sabato 28 giugno 2014

Avventure per il mare selvaggio: qualche anticipazione

Come avevo non troppo sottilmente accennato alcuni giorni fa, sto lavorando a un riadattamento di Avventure per il mare a un nuovo regolamento.

Trattasi di Savage Worlds, gioco che più o meno mi aveva suscitato qualche interesse fin dalla sua uscita ma che, me tapino e cretino, non mi feci comprare a Lucca dal mio fornitore di manuali preferendo spendere i soldi a favore di Drago Nero GdR (ancora mi fustigo per tale errore). Alcune settimane fa, quando ho finalmente avuto il manuale base e alcuni supplementi fra le mani, ho realizzato che poteva essere un regolamento molto adatto per certe mie esigenze - certe esigenze molto "marinare" e "avventurose".
A suo tempo, nel 2011 avevo mollato la mia ambientazione piratesca in concomitanza con Pathfinder, regolamento che col suo "allargarsi" mi stava sempre più stretto. Di convertire il tutto ad altri regolamenti, allora, non ne volevo sentire: era una ambientazione che con RuneQuest, gioco che adoro ma con un realismo impietoso, o con un qualsiasi retroclone o gioco old school se è per questo, non avrebbe reso il meglio di sé, anzi. Savage Worlds, invece, era il regolamento adatto.

E così è partito l'adattamento, progetto che alla fine si è un pochino allargato. Se l'ebook originario di Avventure per il mare era in A4, quello nuovo sarà in A5 come tutti i manuali di Savage Worlds in Italiano; e, già ora, sono passato dalle 100 pagine A5 originarie a 130 a forza di contenuti aggiuntivi e piccole illustrazioni.
Contenuti che riguardano principalmente le regole, ma ho inserito e specificato alcuni fatti di ambientazione. Ad esempio, ora ci sono due tracce per capire la verità su alcuni personaggio; tracce molto labili, in verità, ed è probabile che pochi le colgano; dopotutto, quando su un forum di modellismo mi sono divertito a fare un giochino per far indovinare la natura della prossima miniatura che avrei realizzato (Wolverine in veste di araldo di Khorne, per chi se lo ricorda), nonostante i numerosi indizi che a me sembravano chiarissimi nessuno è arrivato alla verità. Sono sibillino anche quando non voglio esserlo (preferirei esser sì bellino anziché sibillino, e invece sono poco chiaro e alquanto "brutesco"), per cui è probabile che anche i miei indizi non rimandino alla "vera verità secondo l'autore", ma siano interpretabili da ciascun lettore nell'ottica di stabilire la "sua verità" riguardo ai segreti di Avventure per il mare - e anzi, auspico che vada così!
E, a proposito delle regole, una delle cose fondamentali che ho dovuto fare e che mi sta portando via più tempo è (stata) la creazione di nuovi mostri: se quando scrivevo le Avventure per il mare Pathfinder aveva già un bestiario bello nutrito con tanti mostri a tema, il bestiario base di Savage Worlds è ovviamente molto più scarno e necessitava di una integrazione. 

Pur con tutti questi lavori, spero di riuscire a rendere pubblico il PDF del prodotto finito entro i primi di luglio. Non so ancora *come* lo condividerò, dato che ormai ho deciso di abbandonare Scribd, ma qualcosa mi inventerò.


E ora, per finire (con una conclusione molto corposa, in effetti), alcune anticipazioni su tre creature che includerò nel bestiario.

Nuotatore Primevo
Quanti hanno giocato a lungo con me lo sanno: amo il dark fantasy, e le aberrazioni erano fra i miei mostri D&Dari preferiti. Fra queste, ovviamente, in Avventure per il mare giocavano un ruolo molto importante gli aboleth, giganteschi e lovecraftiani pescioloni primitivi iconici del gioco ma che, non essendo proprietà intellettuale della Wizards of the Coast, vennero inclusi in Pathfinder.
Cosa che probabilmente farà mangiare le mani ad alcuni dei miei giocatori che avranno la costanza di leggere fin qui, la nave tecnomistica più potente della campagna a cui avrebbero avuto accesso si trovava, tanto per fare un esempio, sotto la torre degli abissi ispezionata in una delle prime partite, nascosta nelle fondamenta della stessa e vigilata da numerosi aboleth.
Per tutti questi motivi non potevo rinunciare a inserire nella mia ambientazione un pesciolone così "gustoso", e d'altro canto non volevo limitarmi a convertire gli aboleth alle regole di Savage Worlds. Per come la vedo io, infatti, a un regolamento base diverso devono corrispondere mostri diversi, non pallide imitazioni: se devo usare il regolamento X per replicare in tutto e per tutto le partite giocabili con il regolamento Y, a quel punto tanto vale che giochi con Y facendo due o tre modifiche per venire incontro alle mie esigenze.
Così sono nati i nuotatori primevi, mostri che veramente mi fanno rimpiangere di essere un pessimo disegnatore. Sono partito, potremmo dire, dalle base mischiando diverse creature marine fra le più strane, abissali o primitive che fossero. Ne è saltato fuori un pesce grande come uno squalo ma dotato delle forme di un osteostraco, ivi compresa la testa a ferro di cavallo e la pelle coperta di placche ossee, con una piccola lanterna bioluminescente in cima a un tentacolo posto sul capo e la dentatura di un vero e proprio squalo. La lingua della creatura, poi, è qualcosa di intermedio fra una lampreda e una mixina, ma per certi versi funziona in maniera simile a una sacculina. Aggiungeteci un'intelligenza più che umana, e il mostro è fatto.
Dopotutto, se c'è una cosa che mitologie e leggende ci hanno insegnato, è come è un mostro che si rispetti deve avere la giusta fusione di elementi noti, elementi esotici e/o inquietanti e capacità innaturali (basta pensare al drago, o alla chimera, veri e propri collage di animali). Il nuotatore primevo non sarà un aboleth, ma penso e spero che possa avere impieghi molto simili in Avventure per il mare.

