi, una qualche trimurti o
Un qualche altro dio,
Questo non è necessario per esser
Bigotto. Ti basta
Sceglierti un qualche maestro assoluto
Al quale ubbidire, al
Quale prestare un ascolto costante
Spegnendo il cervello. E
Tu, come sembra, da pesce un po' tonno,
Hai scelto la rete.

martedì 21 maggio 2013

Tre poesie brevi

Va bene, lo dico subito: una è soltanto un distico, un brevissimo distico figlio della stanchezza mattutina.
La terza poesia, invece, è un "frammento di clima", col cielo coperto di nuvole mosse dal maestrale.
E la prima? Anche la prima poesia prende le mosse da una questione "climatica" (sole e vento freddo, che si fa sentire non appena si sta all'ombra, sono una costante della mia zona), ma sviluppa una sorta di velata riflessione quasi metaforica. Mentre invece la conclusione è abbastanza chiaramente ispirata a una canzone, che riprendo quasi parola per parola.



Brividi e sole mi paiono quasi
Giocare una danza,
Sempre intrecciati in abbracci cangianti
Di vento e di luce.
Languidi i passi che tu, primavera,
Indugi a mostrare
Quando ti muti cambiando in estate.
O forse soltanto
Io ricerco da te le risposte a
Domande inespresse?


Lenti sbadigli di dolce esaustione.
Caffè, tu mi salvi.


Lungo le nubi del cielo la corsa
Del vento, un eterno
Lento mutare di rivoli d'acqua
Sospesi sul mondo.

martedì 7 maggio 2013

Poesia frammentaria, poesia lunga

O anche "yba ùùùù", noto anche come "sbaglio a poggiar le dita sulla tastiera e mi salta fuori 'sto schifo di titolo"; è successo, non ridete.

Errori a parte, ho deciso di proporvi due poesie scritte fra oggi e ieri. La prima, che in verità era conclusa già ieri, è un brevissimo componimento. Metricamente sono due dei miei distici, niente di che; la vera particolarità, però, sta nel modo in cui ho voluto interrompere volontariamente una frase per riprendere, subito dopo, dando l'idea che ci fosse qualcosa in mezzo alle due parti della poesia - qualcosa che si è perso, o forse qualcosa che non sono riuscito a esprimere, o forse qualcosa che non si può esprimere.


Gesti consueti al mattino, consunti
Dagli anni e dai giorni,
Simili eppure...
… naufragi di sogni
Nel mare del tempo.


La seconda poesia è invece decisamente lunga (più di 40 distici se non ho contato male, ci avviciniamo ai 100 versi e a traguardo che raramente raggiungo in così poco tempo).
Per certi versi è un componimento ispirato, per altri è pura fantasia. Ma la "spiegazione" la rimando a dopo la lettura.


Venne la dama vestita di brina,
Tremante ed altera.
Labbra sbiadite d'azzurro, increspate
Appena in un riso
Perfido, forse, o soltanto inumato,
Sotteso, socchiuse,
Bianche sul bianco del volto, laddove
Brillavano al sole
Solo quegli occhi di ghiaccio bruciante.
Le candide chiome
Erano sciolte, e cadevano in ciocche
Bagnate di neve
Lungo le spalle adornate di nudo
Dell'esile dama.
Sono venuta, mi disse, a privarti
Di tutto, mortale.
Sono sorella di Morte, e di Vita, e
D'Amore. E come
Morte distoglie il respiro di Vita,
Così dell'Amore
Sono la sola, la vera nemica,
L'acerrima e fiera.
Sono la figlia del padre crudele,
L'Inverno impietoso.
Offrimi il petto, che possa strapparti
Dal cuore ogni caldo,
Puro sentire d'Amore. E lei pose
Sul petto le dita,
Tocco gentile di candida neve.
Ma subito, quasi,
Ella distolse la mano, tremando
D'orrore. Chi sei, mi
Chiese, chi sei, domandò, tu che solo
Non temi, mortale, il
Tocco impietoso del gelo nel cuore,
Chi sei, domandò con
Voce incrinata, capace tu solo
D'alzare lo sguardo
Cupo, fissarmi negli occhi di ghiaccio,
Chi sei, tu che solo
Nulla hai da perdere in petto, ma solo
Un pallido vuoto,
Quasi che nulla ti ispiri un sentire,
Vivendo una vita
Priva d'Amore anche senza di me, che
Dovrei dell'Amore
Essere il solo flagello, la sola
Che possa negarlo,
L'unica in grado ad un semplice tocco
D'uccidere Amore?
Ella tremava, e di colpo si sciolse in
Sorrisi ed in pianto.
Dimmi, sei forse anche tu, mio mortale
Creato dal freddo
Gelo d'Inverno, fratello e compagno
Per me, che da sempre
Soffro lo stesso dolore che infliggo
Con queste carezze?
Porse le mani, cercando un abbraccio.
Ed io la respinsi.
Risi, tenendo lontane le dita
Di lei che implorava.
Sono, mia misera dama, soltanto
L'ennesimo frutto,
Crudo e crudele, spietato, piantato
Da voi, gli immortali,
Senza riguardo nei nostri confronti
D'umani sognanti.
Vita mi diede i natali, e di Morte
Conobbi lo sguardo;
Sempre son stato schernito da Amore, il
Buffone deriso, al
Quale giocava gli scherzi crudeli
Di cui gli immortali
Sono capaci. Quel gelo che pensi
D'avere tu sola
Nacque nel cuore anche a me, senza padri
Né tocchi di dita.
Misera figlia d'Inverno, patisci
Quel male che doni:
Sola vendetta al mortale ferito
Ferire voi stessi.


