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domenica 27 agosto 2017

Sogni inquietanti di sabato notte

Questo aggiornamento del blog non è qualcosa che avessi pensato o previsto; avevo sì in mente di scrivere qualcosa, ma pensavo che sarebbe stato un che di diverso. Purtroppo, ho la mano sinistra molto indolenzita e devo rinunciare per un po' alla pittura, con la conseguenza di non poter fornire aggiornamenti modellistici, e non ho ancora finito di rivedere la poesia che avrei voluto pubblicare.

Per fortuna, la notte mi ha portato un inquietante consiglio: un incubo molto fastidioso e disturbante, una potenziale tragedia che poi si risolve in farsa, se non altro la testimonianza di quanto un sogno possa essere angosciante e rivoltarsi in commedia.

E no, prima che ve lo chiediate proprio ieri non ho fatto baldoria in alcun modo, non c'è nessuna inesistente sbornia alcolica a cui imputare il sogno, frutto unicamente di quegli strani passaggi mentali che ci prendono di tanto in tanto e producono novità interessanti collegando frammenti di ricordi e di idee in un


Incubo di una notte di fine estate.

(immagine totalmente a caso)


Non sapevo come fosse iniziato, quando presi a interessarmi a lui era già un personaggio noto in tutta la comunità, uno su cui solo la mia ritrosia nell'approcciarmi al contemporaneo mi aveva impedito di informarmi a dovere.
E che personaggio che era! A tutt'oggi penso che nessuno sappia da dove avesse avuto origine, per quanto il solo pensiero che possano esisterne o esserne esistiti altri come lui è abbastanza per farmi accapponare la pelle. Era venuto alla civiltà abbandonando una zona boschiva, forse luogo di indicibili esperimenti o sede di antiche civiltà, dopo che qualcosa lo aveva risvegliato dal suo sonno millenario, ultimo della sua specie; o, quantomeno, questo era quello che lui sosteneva. Non lo si poteva definire umano, né assomigliava a qualsivoglia altra creatura della cui esistenza l'uomo avesse mai avuto sentore; impacciato e strabordante di obesità, più ombra che carne, si era dimostrato subito un abile conversatore, rapido nel padroneggiare la nostra lingua e capace di accattivarsi le simpatie di tutti. Quasi di tutti.

Qualcosa, in lui, non mi convinceva; non era il solito personaggio del momento, l'atteso fenomeno dell'estate, il cantante destinato a sparire nell'oblio dei suoi epigoni, la moda passeggera da mettere nello scatolone del dimenticatoio fino alla prossima mania del vintage. No, ero sicuro che ci fosse qualcosa di inquietante nei suoi modi affabili, che la sua melensa cordialità nascondesse in realtà un ingegno molto più sinistro. Egli, che aveva sempre fame, veniva invitato a tutti i più esclusivi banchetti che si tenevano nella città, dove la crema della società si deliziava del modo in cui, fra una osservazione sagace e un forbito complimento, questa reliquia vivente divorava le più elaborate pietanze come se fossero listelli di patatine fritte nell'olio stantio di un qualche fast food.

Mi interessai a lui perché, d'improvviso, la sua fame insaziabile iniziò a generare dei frutti: dalla materia organica che fagocitava avevano avuto origine uno stuolo di esseri antropomorfi, come lui più ombra che carne, quasi sagome o sacche di oscurità tenuta in piedi da un'esoscheletro di nera notte. Da pochi che erano, gli esseri divennero sempre di più, una visione comune nelle sere cittadine, quando già uscivano dai loro nascondigli diurni e ancora la pallida luce del tramonto permetteva di scorgerli.
Come il loro progenitore, anche questi esseri erano famelici e insaziabili; ma, a differenza di ciò che li aveva generati, non erano attratti da pietanze raffinate quanto dalla carne, tiepida di sangue, di tutto ciò che in città respirava e viveva. Le prime sparizioni passarono inosservate: senzatetto, immigrati e altri "invisibili" a cui nessuno aveva mai prestato reale attenzione. Forse, se fossimo intervenuti allora sarebbe ancora stato possibile evitare le peggiori conseguenze; come se lo sterminio discreto degli ultimi non fosse già una terribile, disumana conseguenza.
La ferocia delle progenie esplose apertamente quando ogni maschera di benevolenza scomparve dal volto grottesco e indefinibile dell'entità che le aveva messe al mondo. Ben presto le strade furono affollate dalle loro sagome mute, i pochi che ancora si venturavano fuori dalle abitazioni facile preda di quelle ombre nere che li fagocitavano e divoravano, senza lasciare un solo resto dei miserabili e sfortunati pasti. La notte sembrava non avere mai fine, e forse il giorno era ormai un ricordo lontano di tempi migliori, di quando la luce non era più l'ambito sprazzo di un lampione malfunzionante ma un ambito dono che  noi sciocchi davamo banalmente per scontato. Vivevamo barricati ai piani superiori delle nostre case, le porte sprangate e gli occhi vigili a indagare dalle finestre, come mesmerizzati dall'incomprensibile schema delle ombre che camminavano lente fuori dai nostri cortili, una minaccia muta e costante.