Relitto Che Cammina
Era la fine degli anni '00 (siamo negli anni '10, signori, e io sono uno dei ragazzi dell'89; se scoppia una guerra mondiale sono fregato), e collaboravo con la Asterion Press, editore all'epoca di altri giochi di ruolo a parte il fantastico Sine Requie. Ero stato cooptato nel team di sviluppo di Empyrea, ambientazione planare per D&D che forse era una pallida copia di Planescape in salsa italica con ottima veste grafica, e si stava lavorando dopo il manuale base alla produzione di un bestiario a tema.
Una non troppo particolare particolarità di Empyrea era che i diversi piani dell'esistenza, i diversi mondi che la componevano potremmo dire, erano tutti caratterizzati da un aspetto dominante: un mondo di soli sotterranei, un mondo di sole foreste, un mondo pieno di non morti... e ovviamente un mondo di oceani. Per quella particolare sotto-ambientazione avevo pensato a un mostro molto iconico, un paguro talmente grande da usare come casa non una conchiglia, ma il relitto di un galeone o direttamente una torre!
Col senno di poi, "pensato" è una parola grossa: probabilmente da qualche altra parte l'avrò letto, e come dimostra una rapida ricerca su google di certo anche altre persone hanno pensato a qualcosa di simile, ma di certo l'immagine di un paguro così grande che cerca di fregarti la nave da sotto ai piedi per abitarci lui è qualcosa di decisamente "avventuroso", e molto in linea con lo spirito pulp di Savage Worlds.
Purtroppo, come alcuni sapranno, l'annuncio dell'imminente uscita della 4^ edizione di Dungeons & Dragons (nota anche come "la torre di Babele della WotC", e non nell'accezione esaltante del termine) bloccò tutti i lavori a riguardo: Empyrea era un'ambientazione per l'edizione 3.5, e la Asterion preferì dedicare le sue forze allo sviluppo di vari manualetti di regole per conto della Mongoose Publishing. La cosa non andò proprio benissimo, e con "la cosa" intendo sia questi manuali regolistici (in un'edizione in cui il bilanciamento maniacale era la cosa più importante, anche a costo di appiattire tutto il resto, i cosiddetti "splatbook" di editori terzi avevano poco respiro), sia soprattutto l'avventura della 4^ edizione di D&D: nonostante ci fosse una truppaglia che lodava costantemente le magnifiche sorti e progressive di questo nuovo D&D "focalizzato" ed "evoluto", la direzione presa si è rivelata ad oggi essere a tutti gli effetti un binario morto, una mutazione che ha reso il titolo principe dell'ambiente del gioco di ruolo il quarto titolo più venduto facendolo surclassare come leader del mercato da Pathfinder, in sostanza un aggiornamento delle regole dell'edizione 3.5 di D&D. Altro che evoluzione!
Ma, a causa di questa brutta cantonata della WotC, il bestiario di Empyrea non vide mai la luce, e così il mio paguro gigante - fino ad ora! Perché il relitto che cammina sarà proprio questo: un paguro gigante da inserire nelle vostre e (si spera) mie Avventure per il mare con Savage Worlds.

Varano
Non c'è molto da aggiungere, se non che a mia discolpa posso dire di essere affetto da una non troppo lieve fobia nei confronti dei rettili, ma a mia discolpa posso dire che i più grossi varani sembrano davvero mostri usciti fuori da un film dell'orrore. Sono il classico esempio di bestia naturale che può lasciar pensare vi sia qualcosa di soprannaturale, e possono diventare in un'ambientazione fatta di navi e isole un vero e proprio flagello.

Il mini-bestiario allegato al nuovo manuale di Avventure per il mare, a parte il suddetto varano, conterrà anche altri animali realmente esistenti; l'idea è proprio quella di mischiare le creature naturali ad alcune loro versioni "giganti" (come il paguro di cui sopra) e ad alcune versioni alterate più o meno pericolose (come il nuotatore primevo). Voglio che sia un bestiario adatto ai più diversi stili di gioco, buono sia per chi si immagina i mari della mia ambientazione come poco differenziati dai nostri mari reali, sia per chi se li figura pieni di creature misteriose. Senza dimenticare che, molto spesso, bastano paura e superstizione a trasformare qualcosa di reale come un coccodrillo di mare in un enorme serpente marino.

E questo, per ora, è quanto.

mercoledì 18 giugno 2014

Una manciata di versi per due piante in preda al vento

A onor del vero, va detto che chiamarle entrambe "piante" non rende giustizia a una delle due: per chi non lo sapesse, infatti, il pepe rosa cresce su un albero che può raggiungere anche dimensioni abbastanza ragguardevoli, ma all'ombra del quale non vi consiglio di riposarvi in quanto le bacche cadute tendono a sporcare *molto* i vestiti.

Ma suvvia, versifichiamo.


Ramo di pepe,
Saltella un passerotto,
Oscilla appena.


Sfuma nell'ombra
Il verde dell'incenso.
Ondeggia al vento.

martedì 17 giugno 2014

lunedì 16 giugno 2014

Qualche pensiero su un vecchio quaderno.

Non c'è molto da aggiungere, se non che sciaguratamente la situazione è tale per cui poco mi riesca di fare, anche sul versante "cose pubblicabili sul blog".
Qualche notte fa, preso da un ghiribizzo di insondabile rimbecillimento notturno (ogni idea, di notte tarda, è ottima; non fosse altro che perché ti ci dedichi anziché dormire, e deve per forza essere buona), ho messo mano a un quaderno ricevuto in regalo per la laurea, un quaderno che per anni non avevo praticamente toccato. E ho preso anche una penna nuova, intenzionato ad associarli come mezzi per una espressione scrittoria che, avendo un qualcosa di "dedicato", sembrasse ai miei occhi qualcosina di più.
Perché sì: se un tempo condividevo e usavo per inorgoglirmi qualsiasi vaccata scrivessi, ora come ora è altissimo il numero di parole e versi che scrivo e cestino.
Le riflessioni che ne sono nate, tuttavia, più che sulla scrittura di per se stessa si soffermavano sul supporto usato...
(specialmente perché era l'una del mattino quando ho preso in mano la penna, ecco)



Che cosa, in questi due anni? Polvere, nient'altro che polvere, quel modo un po' ambiguo in cui preserviamo le cose importanti condannandole a una lenta morte-in-vita, giudicandole troppo preziose per ricevere il modesto onore del loro uso destinato.
L'uso, appunto: ha scopo ciò che non viene usato, se tutto in esso è finalizzato all'uso? Non è forse questo male inteso onore il modo più alto per privare di importanza un oggetto?