Come scrivevo prima, questa poesia è in parte ispirazione, in parte elaborazione cosciente e razionale. E, nell'idea di un essere semplicemente indurito all'amore, quantomeno per qualche tempo, c'è senza dubbio un che di autobiografico. Ma l'immagine della mancanza d'amore portata da un'entità immaginata come donna di ghiaccio (quasi una amabile che porta al non amore, un ossimoro in effetti) non ha chiaramente molti riferimenti nel mondo reale. Fin qui l'ispirazione.
Poi la decisione razionale di fare di un componimento simile, che fino a un certo punto è caso perfetto ed esemplare di "romanticumine pseudospirituale", un inno all'umano che non ha bisogno di spiriti, entità eterne, immortali o altro.

lunedì 29 aprile 2013

Io, il sonno e due poesie

Questi giorni ero da mia sorella a Milano. E siccome sono una persona ligia al dovere ho calcolato le date in modo da non perdere una singola ora di lezione.
E siccome sono un idiota questo voleva dire "alzarmi oggi alle tre e mezza del mattino onde farmi la doccia, preparare la valigia con le ultime cose, prendere il pullmino delle cinque meno un quarto, prendere il volo delle 7, arrivare in tempo per la lezione delle 11."

Il grande sacrificato in tutto ciò è il mio sonno, che è stato messo a tacere di mattina con ben quattro caffè (di cui uno al guaranà e due al ginseng, di cui uno con cacao aggiunto).
In compenso, entro le cinque del mattino avevo composto queste due orgogliose poesie.


Ho giocato molto sul lessico, alternando in stile che penso possa essere definito almeno un po' satirico termini elevati (addirittura classicismi volutamente ridicoli) e forme assolutamente grezze, rozze e derivate dal peggior parlato popolare.





Guardo Milano di notte, e mi sembra
La vecchia battuta.
Sveglia alle tre del mattino, davvero,
Qualcosa da tonni:
Casco dal sonno represso, e lo faccio in
Ossequio al dovere.
“Possa seguire quest'oggi, al mattino,
Quell'ore di greco!”
Pure, qualcosa mi dice che pure
Potendo “Sticazzi!”
Certo dirò, nel crollare dal sonno
Tornandone a cosa.


Quando ripenso a quei versi, dal Bardo
Siddetto composti,
Posti nell'ore dubbioso d'un prence
Danese, “Morire” e
Dopo “Dormire”, al pensiero di tale
Riposo mi dico:
“Porgi la lama, fidato Laerte,
Ché faccio da solo!”


PS: per chi volesse saperlo, alla fine a lezione ci sono andato comunque. E quando sono tornato a casa mi sono messo a studiare. E sì, sono un coglione che di questo passo svilupperà un viso da panda.

sabato 13 aprile 2013

Un piccolo esperimento metrico

Nello scrivere questa poesia ho deciso di tentare un esperimento metrico per me nuovo: pur seguendo la forma del mio distico modellato sull'esametro, ho provato ad aggiungere una sillaba in più, come se fosse il frammento superstite di un qualcosa che veniva prima e che si è perso. Un artificio, nulla di più, che però mi sembra molto adatto al tema di questa poesia.

… ma
Quando rifletto sul nulla, sul tutto,
Sul forse e sul mai, si
Spegne di colpo ogni luce, incupisco
Nell'animo e penso a
Quanto ho sbagliato tentando, ed a quanto
Ancora ponendo
Freni ad azioni avventate, occasioni
Sfumate, fatali
Sbagli. E mi perdo ascoltando quel pianto
Di sogni sprecati.

giovedì 4 aprile 2013

Poesia breve

Ormai, la mia politica per il blog non è più quella di rispettare aggiornamenti regolari: non sono una persona metodica e regolare, dopotutto; sto trovando molto più a misura del sottoscritto la pratica di pubblicare quel che ho pronto quando ce l'ho pronto, senza stare troppo a programmare e a stabilire tabelle di marcia.