Qualche temerario osava uscire nei balconi, per vigilare meglio e altrettanto inutilmente sulle onnipresenti sagome; io ero fra questi, sprezzante di un pericolo che non correvo, troppo timoroso per affrontare realmente le creature della notte.
Nel tempo libero mi ero sempre interessato di esoterismi e mitologie varie, sia reali che fittizie, e dei vari sogni e deliri nei quali gli uomini avevano nel corso del tempo riposto la loro fede e speranza. Il soprannaturale, per me, era finito per diventare un banale luogo della mente, un insieme di cognizioni e nozionismo inutile al cui studio mi dedicavo per meglio comprendere l'uomo, l'animale che quelle favole aveva elaborato; non avevo mai escluso la possibilità che ci fosse in almeno alcune di quelle leggende o visioni un che di reale, ma semplicemente avevo sempre ritenuto e ritenevo ancora che, nel momento in cui si fosse palesato come reale, il soprannaturale avrebbe smesso di essere tale e sarebbe entrato a buon diritto fra i fenomeni naturali, percettibili e studiabili del nostro mondo.

Eppure, perfino uno scettico disilluso come me era costretto a riconoscere l'innaturalità di quegli esseri di tenebra che ci tenevano prigionieri, invisibili e famelici carcerieri d'ombra. Le armi avevano fallito, poiché non esiste lama per quanto affilata, proiettile per quanto rovente, che possa fendere l'oscurità e impedirle di riformarsi nuovamente. La luce del sole ci aveva protetto, ma ora la tenebra era la sola sovrana del nostro mondo.
Posto davanti a un fenomeno di tale portata, mi trovai come tutti costretto a rivedere quelle posizioni che davo per assodate: non un diavolo ci aveva condannato con le sue illusioni tentatrici, non un dio era intervenuto per salvare gli eletti e i devoti, non una voce aveva risposto a suppliche e preghiere, non un patrono aveva accettato le offerte dei disperati. I teologi e i sacerdoti giacevano, muti, in preda allo sconforto, tacevano per non dar voce alla disperazione di chi scopre, nel momento del bisogno, di aver consacrato se stesso a un'illusione.
Tuttavia, fra le mie molte e diverse letture, c'era forse stato qualcosa che ricordava l'orrore in cui eravamo precipitati. Non ricordavo di preciso il testo, ma ne ricordavo l'autore, e ricordavo come nel cosmo di cui egli parlava ci fosse un'entità suprema, un sovrano immondo e innominabile che, cieco e folle, incuteva timore in tutto l'esistente. L'esistenza degli esseri di tenebra sembrava aver dato improvviso credito e privilegio di veridicità a quelle che, fino ad allora, mi erano parse semplici storie e novelle dell'orrore.
Superata l'infanzia, non ero mai stato timoroso di entità e dei: uomo fra gli umani, umanista fra gli uomini, non consideravo la blasfemia una colpa, non più di quanto considerassi un peccato l'insulto a una qualsivoglia opera dell'ingegno umano. Per quanto le mie esperienze recenti mi avessero costretto ad ammettere la veridicità di almeno una di quelle favole nere, pure non sarebbe stato certo il rispetto per una divinità oscura a fermarmi: non ne temevo l'ira, non temevo di pronunciare il Suo nome invano, ma contavo sul fatto che esso fosse in grado di incutere timore alle entità che, in qualche modo, al Suo potere doveva l'esistenza loro e del proprio genitore.

Ero nella veranda del piano superiore di casa mia, a scrutare la strada illuminata appena da un lampione semifulminato, quando questa epifania mi colse, la rivelazione che forse esisteva un modo per tenere a bada le creature. D'improvviso seppi cosa potevo fare per combattere gli esseri d'ombra, e come lo potevo fare.
Fissando uno degli esseri, mi sporsi dal balcone; congiunsi le mani e poi le spalancai a formare la figura di un quadrato, prigione di quattro mura, le portai davanti al volto e, con voce tremante, sussurrai il nome del dio-che-non-è-un-dio attraverso il segno che stavo tracciando; il mio respiro divenne luce, un lampo abbagliante che scaturì dalle mani e andò a investire la creatura, sciogliendo la sua nera corazza e liberando il mondo dalla sua inquietante sembianza.
Il mio gesto folle e disperato aveva avuto successo, il nome del sovrano, del demone-dio muto, era stato sufficiente per colpire con l'anatema ultimo le progenie dell'ombra oscura e ingannatrice.