Interrogativi, e menzogne a me stesso. Perché non un mal riposto senso di rispetto, non una sconfinata ammirazione mi hanno spinto – ti hanno spinto, quaderno – verso questo baratro di risibile soprammobileria – è una parola? Ora lo è.
È stato il ricordo di cui è portatore, la persona a cui è associato, a destinare l'oggetto alla solitudine di una mensola.

Keepsake, una parola molto più adeguata del suo corrispettivo nostrano. Keep sake, for sake's sake – e non sono del tutto persuaso che sia un caso se ciò suona come un'ode a un alcolico.
Può un dono divenire autonomo rispetto al donatore? Può un quaderno non nuovo ma come nuovo tenuto, intonso ancora – o quasi, c'è la tua firma dopotutto –, può una penna nuova che fino ad oggi si incupiva nel cassetto in preda all'inutilizzo, possono essi segnare un punto di svolta in una china fatta di parole scritte e cancellate subito dopo, vergognandosi talvolta di averle anche solo concepite?



Se fossi una persona differente, se non avessi reti sinaptiche di ricordi concatenati che mi inchiodano come un tonno da mattanza, questo sarebbe solo un quaderno. Un quaderno con una carta molto buona, un quaderno dalla copertina rigida forse appena un po' pacchiana, ma di quel pacchiano tutto sommato piacevole a vedersi.

E invece, invece no. Perché sono quel che sono, perché sento ora il verso di una cornacchia e di colpo è tutti i versi di tutte le cornacchie che ho ascoltato e visto da che ho memoria, è tutte le sensazioni che ho provato in tutti quei momenti, è tutti i ricordi di tutte quelle esperienze legate all'idea di “cornacchia”.
Perciò no, questo quaderno non è solo – né, forse, potrà mai essere – un quaderno.
È una chiave che spalanca porte di ricordi, è un cancello che si sgretola liberando ciò che celava, è un golfo di memorie amare.


martedì 3 giugno 2014

Araldo-Wolverine dipinto e pronto all'uso

Ci siamo, finalmente; quattro mesi di attesa, ma ora il pezzo è pronto per essere giocato. Mi dispiace solo non essere riuscito a fare buone foto che valorizzassero la pittura, ma in definitiva non è che ci sia tanto da valorizzare nelle mie doti pittoriche.
Ma tanto questo già lo sapete, quindi largo alle foto!


Iniziamo con una sboronata, l'araldo che guida una muta dei miei divoratori di Khorne.


Il volto è più in modalità "brutale" che altro; gli occhi, circondati da un inchiostro lucido blu, risultano particolarmente affossati conferendogli un'aria molto da bruto (più da Wolverine ferale che da celeberrimo Logan).


Per far staccare maggiormente il cavaliere dalla cavalcatura ho optato per un rosso molto più acceso e decisamente arancione (che è stato anche uno dei colori di una delle tute di Wolverine). La catena attorno al braccio copre molti peccati, è molto tamarra e molto khornesca.


Alla fine, per diverse ragioni, non ho inserito nessuna catena attorno allo spallaccio. Notare come lo spallaccio, essendo l'unico elemento di vestiario, sia l'unico a richiamare il colore della divisa più classica indossata da Wolverine.


In foto non si apprezza molto, ma c'è un piccolo gioco di colori anche sulla muscolatura in ombra; in compenso si vede bene la chioma.


In questa foto sono riuscito a beccare molto meglio la luce e i colori dominanti del pezzo. Alla fine è dichiaratamente khornesco, e i capelli e gli artigli fanno il resto.


Se sei un'unità di WH40K non troppo massiccia, questa sarà probabilmente l'ultima cosa che vedrai prima di donare il tuo teschio per il trono di teschi.


La spalla con teschio artigliuto, e la possanza di un braccio muscoloso come non mai. Altro che panca piana!


E, per finire, gli artigli sporchi di sangue.


lunedì 2 giugno 2014

Tre haiku

Il "progresso poetico", alla fin fine, va di pari passo con lo scrivere sempre meno: superare la fase del "qualsiasi cosa io scriva è troppo figa", addentrarsi oltre i cancelli del "più scrivo e meglio è", apprezzare il valore aggiunto di un verso sedimentato... e si spera, prima o poi, che questa abitudine acquisita allo scrivere (si spera!) meglio porti allo scrivere meglio senza divenire poetastri troppo afasici.
Non so se sono arrivato già alla fase dello scrivere meglio, di certo sono sono ancora in preda a una discreta "afasia poetica" dato quanto poco mi riesce di scrivere e "sistemare".


Intempestato
Giorno, cala una notte
Orba di luna.

Qui, lo ammetto, c'è il latinismo e anche in forma ampliata; magari non tanto attestato in Italiano, ma di certo preferibile al dannatamente banale "tempestoso"; e c'è anche un giochino ai limiti dell'ellenistico, in quanto solitamente a essere definita intempesta (o intempestata) era la notte, non il giorno.


In questo azzurro
Ali nere in volteggi
Senza confini.

L'idea originale, qui, era chiudere col verso "senza fine"; ma, sfortunatamente, l'accento cadeva sulla terza e non sulla quarta sillaba. Avrei potuto aggiungere l'articolo magari, e trasformarlo in "senza una fine", ma l'effetto sarebbe stato molto meno incisivo e avrebbe smorzato il nesso su cui tanto puntavo come chiusura della poesia; in definitiva, "senza confini" richiamava lo stesso concetto e per comune terminazione si associava ai volteggi del verso precedente.
Un secondo problema che ho affrontato per questa poesia è stato quello relativo alla ripetizione della preposizione "in". Scrivere "ali nere, volteggi" non mi andava bene: avrebbe distinto in due momenti l'immagine mentale degli uccelli in volo, mentre la percezione era stata continua - avevo preso coscienza delle ali degli uccelli mentre vedevo il loro volteggiare, senza alcuna soluzione di continuità. Ho provato dunque diverse soluzioni per eliminare la preposizione iniziale, ma nessuna era d'effetto come quella che alla fine ho scelto di mantenere. Perché, dopotutto, la sensazione che ho cercato di porre in versi è stata quella di alzare lo sguardo e, aguzzando la vista da fotofobico, vedere le sagome degli uccelli stagliate contro il cielo terso; il doppio "in", pur essendo una fastidiosa ripetizione, rende bene l'idea di questo aguzzare lo sguardo.