Tuttavia, per quanto questa poesia fosse pronta già da ieri, tre aggiornamenti nella stessa giornata mi sembravano troppi.
Così questi versi vi vengono proposti solo oggi.

L'immagine mentale che c'è dietro è quella dei sogni, delle aspirazioni, delle ambizioni e delle speranze abbandonati, visti come mobili pregiati (il "sogno nel cassetto" che diventa il cassetto stesso) lasciati in una stanza chiusa dove, più che marcire, sbiadiscono.
La cosa veramente curiosa è che, quando avevo scritto i primi quattro versi, si è "scoperchiato un cassetto" in questa mia "camera del passato"; non ho capito bene che cosa ne è uscito fuori, e a quanto pare il cassetto si è subito richiuso, ma la coincidenza resta. E, parlando di coincidenze, proprio oggi, dopo aver concluso la poesia, ho letto per puro caso un fumetto dove si parla proprio dei sogni che una persona "abbandona per strada" nel corso della sua vita.
Interessante, vero?

Cosa rimane? Sui sogni passati,
Sepolti, si posa
Solo la polvere, e copre di grigio
Gli intarsi dorati,
Spenti oramai, consumati dal buio
Che tutto divora.

venerdì 22 marzo 2013

"Sfogo" e poesie brevi

Alcuni giorni fa avevo scritto che, d'ora in poi, avrei pubblicato le poesie sul blog mano a mano che le scrivevo, seguendo l'ispirazione e nulla più.

Ovviamente, mi sono bastate un paio di settimane per venir meno a questo proposito: una delle poesie che sto per proporre, infatti, l'ho scritta a inizio settimana.
A mia parziale difesa posso dire che non mi convinceva del tutto, e che volevo rivederla un poco; a mia totale difesa, però, posso aggiungere che questi giorni ho avuto un tipico attacco di "scarsa voglia di fare", temibile malattia cronica dell'animo pigro che si acuisce con gli impegni universitari. A mia totale condanna, devo comunque aggiungere che, volendo, queste poesie le avrei potute pubblicare anche ieri. O anche stamattina appena alzato. O anche... insomma, ci siamo capiti: sono pigro.

Ma, autocondanne a parte, vi parlo un po' di queste poesie. Le prime due sono molto brevi, pensate per trasmettere un'immagine con forme meno "stringenti" dell'haiku.
La prima è nata mentre dal pullman guardavo con occhi sonnacchiosi le acque di uno stagno, divise in tante piccole pozze da distese di canne ingiallite appena scosse dal vento; vento che, dalle mie parti, tende invece a diventare un fastidiosissimo maestrale due giorni su tre.
La seconda, invece, è una sorta di "piccola ode" al caffè, una celebrazione di quei caffè da macchinetta non proprio buoni, ma con tanta di quella schiuma da tirarti su di morale prima di qualche impegno mattutino.
Infine, la terza poesia è una riflessione su me stesso, una riflessione più cupa di quanto non sia nella maggior parte dei casi; ma resto un malinconico, e il succo del discorso è sempre quello: aspiro a ciò che non posso ottenere, pretendo da me ciò che non posso dare, e me la prendo con me stesso perché non accetto i miei limiti - che sono, per molte cose, semplicemente i normali limiti di un essere umano.



Specchiati, cielo; lo stagno un'umìle
Foresta di Canne
Secche nel gioco del vento, carezza
Che muta in bufera.

Soffice nettare d'ocra screziato,
Piacevole a bersi,
Calami in gola, caffè delizioso
Che desti la mente.

Sono soltanto, da sempre, la stessa
Persona che sono.
Vivo da sempre la vita che vivo,
Sperando le stesse
Esili e meste speranze di sempre. Ed
Allora perché, mi
Chiedo, perché non sopporto me stesso,
Perché, mi domando,
Mai mi dimostro capace laddove
Vorrei, perché non
Posso riuscire ad amare me stesso
Per quello che sono?
Troppo distante la meta a cui punto,
Lo so, lo so bene; e
Pure non posso accettare la cosa
Che sono, un buffone, un
Misero ammasso di fisime e dubbi e
Difetti, che aspira
Sempre a toccare con mano le stelle, a
Baciare la luna.

lunedì 17 dicembre 2012

Un frammento d'autunno trascorso

Con questa poesia ho cercato di descrivere un istante d'autunno, di quell'autunno sardo insieme soleggiato e freddo durante il quale il maestrale allontana le nuvole creando l'illusione di un ultimo briciolo d'estate.



Oggi non scorgo le nubi nel cielo,
Le spazza lontano il
Gelido vento del nord, l'impetuoso
Che sempre violenta
Questa mia terra, bruciata e cocciuta,
Corrosa dal tempo.
Sfuma l'azzurro in un bianco di luce al
Confine del mare,
Scuro del sangue dei mille caduti
Trafitti dall'onda, e
Piccole gocce di luce solare
Lo illuminan meste.