Ero euforico: ripetei lo stesso assurdo gesto e l'improbabile rituale in direzione di ogni altra entità che riuscissi a scorgere; sempre dal quadrato delle mie mani balenava un rapido lampo, sempre in quella luce accecante le ombre scomparivano per non mostrarsi mai più. In poco tempo, tutto il circostante fu libero da quelle creature e il cielo sembrò finalmente tornare a brillare diurno come non faceva più da non sapevo quanto tempo.
Non avevo ancora parlato a nessuno della mia scoperta, e fu con orgoglio e folle gioia che entrai dentro casa per informare i miei familiari del mio successo, per dire loro che l'assedio era spezzato, che la battaglia era vinta e che saremo stati finalmente in grado di difenderci, riconquistando agli esseri umani la città strappata dalle grinfie delle tenebre.
Lo stupore fu grande, così come lo scetticismo iniziale, ma ancor più grande fu la contentezza nel sapersi finalmente liberi. Ricordo che festeggiammo, ma non ricordo come; forse con uno di quei banchetti per cui la nostra città era giustamente famosa, quelle pantagrueliche tavolate a cui tante volte si era seduto, ospite d'onore, l'essere da cui la nostra disperazione aveva avuto origine.

Proprio per via di questa gioia, immane e festosa, il risveglio nell'incubo fu ancora più traumatico. I miei gesti avevano forse richiamato la luce e scosso le ombre, ma non erano stati capaci di annullare il nucleo di materia a cui si aggrappavano per infestare il nostro mondo.
La luce le aveva spaventate, ma ancora una volta le oscure creature risposero al richiamo del loro progenitore, e presero forma di incubo portando nuovamente le tenebre. Ancora una volta, alla pallida luce dei lampioni potevamo scorgere le loro sagome, ed essi erano ora dei giganti, ombre umanoidi di dimensioni inumane racchiuse nel nero brillante di un'armatura oscura.
Non sapevo, e non volevo sapere, se più entità si fossero coagulate in quei nuovi esseri, o se invece esse fossero cresciute nutrendosi degli euforici illusi usciti allo scoperto ai quali la mia apparente vittoria aveva indotto una vana speranza.

Ora le creature ci guardavano negli occhi, scrutavano le finestre delle nostre case con volti ciechi e beffardi, superavano con le spalle quelle balconate da cui ci eravamo sentiti sicuri a osservarle non visti. Ci barricammo nuovamente, e ci sentivamo sicuri, ma per quanto?
In maniera inattesa, uno degli esseri fece infine il passo successivo, e mostrò che non più era vincolato alle lunghe ombre sottili del terreno: con gesti lenti ma inarrestabili l'entità si arrampicò sul nostro balcone, il suo corpo nuovamente tornato a dimensioni umane, e con un incedere cupo si diresse verso una porta. Feci appena in tempo a serrarla a chiave che l'ombra della sua mano inconsistente era lì, ad armeggiare sulla fragile maniglia.

Ormai il gesto ritualistico di prima sarebbe stato inutile, ne ero certo.
Ero stato sconfitto, le mie risposte folli vane quanto le preghiere dei pochi tenaci credenti che ancora riponevano fede in una conclamata menzogna. Non c'era più spazio per l'inquietudine: la disperazione più completa mi attanagliava con tutta se stessa.
Era finita; io - e tutto il mondo con me - ero finito.

La salvezza giunse, alla fine, quasi posticcia e inattesa, imprevedibile. Non la fede, non la luce, non gli scongiuri poterono dissolvere definitivamente le creature, ma il più apparentemente innaturale dei fenomeni naturali: la radioattività.
C'era, nella città, una vecchia centrale nucleare, relitto di un'era energetica passata, fonte di rischi e preoccupazioni che solo il nuovo orrore era stato capace di farci dimenticare. La radiazione è onda e particella, come la luce; ma, a differenza della luce scaturita dal nome impronunciabile e dai miei gesti, le radiazioni dei materiali impropriamente accumulati presso la centrale si rivelarono capaci di sciogliere definitivamente l'esoscheletro degli esseri oscuri e di farne svanire le carni d'ombra.
Scorie radioattive in mano, quanti si erano in precedenza asserragliati nella centrale riconquistarono la città strada per strada, quartiere per quartiere. Assieme alla sua prole, scomparve sotto le onde radioattive anche l'enigmatico essere dal quale quello strano incubo aveva avuto origine.
Non ero stato io a salvare la città, anche se forse - mi dicevo - il mio impegno aveva suggerito ad altri la via da seguire.