Di nuovo, ancora
Quel sapore perduto,
Notti d'estate.

Avrei voluto che il sapore fosse "dimenticato" anziché "perduto", ma la metrica era stringente: un gusto si sarebbe potuto dimenticare, non un sapore. Il sapore si poteva perdere o scordare, ma il "sapore scordato" era, oggettivamente, inascoltabile. Sì, l'avrei anche potuto obliare, ma l'effetto sarebbe stato troppo straniante: volevo un lessico tutto sommato quotidiano, che richiamasse l'idea di un qualcosa non raro e sfuggevole di sé quanto piuttosto messo troppo a lungo da parte.


PS: che stia percorrendo la via dello "scrivere meno, lavorarci di più" me lo conferma il fatto che per una cinquantina di sillabe stiracchiate abbia scritto righe su righe di giustificazione delle diverse scelte.

giovedì 29 maggio 2014

A metà fra il sogno e la coscienza di sé

Quello che segue è un piccolo pezzo che ho scritto cinque notti fa, mentre il sonno stava per sconfinare nel sogno e la veglia si faceva sempre più esile assottigliando la razionalità.

Ho cercato di ritoccarlo il meno possibile per mantenere immutata la sua carica originale; una carica molto assonnata forse, ma non priva di suggestioni.


La malinconia è sempre la stessa, poiché sempre gli stessi sono i venti che soffiano e sbraitano dando vita alla tempesta in balia della quale mi contorco.

Ho perduto le vele, il sartiame mi si avvolge come le spire del flagello divino attorno a un novello Laocoonte, i remi sono stati spezzati da onde troppo impetuose perché la mia esile barchetta potesse non ribaltarsi. Ed eccomi qui, aggrappato coi polmoni all'ultima bolla d'aria sempre più asfissiante che si consuma sotto lo scafo del cielo capovolto, lottando con tutto me stesso per non cedere e non lasciarmi andare all'obliato abbraccio delle profondità abissali spalancate sotto di me.

La salsedine brucia le ferite, e le cicatrici dell'animo mi sfigurano fin dentro ai ricordi. Che cosa vedo nello specchio d'acqua infida, cosa che valga la pena salvare? Mi trascinano al fondo le pietre tombali al collo dei miei sogni.


Dal punto di vista formale, lo stile si basa molto su una costruzione a frasi parallele "imperfette", dove una delle due (tipicamente l'ultima) è enormemente più lunga della prima, come un qualcosa che non vuole accennare a finire. L'effetto è quasi insopportabile, come se tante cose si affastellassero assieme opprimendo il nostro senso del comprendonio.
Potrei fare lo splendido dicendo che era tutto voluto, ma la verità è che quando ho scritto ero troppo fuso per pensare qualcosa di quanto segue. Per cui delle due una: o ho talmente interiorizzato certi principi retorici di base da riuscire ad applicarli in automatico... oppure sto solo cercando a posteriori di giustificare qualcosa scritto con uno stile "da posteriore".

martedì 27 maggio 2014

Progressi pittorici sull'araldo-Wolverine, più qualche extra

Per mille e più motivi più o meno personali, sto creando abbastanza poche cose che valga la pena mettere sul blog. Qualcosina c'è, intendiamoci. Ma è "-ina", appunto.
Qualche poesiola; qualche idea che potrebbe diventare uno spunto ma che non vede attuazione perché, non avendo purtroppo modo di giocare di ruolo, non voglio dedicare energie e tempo a qualcosa che sarebbe sterile e mi farebbe pesare ancor di più le pause forzate.
La nota positiva in tutto ciò è che ho finalmente allestito un laboratorio modellistico decente in una stanza con un tavolo vero ad altezza sedia (e non ad altezza sgabello da bagno - e pure scomodo), spaziosa ed esposta a sud anziché con finestra a nord su un cortile interno, ragion per cui posso godere della luce solare per un cospicuo numero di ore al giorno.

Qualche progresso modellistico, dunque, c'è.

Come si può vedere, ho iniziato a dare i colori base al mio Wolverine.

Ma i progressi veri li ho fatti sul suo destriero, il Colosso-Juggernaut.


Su di lui, infatti, la pittura è terminata (in alcune foto mancavano due ombre su un teschio).



A chi apparterrà la pellicci marrone sul Colosso-Juggernaut? Che ci sia un terzo membro degli X-Men nella basetta? :D 


Rosso, acciaio e ottone sono dei colori che si amalgamano decisamente bene fra loro, buono a sapersi.




Anche la basetta è stata decorata, sempre con delle unghie e tanto, tanto sangue.

Ma questo non è stato l'unico lavoro portato a termine. Ricordate i miei cinghiali?
Finalmente hanno le zanne come si deve!



E ho pure dipinto un altro ragno gigante, modificato per sembrare una tarantola pelosa e schifosa.



E, infine, l'angolo del pianto nella stanza dove dipingo: i ripiani del "da fare".


Gran cosa, se potessi sdoppiarmi per fare tutto quel che devo e voglio. Gran cosa, se potessi.

domenica 18 maggio 2014

Araldo-Wolverine pronto alla pittura

La riflessione ovvia e scontata, mentre scrivo il titolo è che l'araldo è pronto alla pittura come tanti altri ennemila pezzi nessuno dei quali ha però fino ad ora visto la suddetta pittura.

[pausa di vergogna per quanto il sottoscritto sia un pittore scarso e pigro]

Detto ciò, come dicevo, il pezzo è finalmente pronto alla pittura. Pittura che, come accennato, verrà effettuata in più fasi e richiederà non solo un incollaggio finale di cavalcatura e cavaliere, ma anche l'inserimento di alcune catene per completare il nostro.

Sempre a proposito della pittura, ho deciso che anche la testa del juggernaut sarà rossa (proprio come il casco del Juggernaut). Per l'araldo-Wolverine, invece, userò alla fine uno schema di colore misto: pelliccia marrone scuro, incarnato rosso-arancione (per riprendere il suo schema "anni '80"), più fregi in nero virato al blu accompagnati da catene in ottone che, col suo giallo, ricorda molto bene lo schema classico di Wolverine.

Partiamo con una carrellata di foto del pezzo in groppa al suo fido Juggernaut-Colosso.






