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sabato 17 novembre 2018

Un nuovo angolo dello stesso cielo

Alla fine, infine, è successo: ho trovato lavoro per una supplenza discretamente lunga in quel di Milano. Inizia così il processo di accumulazione del punteggio, inizio così a farmi le ossa sul lavoro, inizio così a poter ottenere una vita che sia mia.
Un nuovo inizio comporta però anche un accantonamento, se non un abbandono, di tutta una serie di cose. Libri, fumetti e miniature sono rimasti quasi tutti a casa, così come ho dovuto salutare per qualche tempo le mie vecchie abitudini. Il lavoro impone un ritmo a cui non ero abituato, soprattutto a causa dei tempi necessari per gli spostamenti, e questo ostacola quasi ogni sforzo creativo.

Incredibilmente, però, il "nonc'èlo" (come chiamo il cielo della Lombardia, contrapposto al cielo smosso dal vento della mia città) mi ha ispirato due poesie. Due attimi, due brevi istanti strappati ad un autunno che è dannatamente diverso dalla stagione verde e vitale del novembre sardo.

Piuma leggera
Che volteggia, travolta, al
Vento d'autunno.

Foglie sul fango,
Un tappeto di morte,

Un cielo grigio.

domenica 19 novembre 2017

Sei versi ritrovati

Risistemando la mia stanza, quell'orrido processo che ti porta a prendere coscienza di disordine e sporcizia accumulati d'attorno a libri e collezioni varie, litigando con le leggi della fisica per farci stare tutto, ho trovato un foglietto su cui, più di un anno fa, avevo annotato due haiku.
Due haiku veramente orientali, per quanto non nipponici: li avevo scritti a Pechino, pensando a due scorci del Palazzo d'Estate.


Legno su legno
E di legno le mura
D'attorno foschia.

In mezzo al lago
Gli scheletri del loto
Le pallide ombre.

In entrambe le poesie la mancanza di punteggiatura interna è un qualcosa di voluto. E, uh, se andate in Cina non andateci in autunno: vedere i fiori di loto morti è qualcosa di veramente triste. :/


sabato 4 novembre 2017

Il sogno e l'illusione

Penso che lo si possa definire, per quel che mi riguarda, un esperimento: un'ispirazione estemporanea, senza un preciso perché, una sovrapposizione di ricordi felici in qualcosa di diverso, quasi l'essenza dello stare bene in coppia.
Un ricordo fittizio, costruito ad arte dalla memoria. Assieme a quel pensiero sono nati, in forma più o meno definitiva, il primo e gli ultimi due versi, "i sogni sono soltanto/una mistura di ricordi"; sono passato da "sono" a "sono" per far sì che la struttura ritmica finale dei due versi corrispondesse, e ho voluto mantenere "una mistura" perché, al parlante sardo, richiama "ammistura", la voce corrispettiva in lingua, che viene usata molto più dell'italiano "mistura" e con una valenza più negativa, un miscuglio disordinato che vale meno della somma delle parti. Tanti ricordi che si perdono in un non-ricordo, quindi, una non-felicità.
Ma, per quanto fasullo, il non-ricordo è un ricordo che, nel suo piccolo, è lieto, quasi che bastasse a se stesso. Perciò eccola, una poesia con due finali. Quale è più vero? Non lo so.




Ridevi, ti abbracciavo, mi amavi,
Ero contento, e non vedevo niente
A parte noi, felici, in quegli istanti.

L'amore ama l'amore, e non gli importa                   I sogni son soltanto
Di null'altro.                                                           Una mistura di ricordi.



martedì 29 agosto 2017

Ho sognato / E non sapevo / per te

Qualche giorno fa ho pubblicato il resoconto narrativizzato di un sogno inquietante, accennando al fatto che un altro sogno mi aveva ispirato un'altra composizione destinata a finire sul blog.


Ho sognato
Che eri persa, perduta, eri scomparsa
E non sapevo se ti amavo,
O se soltanto
Soffrivo di empatia per te,
Che ti eri persa.


Anche in questo caso, il sogno galeotto è stato qualcosa di angosciante da vivere, un incubo però senza mostri né orrori apparenti dal quale ti risvegli solo quando riesci a capirne la vera essenza. Nella mia realtà onirica, una ragazza che conosco era scomparsa nel nulla, come volatilizzata; parenti e amici la cercavano, ma nessuno riusciva a capire che fine avesse fatto e, come sempre accade, poco a poco la speranza scemava e dava vita ai peggiori timori.