Drammatizzazione e scrittura elaborata e citazionistica sì, questo è stato il mio sogno della scorsa notte. L'ennesimo sogno inquietante, ma il primo realmente orrorifico che ho avuto da diverso tempo a questa parte. Le reminiscenze lovecraftiane direi che sono palesi, motivo per cui ho cercato in alcuni tratti di scimmiottare proprio la prosa del Solitario di Providence, ma il tocco comico del flash con le mani per dissolvere i mostri è un chiaro riferimento all'altra ispirazione del sogno, qualcosa di dannatamente giallo, televisivo e pop.
Se la commedia è quel genere letterario in cui la situazione, inizialmente critica e disperata, va in direzione di un ribaltamento e di una felice risoluzione, allora suppongo che il mio possa essere definito un sogno comico.
Al di là di tutto, potrebbe offrire un'ottima ispirazione per diverse avventure con diversi giochi di ruolo.
O, se non altro, potrebbe essere una buona lettura per una pallosissima domenica pomeriggio di fine agosto.

lunedì 16 giugno 2014

Qualche pensiero su un vecchio quaderno.

Non c'è molto da aggiungere, se non che sciaguratamente la situazione è tale per cui poco mi riesca di fare, anche sul versante "cose pubblicabili sul blog".
Qualche notte fa, preso da un ghiribizzo di insondabile rimbecillimento notturno (ogni idea, di notte tarda, è ottima; non fosse altro che perché ti ci dedichi anziché dormire, e deve per forza essere buona), ho messo mano a un quaderno ricevuto in regalo per la laurea, un quaderno che per anni non avevo praticamente toccato. E ho preso anche una penna nuova, intenzionato ad associarli come mezzi per una espressione scrittoria che, avendo un qualcosa di "dedicato", sembrasse ai miei occhi qualcosina di più.
Perché sì: se un tempo condividevo e usavo per inorgoglirmi qualsiasi vaccata scrivessi, ora come ora è altissimo il numero di parole e versi che scrivo e cestino.
Le riflessioni che ne sono nate, tuttavia, più che sulla scrittura di per se stessa si soffermavano sul supporto usato...
(specialmente perché era l'una del mattino quando ho preso in mano la penna, ecco)



Che cosa, in questi due anni? Polvere, nient'altro che polvere, quel modo un po' ambiguo in cui preserviamo le cose importanti condannandole a una lenta morte-in-vita, giudicandole troppo preziose per ricevere il modesto onore del loro uso destinato.
L'uso, appunto: ha scopo ciò che non viene usato, se tutto in esso è finalizzato all'uso? Non è forse questo male inteso onore il modo più alto per privare di importanza un oggetto?

Interrogativi, e menzogne a me stesso. Perché non un mal riposto senso di rispetto, non una sconfinata ammirazione mi hanno spinto – ti hanno spinto, quaderno – verso questo baratro di risibile soprammobileria – è una parola? Ora lo è.
È stato il ricordo di cui è portatore, la persona a cui è associato, a destinare l'oggetto alla solitudine di una mensola.

Keepsake, una parola molto più adeguata del suo corrispettivo nostrano. Keep sake, for sake's sake – e non sono del tutto persuaso che sia un caso se ciò suona come un'ode a un alcolico.
Può un dono divenire autonomo rispetto al donatore? Può un quaderno non nuovo ma come nuovo tenuto, intonso ancora – o quasi, c'è la tua firma dopotutto –, può una penna nuova che fino ad oggi si incupiva nel cassetto in preda all'inutilizzo, possono essi segnare un punto di svolta in una china fatta di parole scritte e cancellate subito dopo, vergognandosi talvolta di averle anche solo concepite?



Se fossi una persona differente, se non avessi reti sinaptiche di ricordi concatenati che mi inchiodano come un tonno da mattanza, questo sarebbe solo un quaderno. Un quaderno con una carta molto buona, un quaderno dalla copertina rigida forse appena un po' pacchiana, ma di quel pacchiano tutto sommato piacevole a vedersi.

E invece, invece no. Perché sono quel che sono, perché sento ora il verso di una cornacchia e di colpo è tutti i versi di tutte le cornacchie che ho ascoltato e visto da che ho memoria, è tutte le sensazioni che ho provato in tutti quei momenti, è tutti i ricordi di tutte quelle esperienze legate all'idea di “cornacchia”.
Perciò no, questo quaderno non è solo – né, forse, potrà mai essere – un quaderno.
È una chiave che spalanca porte di ricordi, è un cancello che si sgretola liberando ciò che celava, è un golfo di memorie amare.


giovedì 29 maggio 2014

A metà fra il sogno e la coscienza di sé

Quello che segue è un piccolo pezzo che ho scritto cinque notti fa, mentre il sonno stava per sconfinare nel sogno e la veglia si faceva sempre più esile assottigliando la razionalità.