Come avrete notato, ho optato per inserire un solo spallaccio dalla forma molto semplice; l'ho pensato per richiamare la forma degli spallacci della tuta di Wolverine, e a pittura ultimata lo terrò in posizione con una catena (come quelle che avvolgerò attorno alle braccia). Le frange e il teschio sono per semplice decorazione, fanno molto "araldo demoniaco" e rafforzano il chiasmo con il juggernaut.


Ed ecco un bel primo piano della testa con i capelli ultimati; una costante delle miniature di WH40K è l'essere, per via della scala, sproporzionate: testa, arti e armi tendono a essere più grossi di quanto plausibile, per l'ovvio motivo del maggior numero di particolari da inserire in pezzi tutto sommato minuti. In più, i demoni di Khorne hanno tendenzialmente teste molto grandi. Per cui era prevedibile che il nostro risultasse essere un testone. I ciuffoni di capelli, però, lo rendono abbastanza loganesco.


Il braccio sinistro, come detto, è senza spallaccio; tuttavia, dopo aver ingrossato la spalla, l'ho decorata aggiungendoci sopra un teschio segnato da tre artigliate. Ricordate: quando dovete scolpire qualcosa per un gioco GW, nel dubbio, aggiungeteci sempre un teschio! 


Sono un po' in dubbio sulla resa della mano (il cambio di artigli ha provocato alcuni casini non voluti), ma confido di riuscire a risolvere tutto in fase di pittura, magari costruendoci un'armatura sopra per coprire i pastrocchi se proprio non dovessi trovare altra soluzione.


E, infine, la muscolatura addominale di Wolverine più il peloso pube. Il pelo, in questo caso, mi permette di dar per scontata la virilità del pezzo senza scadere nell'esplicito.

giovedì 15 maggio 2014

Qualche progresso con l'araldo di Khorne-Wolverine (ma se il modellismo è da nerd e i fumetti son da nerd, questa è una nerdata al quadrato?)

Sì, sono stato assente per più di due settimane, e sì, mi dispiace. O meglio: mi dispiace per i motivi che mi hanno fatto essere assente (malattie varie ed eventuali, periodo passivo).

Quantomeno però torno con notevoli sviluppi, non tutti recenti a onor del vero, sull'araldo di Khorne modificato per sembrare Wolverine. Le modifiche sono purtroppo andate a rilento per tutta una serie di fattori, principalmente la mano imprecisa da influenza (marchio registrato). Nel farmi per un po' mettere da parte WH40K ha in effetti contribuito anche l'atterramento di palle dovuto all'ultima partita a cui ho giocato, con un avversario decisamente poco corretto e sportivo che barava sui punti aggiungendo di volta in volta regole alle sue unità mano a mano che si trovava in difficoltà.
Ma dopotutto questo è un progetto modellistico più che ludico, non lo completo per giocare con warhammeristi disonesti ma per bearmi di una modifica folle e personale.

Dunque, iniziamo con le foto, e iniziamo dal juggernaut. Come potete vedere ho deciso che schema di colore dargli alla fine, per quanto la pittura sia assolutamente incompleta e da perfezionare e, in definitiva, solo indicativa. Per dire, alcune parti non ho ancora deciso se farle rosse o color acciaio, mentre invece è abbastanza pacifico che i vari bordi e bulloni saranno fatti in ottone.

Nota: sullo sfondo di queste e altre foto si vede il libro che sto leggendo al momento, mi serviva per fare contrasto.

I più marveliani avranno già riconosciuto il riferimento a Colosso degli X-Men, in particolare a quando accetta di diventare l'avatar di Cyttorak e ottiene dunque i poteri del Juggernaut. Dopotutto, juggernaut doveva essere, e doveva già avere un corpo metallico. E dopotutto il fastball special è la tattica iconica di Colosso che lancia Wolverine contro i nemici, potevo fare altrimenti che far andare in battaglia il Wolverine-araldo di Khorne a cavallo di un Colosso-juggernaut?

Parlando di Wolverine, poi, fra le sue proprietà fumettistiche c'è anche la muramasa, una katana molto particolare. Perciò, dato che tecnicamente un araldo di Khorne è armato anche di spada, come potevo rinunciare a creare una bella katana per il mio pezzo?

A parte l'impugnatura, presa da una spadada khornesca, lama e guardia sono realizzate esclusivamente in plasticard; alle dimensioni reali le storture del filo che si vedono nell'ingrandimento sono praticamente invisibili - per chi se lo chiedesse.

Questa spada, però, non verrà impugnata dall'araldo ma penderà dal fianco della cavalcatura grazie a un'apposita fascia.

Non ricordo da dove provenga la frangia che ho usato come pezzo di base; in ogni caso, era perfetta per il mio scopo; c'è un che di khornesco in una lama che pende rozzamente dal fianco.

L'effetto complessivo dovrebbe essere questo.


Mentre sull'altro lato il juggernaut si presenterà così.


Sono abbastanza contento del chiasmo che sono riuscito a creare, soprattutto perché non appesantisce troppo la figura del destriero ma lo rende comunque particolare e adatto a un araldo piuttosto che a un normale sanguinario massacratore.

E ora vediamo un po' il nostro juggy con in arcione il suo cavaliere.

L'assemblaggio è ancora parziale, specialmente perché l'araldo va terminato.




Sulle spalle devo ancora lavorare, mentre sul dorso ho già terminato l'ispida pelliccia che caratterizzerà il nostro. Questo, principalmente, perché devo ancora finire di lavorare sulla testa, e potrò dedicarmi alle spalle solo dopo aver montato definitivamente - e non patafixato - la testa.


Devo finire ancora i capelli, nello specifico i ciuffi inferiori che andranno resi molto più lunghi e "ciuffosi" - ora come ora sembra Dracula più che Wolverine.


Ah, dimenticavo: una veduta dell'addome del pezzo.

L'ho decisamente reso più muscoloso, 'nevvero? 


domenica 27 aprile 2014

Di Balrog e di ali

Da che mi son dato al mio progetto di conversione della miniatura del balrog in assetato disangue, mi è capitato più volte di dire agli interessati che suddetta miniatura mi piace tantissimo – per quanto non la consideri assolutamente un balrog adeguato. Molti probabilmente considerano questa un'eresia: il balrog GW è una fedele resa del balrog che si vede nella trilogia cinematografica de Il Signore degli Anelli, dopotutto.
Il fatto è che la mia esperienza tolkieniana predata di parecchi anni l'uscita dei film, e con l'andar raffinandosi della mia pignoleria filologica è andata sempre più discostandosi dalla lettura dei romanzi che ci viene offerta sul grande (e piccolo) schermo. Uno dei punti fondamentali di questa frattura è quello relativo all'eterna diatriba: i balrog avevano le ali, sì o no?