Una ragazza che conosco, ma con cui non ci è incontrati più di una manciata di volte; la reputo simpatica, ha degli occhi fantastici in cui ci si potrebbe perdere, ma la distanza a cui ormai mi tengo abitualmente da pressoché chiunque ha sempre bloccato ogni ipotetica velleità sentimentale. Nel sogno, però, il sentimento c'era e c'era eccome; un sentimento inespresso, ma non per questo meno intenso, quantomeno da parte mia: proprio perché inespresso, era stato condannato a non venir mai ricambiato.
Da questo scaturiva la mia angoscia. Una angoscia da cui non riuscivo a uscire in nessun modo, una sofferenza che mi attanagliava mentre la mancanza di notizie si susseguiva con ricerche sempre meno convinte.
Poi, alla fine, il dubbio risolutivo, la certezza di un'incertezza che in qualche modo scioglieva la tensione e mi permetteva di uscire dall'incubo: davvero ero innamorato di lei? O la mia non era, piuttosto, semplice empatia, l'umanissima sofferenza per le sventure di qualcuno che conosciamo, qualcuno che non possiamo considerare "un altro" di cui può lecitamente non importarci niente?
Questo dubbio mi ha svegliato; o, forse, era sempre stata questa la più grande angoscia che pativo durante il sogno. La poesia, scritta di getto, è stata vista e rivista e riscritta e ricorretta per una settimana, ma ancora non ho una risposta all'ultimo quesito.

venerdì 28 luglio 2017

Due anni dopo

Sono passati, mese più o mese meno, due anni da che ho interrotto la mia ultima relazione con una ragazza. Una relazione che a lungo avevo cercato, un prendi-molla di frequentazioni da innamorato con una friendzonatrice (perché la friendzone esiste eccome, quando lei non vuole una storia d'amore ma pretende che tu usi nei suoi riguardi tutte le attenzioni dell'innamorato) non disinteressata, un abbandonarsi e poi risentirsi che alla fine era diventato davvero una storia seria, ufficiale, e dannatamente tossica.
Una storia da cui per fortuna sono riuscito a svicolarmi in tempo, ma non senza danni. Anche a colpo d'occhio, eh: tanto è stato lo stress, che a seguito di quella scelta sofferta ma chirurgicamente necessaria ho messo su, nel giro di qualche mese, dieci chili che non riesco più ad abbandonare.

Una storia che mi ha fatto male, che mi ha lasciato più fragile di prima, ma che sarebbe stata foriera di conseguenze peggiori se avessi continuato a frequentare una ragazza incapace di assumere un punto di vista diverso dal proprio, che pretendeva per sé diritti non riconosciuti al partner.

La storia si è conclusa, ma nel cassetto delle memorie sepolte rimangono diversi ricordi. E, a due anni di distanza, nel cortile della casa al mare stanno rifiorendo le calle che lei aveva regalato ai miei. Una breve memoria che rimane ancora, meritevole di un attimo e nulla più, ma una memoria eternata dai cui effetti nocivi è duro liberarsi. Un haiku sofferto, che si trascina come gli strascichi di una parola sdrucciola.

Ma durarono
Più di te, nel giardino,
Le tue calle.


I fiori si rinnovano di anno in anno, gli amori no.
E, qualche volta, è un bene.



giovedì 8 giugno 2017

E, quando sono giù, poesie

Apparentemente, le cose non vanno tanto male, non peggio di quanto siano andate negli ultimi due anni almeno. Anzi, finalmente pare che qualcosa si stia muovendo davvero per le possibilità di insegnamento, e io stesso mi sono dato e mi sto dando una smossa per arrivare puntuale all'appuntamento.
Però è lo stesso uno di quei momenti in cui anche la più stupida delle idiozie sembra capace di farmi star peggio.

E, l'avevo detto e lo ripeto, pare che io non sia in grado di scrivere poesie se non quando sono: a) giù come una corda tagliata sull'abisso; b) innamorato senza se e senza ma come un adolescente fuori tempo massimo.
Il tempo massimo, a quanto pare, si è finalmente concluso, o forse ho solo un "periodo di lutto" post-relazione conclusa che dura più di due anni, non so. Fatto sta che se qualcosa ha stuzzicato la mia vena poetica, ultimamente più secca di un rio nell'arsura di agosto, è stata la tristezza esistenziale più che la speranza di un amore. Mi deprimo ai cambi di stagione, c'è poco da aggiungere.
Cerchiamo di tirarne fuori qualcosa, allora. Due poesie nate dalla stessa sensazione, forse l'una la continuazione naturale dell'altra.


Stridore impalpabile, un vetro sottile
Mi separa dal mondo,
Soffoca i venti e le brezze,
Spalanca lo iato fra me
E questa danza che voglio giocare.


Come un recluso
Inspiro il mio stesso fetore - La vita
La vivo davvero? O piuttosto
Ho timore di lei, dei miei sogni,
Di queste passioni che fiuto nell'aria,
Di dire, di urlare che: "L'amo!"?

lunedì 16 maggio 2016

Con gli occhi dischiusi

Sinceramente, invidio chi ne è capace, invidio chi riesce a lasciarsi tutto alle spalle. Con una stoccata di invidia mascherata da superbia, trincerandomi dietro la pseudocitazione da Voltaire, potrei dire che la felicità è qualcosa di raggiungibile tanto più rapidamente quanto più si è stupidi, che solo gli imbecilli non riflettono sul proprio passato, che costoro sono destinati a compiere di nuovo gli stessi errori, e tante altre sagge banalità.