Ho cercato di ritoccarlo il meno possibile per mantenere immutata la sua carica originale; una carica molto assonnata forse, ma non priva di suggestioni.


La malinconia è sempre la stessa, poiché sempre gli stessi sono i venti che soffiano e sbraitano dando vita alla tempesta in balia della quale mi contorco.

Ho perduto le vele, il sartiame mi si avvolge come le spire del flagello divino attorno a un novello Laocoonte, i remi sono stati spezzati da onde troppo impetuose perché la mia esile barchetta potesse non ribaltarsi. Ed eccomi qui, aggrappato coi polmoni all'ultima bolla d'aria sempre più asfissiante che si consuma sotto lo scafo del cielo capovolto, lottando con tutto me stesso per non cedere e non lasciarmi andare all'obliato abbraccio delle profondità abissali spalancate sotto di me.

La salsedine brucia le ferite, e le cicatrici dell'animo mi sfigurano fin dentro ai ricordi. Che cosa vedo nello specchio d'acqua infida, cosa che valga la pena salvare? Mi trascinano al fondo le pietre tombali al collo dei miei sogni.


Dal punto di vista formale, lo stile si basa molto su una costruzione a frasi parallele "imperfette", dove una delle due (tipicamente l'ultima) è enormemente più lunga della prima, come un qualcosa che non vuole accennare a finire. L'effetto è quasi insopportabile, come se tante cose si affastellassero assieme opprimendo il nostro senso del comprendonio.
Potrei fare lo splendido dicendo che era tutto voluto, ma la verità è che quando ho scritto ero troppo fuso per pensare qualcosa di quanto segue. Per cui delle due una: o ho talmente interiorizzato certi principi retorici di base da riuscire ad applicarli in automatico... oppure sto solo cercando a posteriori di giustificare qualcosa scritto con uno stile "da posteriore".

venerdì 18 aprile 2014

Vite nel vento

Le nostre vite sono come gli intrecci delle foglie che danzano nel vento.
Proprio come le foglie, le vite si sfiorano e si uniscono e si congiungono e si allontanano senza sosta, talvolta seguitando con apprensione la fuga d'altri, talaltra accettando lo scorrere e l'inesorabile crescita d'una distanza un tempo colmabile dallo sfiorarsi delle dita, lo spalancarsi d'un abisso un tempo imponderabile.

Persone che sono state parte integrante della nostra vita se ne allontanano come le più remote delle comparse. A volte si allontanano, a volte ci allontanano, e altre volte ancora siamo noi che le allontaniamo. Perché anche noi, nella vita degli altri, siamo comprimari che possono diventare comparse, esili foglie che aspirano all'essere coprotagonisti in un copione mutevole e impietoso.
Il vento e la vita ci trascinano, ci avvicinano, ci fanno sfiorare e poi ci spingono lontano, in un arazzo etereo e mutevole che nessun ritrattista potrebbe mai fissare su tela, poiché è nel divenire mutevole e incostante che si trova la sua più intima essenza.

E quando il soffio ci ha spinto lontano dalle foglie con cui condividevamo la danza, quando altre ne abbiamo allontanato noi stessi, inconsapevoli o per disegno cosciente, quando ancora siamo lontani da quelle che diverranno le nostre compagne di volo e ci troviamo, soli, nell'occhio del vento, viene da chiedersi se quell'ululato sofferto provenga dallo stesso vortice che ci trascina o non risalga piuttosto dalle nostre gole di animali feriti.

giovedì 3 aprile 2014

Spendere se stessi nella trappola dei costi irrecuperabili

Da quant'era che non pubblicavo sul blog un pezzo di prosa che non fosse collegato a un qualche gioco di ruolo?
Da più di tre anni, a quanto pare. Un intervallo più che ingiustificabile, temo. Perciò spero che, alla luce di tale colpa, appaiano cosa da poco tutte le pecche di questa non troppo breve riflessione mezzo metaforica su un problema forse troppo comune.