[premessa: segue pippone immane]


La questione è stata trattata tante volte e da tante persone, più o meno autorevoli (mi vengono in mente i cerchiobottisti del “i balrog hanno le ali ma non sanno volare”, veramente meritevoli di tessera DC honoris causa con bizantino bacio accademico), ma penso che possa ancora dare un mio contributo aggiungendo qualche piccola riflessione personale alla querelle.
In ogni caso, non posso prescindere dall'aprire la questione con un riferimento alla trattazione della questione fatta sull'Enciclopedia di Arda.

Riassumendo per i non anglofoni, la questione "ali del balrog" nasce sostanzialmente da due passi de La Compagnia dell'Anello*, due passi del quinto capitolo del libro secondo per la precisione (pagina 322 della mia edizione).
Nel descrivere il balrog (anzi, il Balrog), Tolkien dice infatti che:
"(the Balrog) halted again, facing him, and the shadow about it reached out like two vast wings."
In traduzione personale:
"(il Balrog) si fermò di nuovo stando dinnanzi a lui, e l'oscurità attorno a lui si dispiegò come due ampie ali."
In seguito, però, è scritto:
"... it stepped forward slowly on to the bridge, and suddenly it drew itself up to a great height, and its wings were spread from wall to wall.."
Ovvero: "... avanzò lentamente lungo il ponte, e d'improvviso si erse a grande altezza, e le sue ali si estendevano da parete a parete... "

Per i sostenitori del Balrog alato, qui c'è tutto quel che serve: poco importa che nel primo caso ci sia un "like" a identificare le ali come meramente metaforiche, in seguito le ali sono "its wings", "le sue ali", senza niente che possa rendere tali ali immateriali o metaforiche o comunque non concrete. I più scrupolosi dal punto di vista filologico si spingono poi a citare un passo da The History of Middle-earth in cui, riferendosi ai Balrog, Tolkien scrive che si muovevano "with winged speed", "con alata velocità".
Per costoro, con questi passi, il caso è chiuso: i balrog (volutamente minuscolo) avevano le ali. Che le sapessero o potessero usare, però, resta tutto un altro paio di maniche: perché in tutti i casi in cui in Tolkien compaiono dei Balrog appare evidente che loro non sono in grado di volare. Il Flagello di Durin stesso non solo precipita come un boccalone quando Gandalf gli fa crollare il ponte sotto i piedi, ma viene poi sconfitto dal nostro nel corso di una battaglia sulla cima di un monte durante la quale non solo non vi son riferimenti al suo volare via per evitare gli attacchi, ma addirittura viene detto esplicitamente che lo stregone lo scaraventa giù (The Two Towers, book three, chapter V, The White Rider).

Lo stesso in tutti gli altri passi tolkieniani: i Balrog si comportano come si comporterebbe qualsiasi altra creatura incapace di volare. Ed è qui, come accennavo prima, che si scatena la fantasia cerchiobottista del pensiero "pro-wings": i balrog avevano le ali, ma a Moria c'era troppo poco spazio per distenderle e volare; i balrog avevano le ali, ma nel corso della battaglia (qualsiasi battaglia in cui sia coinvolto un Balrog e che si concluda col suo cascare giù) sono state rese inservibili; i balrog avevano le ali, ma non il brevetto di volo (ok, questa è mia); i balrog avevano le ali ma quelle del Flagello di Durin sono venute meno quando è divenuto un essere di tenebra e fango anziché oscurità e fuoco, dato che il fuoco è etereo e l'acqua no (ok, questa è una boiata improvvisata sul momento, ma son pronto a metter la mano sul fuoco che da qualche parte è già stata tirata fuori). E, infine, il meglio del meglio: i balrog avevano le ali ma erano puramente estetiche e non in grado di volare.

Pur di non ammettere di aver sbagliato a interpretare una metafora, i nostri pro-wings si spingono fino a fare di Tolkien uno scrittore incapace ai limiti del ridicolo: i balrog avevano le ali ma esse non li reggevano in volo. Un po' come se in un romanzo hard boiled comparisse un tipo tosto che vive ai margini della legge, identificato più volte come un biker ma costretto a spostarsi con i mezzi pubblici in quanto la sua motocicletta è una moto giocattolo incapace di reggere il suo peso.
Cose del genere affossano qualsiasi romanzo o narrazione, o meglio: sono perle in un lavoro che punti sull'essere trash o comico, martellate allo sterno per un'opera che voglia essere seria - e non riconoscere a Tolkien il rigore della serietà è gesto a metà fra la sconsideratezza e l'imbecillità.

Il punto, per fortuna o purtroppo, è che i lettori di Tolkien non sono Tolkien. Un po' scherzando e un po' no, a volte mi definisco "collega" di Tolkien; ed è in effetti vero: il mio percorso di studi universitario, per quanto focalizzato su aspetti diversi, per quanto ancora incompleto, per quanto non temprato da anni di fatica e dedizione, è lo stesso seguito a suo tempo dal Professore - ovvero un percorso di studi filologici. Tolkien era lettore e studioso dei testi antichi, oltre che di lingue e storia antiche, prima che scrittore; ma la sua opera ha travalicato le barriere settoriali riuscendo a far quello che negli ultimi tempi ha fatto l'opera di ben pochi filologi: diventare "di massa" e "fare costume". Di Tolkien si è creata una vulgata, di certo sostenuta da tanti prodotti derivati prima e D&Derivati poi (nel primo Dungeons & Dragons, il "balor" era il "balrog", i "treant" erano "ent" e gli "halfling", termine peraltro tolkieniano tradotto da noi come "mezz'uomo", erano "hobbit"; senza considerare la classe del ranger, il termine tolkieniano da noi tradotto come "ramingo", che da un certo livello in poi poteva usare le sfere di cristallo perché Aragorn poteva usare il Palantìr).