Ma la verità è che in questo ultimo anno mi avrebbe fatto comodo la capacità di lasciarmi davvero alle spalle una relazione tossica, una relazione che a lungo ho cercato e a cui ho dovuto porre termine, nonostante ci tenessi tanto, per preservare quelle briciole di me che amo considerare "me stesso".
E invece, nonostante avessi chiuso, nonostante sia stato in grado di chiudere davvero con la persona, non sono riuscito a non chiudere fuori, assieme a lei, anche la parte di me che l'amava, la parte di me che ha il coraggio di amare e di farsi amare.
Si va avanti, ma il tempo andato ha trascinato con sé le sue occasioni perse.


Ho permesso
Che il tempo consumato
Consumasse anche i miei giorni futuri,
Rinchiuso in un presente di cristallo
Fragile
Guardavo il mondo da vetri scheggiati.

Giro di vita, giro di chiglia,
Lontano dalla parte di me
Donata per amore, perduta
Nei riflessi di un amore sbagliato.
Dare per donare,
Donare
Senza ricevere in cambio,
Abbandonare, e abbandonarsi.

Quante lune, solitarie, sofferte
Per capire, per comprendere e amare
Di nuovo se stessi
Ed il mondo di fuori? Alzo lo sguardo,
Non vedo orizzonti.
Soltanto le stelle, e la terra, il cielo.

martedì 22 dicembre 2015

Nel cuore della notte, i pensieri

Un'abitudine che mi è invalsa dai periodi più difficili è quella di chiamare "ora del lupo", con un chiaro intento di citazione, tutto quel lasso di tempo che va dalle due di notte in poi, quando se si è ancora svegli i pensieri si fanno più cupi e fantasmagoriani, l'ora dell'incubo, l'ora in cui il buio ti avvolge.

Un tempo, ero sempre sveglio per la mia personalissima "ora del lupo". Col tempo, acquisendo abitudini e ritmi più funzionali, ho smesso di rigirarmi nel letto fino alle tre del mattino. Ma qualche giorno fa, mi sono trovato ancora una volta sveglio verso quell'ora, e sveglio senza niente da fare, a rigirarmi nel letto senza un libro e senza una stanchezza tale che mi facesse addormentare (troppi caffè).
Questa poesia è nata così.


Sento l'ora del lupo, i suoi rintocchi
Nel petto. Ti conosco ormai, non temo
I tuoi artigli. Ritornino pure
Quei ricordi, quei lampi di pensieri
Condannatisi a dover ricordare.
Socchiudo gli occhi, oltrepasso la tempesta.


venerdì 4 dicembre 2015

Qualche verso strascitato

Sembra paradossale, ma forse non lo è: mano a mano che la tristezza e lo sconforto venivano meno, mano a mano che imparavo ad amare e apprezzare la vita così com'è, ad apprezzare me stesso e a trovare in me il mio stesso sostegno, senza doverlo cercare al di fuori in qualcosa o qualcuno - spesso nolente - da cui sarei dovuto dipendere, la mia verve poetica si faceva sempre più flebile. 
Ho smesso di scrivere poesia per qualcuno (qualcuna) o su qualcuno (sempre qualcuna, o meglio ancora alcuna), ho smesso di scrivere poesie su quanto fossi depresso, ho smesso di sentire il bisogno di celebrare in versi i rari momenti di felicità perché, semplicemente, diventavano sempre più frequenti.
Ho smesso di scrivere poesie. Potrei dire che molti versi li buttavo giù nei tragitti in pullman, e che è dannatamente difficile scrivere una poesia mentre guidi l'automobile, ma la verità è che forse la mia poeticità problematica si sta esaurendo. Non riesco a scrivere poesie, se non di storie fittizie, di tristezza o di amori, immaginati o reali che siano. Ora, le storie fittizie sono appunto tali, quasi sterili, esercizi di stile spesso discutibili e fini a se stessi; la tristezza, come dicevo, non è più la costante del mio sentire; e, per quel che riguarda l'amore, temo di essermi preso una pausa dal provare quel sentimento, quantomeno dal provarlo con l'intensità che caratterizzava anche il solo farsi rapire dagli occhi di una sconosciuta, e di essere al momento troppo pigro per cercare un amore come si deve.

In tutto questo, l'unico stimolo che mi ha fatto poetare davvero dopo *sei mesi* di pausa è stato la riflessione su come, presa finalmente la laurea magistrale, terminato quel corso di studi che è purtroppo durato più del previsto, ora davvero mi si spalanchino nuove possibilità che ancora non conosco, non ci sia un obiettivo chiaro e univoco per il futuro prossimo e il tutto sia dannatamente fumoso, almeno fino alla prossima scelta.
Ma, mi chiedo, queste sono sensazioni reali o mi sono sforzato di provarle perché era davvero troppo che non scrivevo una poesia?