Conosco questo effetto, conosco questa situazione – ci sono passato tante volte, in effetti. Come tutti.
La sapiente scienza economica, l'arte del consumare capitali per non bruciare il profitto, ha trovato un nome per la situazione che vivo e che noi tutti viviamo o abbiamo vissuto, più o meno inconsapevoli, tante volte. È la trappola dei costi irrecuperabili, il baratro in cui precipiti quando pur avendo puntato su un investimento fallimentare continui a buttarvi denaro non potendo accettare di aver sperperato il capitale iniziale. Trappola dei costi irrecuperabili appunto, ché per quanto tu ci investa mai ti sarà possibile trasformare in business remunerativo un tale fallimento; continuerai anzi a dissipare le tue risorse, sprecandole per trasformare un buco nero nel tuo personale e irrealizzabile Eldorado. Più tardi accetterai la situazione in cui ti trovi, maggiori saranno le perdite sofferte prima di uscire dalla trappola dove troppo a lungo hai indugiato credendola un fertile bacio d'amante.
Un fertile bacio d'amante, già.
Ovviamente, l'essere consapevoli di questo rischio non deve essere, né di certo è per gli economisti, un verghiano invito a non tentare l'intentato crogiolandosi nell'ineluttabilità dell'immobilismo; è semmai un monito a saper distinguere l'investimento su cui bisogna insistere da quello che allo stato attuale delle cose è un puro e semplice spreco. E qui si nasconde l'illusione, la trappola dentro la trappola: perché è facile, dannatamente facile convincersi che i tempi stiano maturando, che le cose stiano cambiando e che presto la tendenza si invertirà, che basterà tener duro per ancora qualche tempo in modo da poter finalmente arrivare a cogliere quei frutti dolci e succosi che a lungo sono stati sognati, quei frutti sodi ora acerbi che secondo disfattisti e malelingue non matureranno mai.
Ma quanto, quanto a lungo l'illusione può confondere e ingannare la logica? Verrà prima o poi il momento in cui anche il più inarrendevole dei sognatori dovrà accettare l'irrealtà della propria chimera – o no? O non la finirà piuttosto come la più comica delle macchiette, quel vecchio tutto pelle e ossa con la barba incolta e il cappello a tese decisamente troppo larghe, quel vecchio minatore che in ogni western si ostina ancora a scavare nella propria concessione certo di avvicinarsi ogni giorno di più alla proverbiale vena d'oro?
C'è qualcosa che affascina nella figura del vecchio scavaterra: la sua tenacia, la sua fiducia nei frutti salvifici della fatica ostinata sono indubbiamente esempi da seguire, nessuno vorrebbe gettare la spugna e la piccozza a trenta centimetri dalla vena d'oro. Ma se non vi fosse invece alcun tesoro da portare alla luce? L'ostinazione del minatore diventerebbe allora risibile, ogni virtù positiva trasfigurata nel suo essere latrice di fatica inutile e speranze mal riposte. Il vero dramma del nostro vecchio è che lui non può mai sapere come andrà a finire, se vi sia davvero dell'oro nel suo terreno o se egli stia invece dando la caccia ai luccicanti riflessi di un sogno irrealizzabile.
Lui, come tutte le macchiette stereotipate, non cambierà mai: continuerà a cavar roccia dalla terra, poiché quello è il suo unico ruolo nell'economia del racconto. Ma noi? Quanto ci mettiamo noi ad accorgerci che l'oro non si trova lì, che mai quei frutti matureranno e mai potremo coglierli per suggerne il dolce nettare, quanto ci metterò io ad accorgermene?
A livello razionale, in realtà, lo so già da tempo; da tempo avrei dovuto cogliere una pietra tombale dalla mia cava delle disillusioni per mettervela sopra. E l'ho fatto in effetti, l'ho fatto diverse volte. Ma non è mai morto ciò che soggiace in eterno nei nostri sogni, e in particolari momenti si può scordare anche ciò che diamo per assordato.
Perché la speranza, in profondità, cova sempre; perché dopotutto quello a cui aspiravamo ieri continua a essere una delle nostre aspirazioni dell'oggi. Perché ci diciamo che magari la nostra vena d'oro è proprio lì, stavolta le piogge e il tempo hanno eroso il terreno e magari basterà una picconata, massimo due, per farla venire alla luce; e anche se oggi non trovassimo niente, ogni colpo in più sarà pur sempre un colpo in meno da dare per raggiungere finalmente quel tesoro tanto agognato dal nostro cuore. Abbiamo faticato così tanto, certo il da fare è ormai poca cosa rispetto a quanto l'ha preceduto; abbiamo investito così tanto, certo i costi che dobbiamo affrontare ora sono nulla rispetto al già speso, quei costi irrecuperabili che verrebbero irrimediabilmente persi se ci arrendessimo proprio ora.
E ci sforziamo di ignorare quel tarlo che rode il sogno, quel pensiero disilluso che ci spinge brutalmente ad accettare una realtà sgradevole: se tanto abbiamo già fatto, se tanto abbiamo già faticato senza ottenere nulla è probabile che non ci sia proprio niente da ottenere. I nostri sforzi fino ad ora sono stati vani, poiché cercavamo l'oro dove non c'è che fango, perché aspettavamo che maturassero i frutti d'una pianta sterile e rinsecchita. Non troveremo nulla, non ci sarà nessun coronamento dei nostri sforzi: il tempo e le energie impiegati sono stati sprecati, la nostra tenacia risibile ostinazione d'un pazzo visionario.
È stato tutto inutile, non potrò mai rivivere gli attimi dei giorni che ho trascorso a cercare il nulla, non potrò mai decidere di annullare quel che ho compiuto.
Ma possiamo decidere di uscire dalla trappola, possiamo decidere di accettare d'aver perso quel che è andato sprecato, possiamo decidere di porre un sigillo definitivo a quel capitolo della nostra esistenza – e andare oltre. Non è una resa, non si tratta di gettare la spugna: si tratta di comprendere con umiltà che non sarà la nostra ostinatezza da sola a rendere possibile l'impossibile, si tratta di rinunciare alle illusioni per abbracciare nuovi sogni.