Si è creata una vulgata tolkieniana, vale a dire anche una volgarizzazione; del resto è cosa nota agli addetti ai lavori come, traducendo il testo biblico per quella che si considera la Vulgata per antonomasia, Gerolamo usò in tanti casi delle forme che sapeva essere niente affatto corrette ma nondimeno passate nell'uso ed entrate nella tradizione cristiana. Nella vulgata di Tolkien, dunque, i balrog hanno le ali: non c'è altro da dire, "its wings" è scritto nero su bianco. Tanto che in tutte le altre opere derivate (giochi, miniature, film, disegni) i balrog hanno le ali; e non mi sembra troppo azzardato il paragone fra Gerolamo che inghiottendo il fegato filologico traduce certi termini con espressioni in uso ma errate, e Peter Jackson che fa il balrog alato tranciando la questione in favore del parere più diffuso seppur traballante.

Parere traballante, perché basato esclusivamente sul non riconoscere una metafora come tale, e sull'interpretare letteralmente una similitudine. Ammetto che buona parte dei lettori di Tolkien non siano filologi e non siano neppure lettori né tanto meno studiosi di epica, ma Tolkien *era* un filologo e uno studioso di epica! E in quanto tale riconosceva e usava espressioni metaforiche. Interpretare letteralmente una metafora è il modo migliore per snaturare il testo.
Per dire, nello stesso capitolo in cui vi è la descrizione del Balrog (nel caso della mia edizione addirittura nella stessa pagina, la 322), il commiato di Gandalf alla Compagnia è affidato alla celebre frase:
"Fuggite, sciocchi!"
O, in lingua originale:
"Fly, you fools!"
I sostenitori dei Balrog alati dovrebbero dunque, a rigore, sostenere che anche umani, elfi, nani e hobbit fossero secondo Tolkien in grado di volare, o che Gandalf li stesse invitando a sbattere le braccia nel tentativo di spiccare il volo. Ma, obiettano i pro-wings, in questi casi è chiaro che si tratta di una metafora perché niente lascia supporre che la Compagnia abbia i mezzi per volare; per quanto, a voler esser pignoli, se si può essere alati e non volanti, si può essere anche non volanti e alati; per quanto, a voler essere precisi, il verbo "to fly" viene usato in riferimento alla Compagnia più volte di quante non si parli di "wings" in riferimento al Balrog". L'unico motivo logico che spinge in un caso per l'interpretazione letterale e in un altro per quella metaforica è, molto semplicemente, la volontà di compiere il minor sforzo mentale per comprendere il testo - vale a dire la volontà di appiattire un testo letterario.

Il punto è che Il Signore degli Anelli mirava a essere un romanzo di epica in prosa, e metafore e similitudini sono una costante dell'epica indoeuropea di cui Tolkien era studioso (spiccatamente di quella nordica). Di fronte a metafore e similitudini, molto spesso la reazione del lettore non preparato è quella di considerare tali orpelli un inutile appesantimento del testo anziché un tentativo di vincolare un significato o una comprensione più profonda (o anche solo una maggiore artisticità); in questi casi, molto spesso, la similitudine e la metafora vengono prese alla lettera dacché, interpretandole in questa maniera, il testo viene ricondotto a un livello maggiormente comprensibile.
Del resto, che dietro alla giustificazione delle ali dei balrog ci sia una sorta di pigrizia intellettuale di fondo lo dimostra anche uno dei passi citati in precedenza. Perché nient'altro, se non la pigrizia, potrebbe spiegare il modo in cui un estratto viene strappato dal suo contesto e un pronome allontanato dal nome a cui rimanda. Mi riferisco al secondo passo citato da pagina 322, che personalmente citerei piuttosto come:
"The Balrog made no answer. The fire in it seemed to die, but the darkness grew. It stepped forward slowly on to the bridge, and suddenly it drew itself up to a great height, and its wings were spread from wall to wall; but still Gandalf could be seen, glimmering in the gloom..."
Ovvero: "Il Balrog non diede risposta. Il fuoco in esso parve morire, ma l'oscurità crebbe. Ess* avanzò lentamente lungo il ponte, e d'improvviso si erse a grande altezza, e le sue ali si estendevano da parete a parete; eppure ancora Gandalf poteva essere visto, debole luce nel buio..."
Perché citando per intero troviamo che nelle frasi precedenti al passo incriminato, l'unico passo canonico su cui ci si basa per sostenere che i Balrog avessero le ali, esistono almeno due sostantivi a cui può fare riferimento il pronome neutro "it" a cui appartengono "its wings": il Balrog e, appunto, la sua oscurità, "the darkness". E, dei due, il secondo è più vicino al pronome incriminato.
Prendiamo un brano equivalente, questo ad esempio:
"Mario stava andando in bicicletta, quando il velocipede si ruppe. La ruota posteriore rimase attaccata al telaio, ma quella anteriore si staccò. Rotolò lungo tutta la discesa e andò a finire in mezzo al canalone..."
Penso che sia chiaro a tutti i lettori che a rotolare lungo la discesa non è Mario, ma la ruota anteriore staccatasi dal telaio; questo perché la ruota compare come soggetto subito prima della frase in cui manca il soggetto espresso (o, a voler pensare in Inglese che sempre necessita di un soggetto, esso viene espresso mediante un pronome). Citare solo l'ultima frase ("rotolò lungo la discesa...") dicendo che fa riferimento a Mario, dunque, è un vero e proprio falso, una manipolazione del testo volta a dimostrare qualcosa anche a discapito del testo stesso.

Lo stesso, miei cari pro-wings, può essere detto del testo tolkieniano: ad avanzare pesantemente, a levarsi e a estendersi non è il Balrog, ma l'oscurità attorno ad esso che non ne costituisce il corpo quanto piuttosto una sorta di "aura" - a meno che non vi immaginiate Gandalf petto contro petto col balrog, si intende.
Del resto, questa uso del metaforico senza ribadire che si tratti di una metafora non costituisce affatto una novità inventata da Tolkien - per quanto per tanti lettori di Tolkien *sia* una novità.
Mi limito a citare una serie di passi da un testo epico di due millenni or sono, l'Eneide di Virgilio; passi relativi al celeberrimo cavallo di Troia, talmente grande da sembrare un monte (anche qui, ovviamente, c'è una chiara espressione iperbolica; ma l'iperbole è tipica dell'epica quanto e forse più della metafora).
Cito dal libro II**:
v 15: "...instar montis ecum diuina Palladis arte..." ("...grande come un monte un cavallo con la divina arte di Pallade...")
v 19: "...includunt caeco lateri penitusque cauernas..." ("...racchiudono nel fianco cieco e fino in fondo le caverne...")