Stanco,
Lontano,
Disperso fra i ricordi,
Rapito dai pensieri del domani.
Scrutando non scorgo il mio orizzonte.
La nebbia che mi avvolge, il cielo opaco.


sabato 13 giugno 2015

L'addio

Tutto quel che inizia finisce. Una frase così banale che compariva anche nel trailer di un film.
E allora cosa? E allora si va avanti, perché la vita va avanti comunque. Conservando i bei ricordi dei bei momenti, ma senza idealizzare ciò che di ideale non aveva poi tanto.
E, magari, ci si compone qualche verso ispirato.


Ardono fiamme di rosso scarlatto
Nel fuoco ogni passione si consuma,
Scompare. Fata di smeraldo
Il mio conforto.
Addio.

Solo cinque versi, sì; due endecasillabi non canonici, quindi un progressivo contrarsi del verso, una contrazione che lascia spazio soltanto a un definitivo saluto finale.
Fuor di verso, durante l'incontro che segnò l'inizio del (ri)accendersi delle passioni, lei mi donò un braccialetto, uno di quei braccialetti di tela che tanto si usano nelle estati, venduti da ambulanti vari. Sono passati circa cinque mesi da allora, e ancora ce l'avevo al polso, anche quando tutto è finito.
Fino a ieri.
Perché amo i gesti teatrali, no?
Perciò ieri il braccialetto è stato strappato a mani nude, strappato con forza come una corda che si spezza trascinando con sé l'amore, ed è stato gettato nel camino, fra i resti di un vecchio fuoco. Una abbondante dose d'assenzio rosso è stata versata sulla legna e sul bracciale, impregnandolo di aromi, ricordi e alcool.
E, mentre mi bevevo un assaggio di assenzio verde, la fata verde dei poeti andati, ho gettato un fiammifero nella pira dell'amore.
Sono rimasto a contemplare le fiamme fino a che non si son spente.
E' finita.

venerdì 27 marzo 2015

Di notte l'acqua che scorre

Ieri l'altro, di notte, mi sono trovato a stendere il bucato a mezzanotte meno venti; farà ridere, non lo metto in dubbio, ma è diventata un'occasione nella quale non speravo.

Perché nel silenzio quasi totale della notte (poi è arrivata un'automobile a turbare tutto e a rompere le scatole) si sentiva il rumore delle acque di un ruscello stagionale che scorre sotto casa, un fenomeno raro in questa zona della Sardegna, uno dei pochi risvolti positivi delle forti piogge di questi giorni che creano allagamenti e causano potenziali disastri. Il cielo era parzialmente sgombro di nubi, il tanto che bastava per vedere una falce di luna tanto radiosa da andare oltre il suo solito pallore.


E, mentre ero sporto dal balcone della veranda, ho parlato al telefono con la mia lei.

Appena sono rientrato in stanza mi sono buttato quasi di getto sul foglio, e questo è quello che ne è venuto fuori.


Al buio della notte solo tu
Nei miei pensieri, e nel cielo una falce,
Un filo d'oro. Ascolto in lontananza
La voce del ruscello. Un bacio, ancora
Un bacio, un bacio ancora.


Era un momento troppo bello per non immortalarlo in qualche modo, per non condividerlo con qualcuno.
Ne è saltato fuori un componimento breve, cinque versi appena: un endecasillabo tronco (che pone l'accento e l'enfasi sul "tu") seguito da tre endecasillabi canonici e da un settenario conclusivo che, con l'emistichio precedente, costituisce a sua volta un endecasillabo. Mi sembrava una clausola raffinata, ma ho esitato a pubblicare la poesia perché mi sapeva di qualcosa di già letto, temevo di averla inconsapevolmente copiata da qualche altra parte.
Alla fine, dopo qualche rapida ricerca, ho capito da dove proveniva: dall'Otello di Verdi, la prima (e una delle pochissime, non sono un estimatore del genere) opera lirica a cui abbia assistito. Incredibile pensare che qualcosa di simile sia rimasto nel sostrato della mia memoria per più di dieci anni. Ma, proprio per la sua provenienza, questa citazione non poteva che essere la clausola migliore per questa poesia.

martedì 10 febbraio 2015

Che cosa, cuore mio?

Tempi di impegni quelli attuali: resta ancora un esame da mettere in saccoccia e poi anche la magistrale sarà conclusa, ma tutto procede bene. Certo, lo studio mi ha impedito di dedicarmi alle attività creative da cui dipende il blog, e ho anche preferito affrontare hobby più rilassanti e meno impegnativi dal punto di vista della concentrazione.
Le partite di D&D non procedono, e dunque le cronache delle partite stesse ristagnano (anche per un parziale mio rompermi le scatole, va detto).