Per abbracciare quei sogni che, un giorno, potranno restituire il nostro abbraccio.

sabato 12 febbraio 2011

Frammento numero cinque

Questo è, attualmente, l'ultimo frammento che ho scritto.
E' una riflessione su quel che comporta la crescita, e sullo scoprirsi piano piano sempre più simili all'adulto che si diventerà.
L'ho scritta nero su bianco solo un mese fa, ma è un'idea su cui medito da tempo.


Verrà il momento, lo so. Se, come spero, i miei anni non si concluderanno prima, anche per me verrà quel tempo.

Si cambia un po' ogni giorno, e una parte di noi muore quotidianamente: solo gli idioti vedono il mutare come qualcosa di delimitato da un inizio e da una fine.
Eppure -è innegabile- in ogni cambiamento c'è un attimo, un brevissimo istante nel quale il processo, prima impercettibile, si palesa e i suoi effetti iniziano a emergere preponderanti rispetto al passato e alle loro stesse cause. È il momento nel quale ciò che era smette di essere, e soccombe a ciò che sarà e che già è; è il vertice del mutamento: il cambiamento continuerà, ma la via è già tracciata e nessuno sforzo o miracolo potrà resuscitare il passato.
Il me stesso passato.

L'adolescenza è l'età dei sogni, degli ideali, delle vele gonfie di ambizione spiegate al vento illusorio di un destino sofferente. È il periodo dei contrasti, del desiderio spasmodico e dell'impeto eroicomico di finta individualità, è il periodo suggestionabile e colmo di orrori in agguato del sogno ad occhi aperti. Ma il sogno finisce, e raramente è profetico.
Quando l'adolescenza passa, e poco a poco ci si scopre ogni mattina più simili all'uomo che al ragazzo, dei sogni di un tempo restano solo i cocci e qualche pallida rappresentazione, sbiadita come un sole di cartone gettato a terra in un giorno di pioggia. E i tuoi compagni di sogni, questi fratelli di speranza, non sono immuni a tale disincanto.
L'amico dell'infanzia? Eccolo, fucile in mano, soldato per scelta di disperazione, abbonato a un destino che lo condannerà a dispensare morte con la stessa distratta malagrazia che un giorno scandirà lo scoppio della sua ultima ora.
Lo spirito affine? Inserito, anche troppo bene, nel fango di un tempo dove ora sguazza come un pesce d'altura; metterà la testa a posto e si laureerà prima dei venticinque anni, a trenta metterà su famiglia e a quaranta divorzierà a causa di una giovane amante, naturalmente pagando alimenti a moglie e figli. Un destino già scritto e illustrato lungo il muro di cinta del tempio di Santa Banalità Borghese, protettrice di chi ha smesso di sognare.
E l'allievo, la tua speranza, quello che speravi di formare? Eccolo lì, perso in un tentativo di evasione dal dolore della realtà mediante il più squallido dei rimedi, il più banale dei mali, con il cervello sempre più sfumato man mano che il fumo stesso diventa il suo piacere massimo e il principe della sua anima. I suoi sogni non moriranno poco a poco come i tuoi, no, si avvizziranno e cadranno a terra solo per essere conservati, squallidi fiori affumicati, in una teca al museo della gioventù bruciata.

Il dolore è misto alla malinconia, perché sai di non essere da meno. Il tuo destino non è quello di un assassino a pagamento, sicario del potere, no; e non sei neppure un iniziato alla via del pescecane, promettente cenobita dello squallore chiamato società; e di certo nessuno ti può chiamare schiavo dei vizi, poiché hai finalmente imparato a dominarli.
Ma anche tu sei cambiato, e qualcosa si è rotto anche in te. Lo sai bene dopotutto, sai bene che un oggetto riparato non è un oggetto nuovo e che neppure il collante più saldo ripristina l'antica unità frantumata: resteranno sempre le linee di rottura, suscettibili al minimo urto e pronte a sfaldarsi come rughe di dolore.