Il cavallo, ovviamente, è e resta un cavallo a forma di cavallo; ok, magari stilizzata, ma di certo è una stilizzazione d'un cavallo e non d'una montagna per quanto Virgilio ce lo descriva alto come una montagna (ok, al più sarà stato alto come una collina). Eppure, al verso 19 per parlare delle cavità al suo interno si parla di "cauernas", "caverne" appunto; i cavalli non hanno caverne, sono le montagne quelle i cui spazi vuoti interni prendono tale nome; ma se il cavallo viene assimilato a una caverna, poi si possono usare in riferimento a esso anche termini che solitamente si impiegano solo per le caverne e mai per i cavalli - questo perché nella mente del lettore di Virgilio esiste già un legame fra i due.
(S)fortunatamente, Tolkien gode attualmente di un pubblico molto maggiore rispetto a Virgilio, e quel che è scontato per il lettore virgiliano non lo è altrettanto per il lettore tolkieniano: questi, dopo aver letto una metafora o un paragone ("shadow... like two vast wings", "oscurità... come due ampie ali") tende ad appiattire tutto su un solo piano (quando la metafora ci gioca sull'avere più livelli!) e a dimenticarsi delle implicazioni di quanto appena letto.
Non parlo ovviamente di *tutti* i lettori tolkieniani, ma penso che quanto appena detto si possa applicare alla maggior parte di essi - proprio perché Tolkien è entrato a buon diritto nel costume, mentre invece Virgilio è ormai un autore classico in lingua morta, e i classici in lingua morta ormai non li legge quasi più nessuno.

E dunque la maggior parte dei lettori di Tolkien, facendo il minor sforzo mentale, si immaginano il balrog come dotato di inutili ali non adatte al volo, quasi che fosse uno struzzo e una gallina. Ma, se ci pensiamo un attimo, la maggior parte dei lettori di Tolkien si immaginano il balrog dotato di corna e coda, e magari anche di zoccoli fessi, mentre Tolkien ce lo descrive  molto diverso (pagina 321):
"... like a great shadow, in the middle of which was a dark form, of man-shape maybe, yet greater..."
"... come una grande tenebra, nel mezzo della quale vi era una forma oscura, di sembiante umano forse, ma più grande..."
Non dunque un essere fatto di fiamme e tenebre, ma una figura umanoide più grande di un uomo (il che è logico: in Tolkien altezza = potere, tanto che le altezze sembrano variare al crescer del potere manifestato***), ma comunque abbastanza piccola da passare su un ponte pensato per dei nani in fila indiana, ammantata di tenebre e fiamme. Eppure, ancor prima della trilogia cinematografica che molto ha contribuito ad appiattire l'immaginario collettivo, la vulgata voleva i balrog come delle figure cornute, alate, possibilmente dotate di coda e zoccoli e, soprattutto, composte e non avvolte da oscurità e fuoco.
Qualcosa di simile, in effetti.


I Balrog di Tolkien, dopotutto, sono Maiar corrotti dal male, vale a dire "angeli caduti", vale a dire "diavoli"; e la maggior parte dei lettori tolkieniani, cresciuti in un contesto culturale cristiano, tende ovviamente a figurarsi i Balrog con la stessa iconografia tradizionalmente attribuita al diavolo: ali, corna, coda, zoccoli, corpo nero come il carbone o rosso come il fuoco.
Del resto, il balor di Dungeons & Dragons al quale ho accennato prima come spudorata scopiazzatura fruttifera di D&Derivati, è un mostro che appartiene nel gioco alla categoria dei demoni (ok, in D&D fra demoni e diavoli esiste una forte differenza, ma ci siam capiti), ed è tanto legato ai Balrog di Tolkien quanto all'immagine iconografica del diavolo quale ci è stata tramandata dalla tradizione cristiana. 

In sostanza, dunque, se in tanti si immaginano i balrog come creature alate e cornute, mentre solo con faciloneria si può sostenere che Tolkien si figurasse i suoi Balrog in questa maniera, questo accade perché se li figurano in tutto e per tutto come i diavoli della tradizione cristiana a cui sono in tutto e per tutto affini.
Il Balrog "conta come" un diavolo (e probabilmente questo era vero per lo stesso Tolkien, autore cristiano), dunque deve sembrare in tutto e per tutto un diavolo della più classica iconografia con tanto di corna, ali e possibilmente zoccoli e coda.

Come filologo, considererei questa teoria buona per essere buttata in un cestino o calciorotata giù da una torre, destinata a sfracellarsi come un Balrog senza ali. Ma poi ci rifletto su e mi dico una cosa: i Balrog di Tolkien non volavano e non avevano ali né corna; ma ormai, nella cultura popolare, questi tratti li identificano subito. E probabilmente non è troppo sbagliato pensare che esista da un lato il Balrog - maiuscolo - di Tolkien, figura umanoide possente (ma suppongo sotto i due metri e mezzo di altezza) ammantata di tenebre che può rivestirsi di fiamme o di fango, dall'altra il  gigantesco balrog - minuscolo - fatto di oscurità e fuoco e dotato di ali e corna.
Un conto è il testo originale, un conto diverso è la vulgata che se ne trae.

Perciò, per quanto la miniatura del balrog prodotta dalla GW non sia per me "un Balrog", posso dire con certezza che è una fantastica miniatura. Non è corretta dal punto di vista testuale, probabilmente se un Tolkien redivivo se la trovasse davanti agli occhi avrebbe difficoltà a riconoscerla come qualcosa di suo, ma è di certo in linea col modo in cui i più si immaginano i balrog.
Noi filologi, dopotutto, siamo una strana razza...

* faccio riferimento alla mia edizione in lingua originale di The Lord of the Rings, edita nel 2001 da Harper Collins Publishers nella collana Collins Modern Classics, ISBN 0-00-712970-X.

** edizione BUR del 2002, ISBN 88-17-11742-0.

*** e gli Istari come Gandalf, Maiar ammantati di forma umana, appaiono come umani *ricurvi*: celare il proprio potere pur essendo in grado di utilizzarlo va di pari passo con l'essere alti ma piegati.