Ma, nonostante tutto, salta fuori almeno una poesiola.

Settantadue sillabe, sei dodecasillabi, il più che sia riuscito a mettere su carta e a reputare "degno di" di questi tempi.
Non che non mi siano venute in mente altre rime, altri giochi di parole, altri versi intrecciati con sentimenti e idee più o meno bislacche; ma, volle la sfortuna, quasi sempre mi sono venuti in mente quando non c'era carta a portata di mano. Magari guidavo, e decisamente non era il caso di inchiodare per fissare su carta i versi e sull'asfalto il sottoscritto; oppure ero a letto e pensavo, povero illuso, che al mattino la poesia che avevo sulle labbra mi sarebbe quantomeno rimasta in mente.
Talvolta ho perfino fissato su carta quel che avevo composto, e quando poi mi sono messo a rileggerlo mi sono sentito come una madre troppo obiettiva per essere fiera del suo lurido scarafaggio berciante. 
Intendiamoci: magari neppure questa poesia è chissà che, ma ho l'ardire di pensare che sia migliore di alcuni agglomerati di versi che ho tirato fuori di questi tempi.

E non può che saltarne fuori una riflessione più generale sul mio poetare.
In principio mettevo su carta ogni cosa, e solo perché l'avevo scritta io buttando giù versi su versi mi sembrava di aver creato chissà quale poesia inimitabile. Poi mi sono perso in una cura formale che col tempo ha finito per strozzare la mia stessa vena poetica; e quella vena poetica, che si alimentava di tristezza, pessimismo, depressioni, delusioni, fallimenti e qualche gioia isterica si è poi esaurita proprio quando stavo cercando di superare il limite che mi ero imposto, forse arrivando ancora una volta a essere schiavo della cura formale del non avere una forma da curare.

E ora rieccomi qua, con una poesia tutto sommato diversa da altre.
Autobiografica, pura poesia d'occasione? Questo, se permettete, lo tengo per me. In ogni caso non prendete sempre per oro colato quello che un autore dice di se stesso, l'io poetico non è l'io reale. Voglio dire, io mica mi sveglio all'alba ogni mattina. ^^

Che cosa, cuore mio, potrei cantare
Se non quel sogno ricorrente, quel nome
Che ogni notte mi si insinua nei pensieri
E quel volto, che ricerco in ogni viso?
All'alba, al mio risveglio, assieme al sole
Il nome tuo riscalda i miei ricordi.

sabato 20 dicembre 2014

Componendo dopo un drink

Già da un po' di tempo, da qualche mese in effetti, è mia abitudine inserire nelle uscite del sabato sera una entusiasmante pausa alcolica a base di Long Island Iced Tea.
Un bel cambiamento, se penso che un anno fa ero un astemio fatto e finito. Com'è come non è, anche questo sabato che pure non posso uscir di casa causa faccende domestiche da portare a compimento ho deciso di inserire una piccola pausa alcolica, approfittandone per perfezionare un mio drink personale a base di rum e verificare che sì, il succo di mandarancio ci sta bene.

E, udite udite, nei primi minuti in cui l'imbecille che sono avendo bevuto a stomaco vuoto era un po' "giulivo" mi è venuto di che tirar fuori, per la prima volta da mesi, materia poetica.
Oddio, "materia". Qualche verso, ecco, è meglio dirla così. Qualche verso sulla cui qualità sono il primo ad avere dei dubbi, qualche verso buttato giù da allegro andante, qualche verso in cui uso in libertà metri belli chiusi ed esprimo, in sostanza, un ottimismo di fondo che è forse sempre mancato alle mie poesie passate.

Che la mia vena poetica fosse legata in ultima istanza al pessimismo?


Bevvi quel nettare, il giorno moriva.
Mi chiesi che cosa,
Cosa, che cosa è cambiato al di fuori
Di me? Non lo so, eppure adesso
Traggo dai giorni ogni bene che posso,
Amo il presente, ed accetto il passato.
Il domani nascerà dall'oggi.

lunedì 20 ottobre 2014

Versi dalla spiaggia d'ottobre

E' ottobre. Sono passati due mesi dalle ultime poesie scritte sul blog, e ancor più tempo dagli ultimi versi che non fossero haiku.

Sarebbe insincero dire che in questi mesi non abbia scribacchiato nulla, supponente dire che abbia scritto qualcosa di meritevole.
La disposizione alla scrittura poetica è qualcosa su cui ci si può concentrare, ma in questo periodo ho preferito concentrarmi su altro. E, d'altro canto, di ispirazione pura e semplice ne ho avuto ben poca per diverse cose.

Com'è come non è, sabato sono andato al mare per quella che sarà presumibilmente l'ultima volta del 2014. E, non fosse stato per l'influenza, avrei anche fatto il bagno per quanto era ancora estiva la giornata.
Invece, sdraiato al sole, mi sono messo a comporre qualcosa di improvvisato ma non troppo.

Sorrisi di risacca, il cielo attorno
A me, abbracciato al bianco della rena.
Il sole in faccia, il vento sulla schiena.
Mare, con te per quest'ultimo giorno.

Dal punto di vista metrico ho usato unicamente degli endecasillabi con emistichi canonici, tranne nell'ultimo verso dove ho preferito un primo emistichio tronco e senza sinalefe che potesse funzionare per mettere in evidenza il rapporto quasi personale che in quel momento sentivo con tutta la situazione della spiaggia quasi deserta. Ho anche giocato un po' con gli emistichi, che nei primi due versi sono disposti a chiasmo.
A proposito di "giochi", è la prima volta da non so quanto che inserisco delle rime; la prima (-ena) mi è venuta quasi spontanea, e stavo quasi per eliminarla quando poi ho riflettuto su come, tutto sommato, avrei potuto comporre qualcosa di interessante con una rima incrociata.

mercoledì 16 luglio 2014

Haiku sparsi della prima estate

Che dire? Mi prende la letargia estiva? Vero. Ultimamente sto uscendo di più e sto avendo più impegni anche a casa? Più o meno vero. Ci metto di più a decidere come e dove fare il passo che non a muovere la gamba? Infinitamente più vero.

Perciò questo è un luglio poco attivo.

Perciò, nonostante ne avessi scritto quasi il doppio, quelli che mi sento di pubblicare oggi sono solo un numero ridotto di haiku; altri li trovo ridondanti, o raffazzonati, o non ispirati, o comunque non adeguati.
E, sotto sotto, invidio quelle persone per le quali qualsiasi boiata pensata da loro è in automatico perfetta così com'è.


Nebbia sul golfo,
Accarezza i palazzi
Voce di sogno.

Mi pare di aver scritto questa poesia grossomodo un mesetto fa, in un periodo in cui nominalmente era già estate ma ciononostante c'era ancora un clima non proprio "estivo".
In particolare, il golfo di Cagliari (su cui si gode di un ottimo scorcio uscendo dal mio paese) era avvolto da una nebbia inconsueta; nebbia che forse si mischiava con la mia stanchezza mattutina, dando vita a una visione quasi trasognata.
Che poi in realtà la nebbia non è neppure così rara nelle estati locali; è solo che non ci siamo troppo abituati.



Corona gialla
In capo al fico d'India
Ancora acerbo.

Alcune settimane fa ho fatto una passeggiata domenicale nelle campagne dietro casa; era già estate, ma non si era ancora nel periodo di arsura più cocente, e qualche fiore poteva ancora essere ammirato. In particolare, c'erano numerosi fichi d'India in fiore, non ancora maturi per essere mangiati ma forse molto più belli così di quanto non siano gustosi da cotti.
Poco potevo sapere di quanto tutta la zona sarebbe cambiata nel giro di ventiquattr'ore...


Tutto è bruciato.
Banchetto di cornacchie
La mia terra

Purtroppo, il giorno dopo la mia passeggiata campagnola, qualche bastardo ha appiccato il fuoco alle campagne sotto casa; soffiava il maestrale, e per dirla breve le fiamme sono state fermate ad appena qualche metro dall'isolato.
Martedì sono andato a fare un'altra passeggiata per vedere cosa si era salvato, e per quanto alcune zone siano scampate all'incendio i danni sono stati ingenti. In particolare, è stato molto triste vedere rapaci e cornacchie che volavano sulle zone andate in fumo per nutrirsi di qualche carcassa bruciacchiata.
Nello scrivere la poesia avevo pensato di inserire "un banchetto di corvi" al posto del "banchetto di cornacchie" (e se non fosse stato per il metro si sarebbe avuto "un banchetto di cornacchie"), ma alla fine ho optato per la scelta che vedete: in primo luogo perché esigenza di naturalismo e veridicità imponeva che descrivessi con precisione di quali uccelli si trattava, in secondo luogo per evitare una frase fatta di certo impatto ma nel contempo un po' falsa, in terzo luogo per dare veramente l'idea di quale è l'animale a cui un piromane può essere assimilato. Non un corvo, che ha una sua cupa maestosità, ma una cornacchia gracchiante.



Nuvole in alto.
Sembrano disegnare
Pagode in cielo.

E, infine, una poesia semplice e senza troppe pretese, un haiku nato ieri dalla meraviglia di un cielo terso nel quale grosse nuvole si stagliavano imponenti.



mercoledì 18 giugno 2014

Una manciata di versi per due piante in preda al vento

A onor del vero, va detto che chiamarle entrambe "piante" non rende giustizia a una delle due: per chi non lo sapesse, infatti, il pepe rosa cresce su un albero che può raggiungere anche dimensioni abbastanza ragguardevoli, ma all'ombra del quale non vi consiglio di riposarvi in quanto le bacche cadute tendono a sporcare *molto* i vestiti.

Ma suvvia, versifichiamo.


Ramo di pepe,
Saltella un passerotto,
Oscilla appena.


Sfuma nell'ombra
Il verde dell'incenso.
Ondeggia al vento.

lunedì 2 giugno 2014

Tre haiku

Il "progresso poetico", alla fin fine, va di pari passo con lo scrivere sempre meno: superare la fase del "qualsiasi cosa io scriva è troppo figa", addentrarsi oltre i cancelli del "più scrivo e meglio è", apprezzare il valore aggiunto di un verso sedimentato... e si spera, prima o poi, che questa abitudine acquisita allo scrivere (si spera!) meglio porti allo scrivere meglio senza divenire poetastri troppo afasici.
Non so se sono arrivato già alla fase dello scrivere meglio, di certo sono sono ancora in preda a una discreta "afasia poetica" dato quanto poco mi riesce di scrivere e "sistemare".


Intempestato
Giorno, cala una notte
Orba di luna.

Qui, lo ammetto, c'è il latinismo e anche in forma ampliata; magari non tanto attestato in Italiano, ma di certo preferibile al dannatamente banale "tempestoso"; e c'è anche un giochino ai limiti dell'ellenistico, in quanto solitamente a essere definita intempesta (o intempestata) era la notte, non il giorno.


In questo azzurro
Ali nere in volteggi
Senza confini.

L'idea originale, qui, era chiudere col verso "senza fine"; ma, sfortunatamente, l'accento cadeva sulla terza e non sulla quarta sillaba. Avrei potuto aggiungere l'articolo magari, e trasformarlo in "senza una fine", ma l'effetto sarebbe stato molto meno incisivo e avrebbe smorzato il nesso su cui tanto puntavo come chiusura della poesia; in definitiva, "senza confini" richiamava lo stesso concetto e per comune terminazione si associava ai volteggi del verso precedente.
Un secondo problema che ho affrontato per questa poesia è stato quello relativo alla ripetizione della preposizione "in". Scrivere "ali nere, volteggi" non mi andava bene: avrebbe distinto in due momenti l'immagine mentale degli uccelli in volo, mentre la percezione era stata continua - avevo preso coscienza delle ali degli uccelli mentre vedevo il loro volteggiare, senza alcuna soluzione di continuità. Ho provato dunque diverse soluzioni per eliminare la preposizione iniziale, ma nessuna era d'effetto come quella che alla fine ho scelto di mantenere. Perché, dopotutto, la sensazione che ho cercato di porre in versi è stata quella di alzare lo sguardo e, aguzzando la vista da fotofobico, vedere le sagome degli uccelli stagliate contro il cielo terso; il doppio "in", pur essendo una fastidiosa ripetizione, rende bene l'idea di questo aguzzare lo sguardo.


Di nuovo, ancora
Quel sapore perduto,
Notti d'estate.

Avrei voluto che il sapore fosse "dimenticato" anziché "perduto", ma la metrica era stringente: un gusto si sarebbe potuto dimenticare, non un sapore. Il sapore si poteva perdere o scordare, ma il "sapore scordato" era, oggettivamente, inascoltabile. Sì, l'avrei anche potuto obliare, ma l'effetto sarebbe stato troppo straniante: volevo un lessico tutto sommato quotidiano, che richiamasse l'idea di un qualcosa non raro e sfuggevole di sé quanto piuttosto messo troppo a lungo da parte.


PS: che stia percorrendo la via dello "scrivere meno, lavorarci di più" me lo conferma il fatto che per una cinquantina di sillabe stiracchiate abbia scritto righe su righe di giustificazione delle diverse scelte.

mercoledì 9 aprile 2014

Eri...

In definitiva, a parer mio la vera discriminante fra prosa e poesia sta nell'impiego dei versi: anche se decadi di letteratura di consumo - certamente fruibile ma spesso elaborata quanto una mela al naturale - ci hanno abituato a pensarla diversamente, la cura formale e l'impiego di figure retoriche non sono certo proprietà esclusive della poesia, così come in tanti casi è "poesia" quella che non esibisce affatto un lessico forbito. La corrispondenza fra forma e contenuto, più o meno l'ABC della letteratura, rende possibile tutto questo.
Ovviamente, ciò non vuol dire che basti andare a capo a sentimento (per non dire di peggio) per far poesia; ci deve essere un effetto, ci deve essere un qualcosa che giustifichi quella scelta formale dell'andare a capo. E quando si riesce a far tutto ciò, a "mettere tutto quel che serve senza metterci nulla di inutile" restando all'interno del metro, si può produrre qualcosa di veramente alto.
Più spesso, ovviamente, si va a capo "seguendo il cuore" (o magari il quore con la q), o si inserisce qualche parolina per far tornare il verso col metro - del resto lo faceva anche Omero o chi per lui, siam forse noi più capaci di Omero o chi per lui? No, ecco.

Talvolta, come in questo caso, si prova a far qualche "esercizio di stile" per migliorarsi.


Eri nel vento
Quando scompigliava le nubi in volo,
Quando col soffio agitava i capelli.
Eri nel sole
Quando splendeva, e abbassavo lo sguardo,
Quando celava il tuo volto, velato.
Eri nel cielo
Lontano e presente, amabile agli occhi,
Sfuggevole al tocco, a baci e carezze.
Eri la luna,
Cantata nei versi, la luna incostante
Che mostra il sorriso celandoti il volto.
Eri nel sogno.


Alternandoli ai quinari, ho voluto giocare un po' con gli endecasillabi fino a trasfigurarli quasi senza colpo ferire in dodecasillabi.
E vado molto fiero del passaggio "la luna incostante che mostra il sorriso celandoti il volto", sappiatelo.

lunedì 24 marzo 2014

Come un'alba di disillusione

Ho accennato ieri a queste due poesie, ideate e limate durante il fine settimana lungo a Milano (incidentalmente, la stazione di metropolitana più vicina a dove stavo era quella di Lima).
Sono scritte in endecasillabi non canonici, anche se per alcuni versi rimandano al mio periodo più "ingabbiato" dal punto di vista metrico, dato che per mancanza di quaderni a portata di mano le ho trascritte con la tastiera del cellulare proprio come facevo abitualmente i distici a struttura esametrica.

Il grosso limite dell'usare questo metodo anziché un foglio di carta e una penna o una matita (penna nera nel mio caso) è che si è costretti a effettuare subito qualsiasi scelta sapendo che essa non potrà coesistere con le alternative se non nel proprio pensiero: i messaggi di testo, per ora, non hanno scritte interlineari o scolio o note al margine, e anche nei programmi di videoscrittura che permettono di adottare una o più di queste soluzioni c'è sempre una "impaginazione principale" rispetto alla quale le altre non sono alternative, ma tutt'al più varianti.
Questo è uno dei motivi, probabilmente, per cui una poesia con carta e penna mi porta via molto più tempo per essere scritta mentre quando mi affido al qwerty (splendido nome parlante in labiovelare che porta a un livello mai visto l'onomatopea) del telefono i versi sembrano quasi venire da soli, specialmente se hanno una struttura metrica stringente.

Non che sia una sorpresa, in effetti: le tecnologie attuali, con la loro immediatezza, richiamano molto di più la dimensione dell'oralità anche quando fanno affidamento alla scrittura.

(e ora, finalmente, le poesie)


Pallidi sogni, la neve si scioglie
In lacrime alla luce del risveglio.


Due soli versi. Raramente ho scritto così poco ma, anche se mi sembra vi sia qualcosa di grossolano dal punto di vista degli effetti, mi pare che non ci sia nulla da aggiungere.


Ci baciavamo nell'assenzio, un tempo;
Quei giochi di lingua, quei dolci morsi,
Ricordo d'una vita scapigliata
Che non fu mai veramente la mia.
Ma tu, tu mai, neppure nei ricordi
Di vite passate, mai, mai le labbra
Intrecciate nei giochi dell'amore,
Mai le carezze dal brivido intenso.
Mai, solo l'ombra soffusa d'un sogno
Irreale, solo nuvole al vento.


Una confessione: a poesia ultimata, in questo caso, ero tentato di riscriverla in dodecasillabi per partire con "ci baciavamo nell'assenzio, noi due"; mi sono però ricreduto pensando a come, bene o male, le ripetizioni continue creassero nella seconda quartina un andamento peculiare che si infrangeva nella calma disillusa e vagamente nostalgica del distico finale.
Il tema, come si capisce abbastanza chiaramente, è una riflessione e quasi un bilancio di due amori conclusi, dei quali solo uno è stato corrisposto.

domenica 23 marzo 2014

I rimorsi dei sogni, una breve poesia

La poesia in questione è stata scritta diversi giorni fa, parecchi giorni fa in effetti. Prosegue coi miei tentativi di riprendere in mano l'endecasillabo canonico per uscire da quella 'autoghettizzazione metrica' in cui ero in qualche modo andato a infilarmi, ed è in linea con il mio tentativo di evitare d'ora in poi i versi e le parole inutili, tutti quegli orpelli che nulla aggiungono e, nulla aggiungendo, molto tolgono all'efficacia di una poesia.


Sospeso fra i ricordi e la vergogna
Il tempo si consuma in un abbraccio
Di memoria. Ma quale è la condanna,
E quando la quiete, e dove il sogno?


Il tema di questi quattro versi richiama da vicino gli ultimo che ho pubblicato sul blog (ma non gli ultimi che ho scritto), ovvero il rapporto conflittuale col proprio vissuto e con le memorie che sfumano fino a confondere realtà e immaginazione, mentre ancora viene difficile perdonarsi per gli errori compiuti.