Lo so bene, sì.
So che non sono più quello degli anni passati, e so che non posso ignorare questo cambiamento fingendo di riedificare un me stesso ormai trapassato.
Ma che cosa sono, chi o cosa diventerò, questo mi è ancora ignoto. È mio destino rinnegare tutti i miei ideali per disperazione? O sarà la banalità del mondo a reclamarmi a sé? O, forse, toccherà anche a me gonfiare di illusione i miei sogni fino a perdermi nel vuoto della coscienza?
Non lo so. Posso solo sperare che quel nucleo di identità, l'infinitesimale e onnipresente sistema di ideali e conoscenze, pensieri e speranze che considero “me stesso” continui a costituire il centro gravitazionale del me stesso futuro. Posso solo sperare, un domani, di poter fissare il mio volto allo specchio vedendo, oltre i tratti somatici alterati dall'età e da chissà quale futuro estetico oggi imponderabile, un uomo di cui l'adolescente che sono stato e il giovane adulto che sto diventando sarebbero andati fieri.
Una speranza umile, in apparenza. O forse no. Lo ignoro. Continuo a reclamare, nello svanire dei sogni al risveglio nella dura realtà, il mio diritto di restare sempre me stesso contro ogni avversità e seduzione del mondo.

mercoledì 2 febbraio 2011

Frammento numero quattro

Ho scritto questo frammento, il primo da lungo tempo, negli ultimi mesi del 2010.
Forse, è il più "teorico" che abbia mai scritto. Si tratta, in un certo senso, della mia risposta alla comune idea di un "disegno" dietro all'esistenza umana.


Ci diciamo che tutto si sistema, che ogni filo si annoda con gli altri e che ogni nodo viene al pettine, quasi che ogni tessera, gettata disordinatamente sul tavolo e rimestata da una concatenazione di eventi caotica e truffaldina, finisca inevitabilmente per sistemarsi al suo posto, tracciando un disegno già progettato da una qualche non meglio precisata volontà.

Menzogne, nient'altro che menzogne.
Per ogni tessera che trova il suo posto, una cade dal tavolo fin dentro all'oblio; per ogni nodo che si scioglie il groviglio di un altro fagocita quel che gli sta attorno, e per ogni filo congiunto uno si agita fino a perdersi, inerte, senza uno scopo. Può essere rimosso dall'arazzo senza pregiudicarne in alcun modo la trama e il senso, poiché il senso è quel che sempre gli è mancato.

Mentiamo a noi stessi: alla ricerca spasmodica di un segno, di un disegno d'insieme nel quale riconoscere il nostro percorso vediamo un senso nella tempesta e mille vascelli nelle nuvole del cielo che la anima. Ma nessuna nave solca i venti, lo sappiamo, ed è il nostro occhio a ingannarci facendoci riconoscere forme note e gradite nel continuo mutare. Siamo noi a voler essere ingannati.
Ogni ritratto è un insieme di segni; l'incarnato più realistico alla fredda osservazione di una lente si rivela essere nient'altro che linee o macchie di colore sporco, ben lontano dall'infinitudine di vita e cellule che dovrebbe rappresentare. Siamo noi a dare un senso a questi segni, a vedere nelle curve e nei fori del marmo le forme di una dea, a riconoscere noi stessi in tanti microscopici puntini di tre miseri colori mischiati fra loro. Ma senza un occhio che li osservi, i ritratti restano macchie e convenzione, linee abbruttite e disarmoniche, lontane dal ritmo placido della natura reale.

Come ci inganna l'occhio, così ci inganna la mente. Come vediamo nell'intrico di colori che compongono un quadro le forme di un uomo morto da secoli, identificandolo per quel che sarebbe dovuto essere e non per quel che è stato, così vediamo nella concatenazione degli eventi che plasmano le nostre esistenze un disegno tangibile che ci riguarda, abito costruito attorno alle nostre colpe e alle nostre ambizioni. Sogni e illusioni, nient'altro che sogni e illusioni.

Ricostruiamo a posteriori un senso e un progetto la cui ineluttabile necessità deriva dal suo essersi già verificato: ricollochiamo noi stessi le tessere già cadute dove è rimasto un pertugio adeguato, limandone e spuntandone alcune col ricordo in modo da poterle inserire nella posizione che ci sembra erroneamente più consona. Indovini del passato, divinatori dell'accaduto, ci convinciamo talvolta di aver individuato il senso di questo grande progetto immaginario perché riusciamo, in virtù di un caso fortuito, a prevedere l'esatto andamento di un evento futuro. Ma, per ogni banalità necessaria che eleviamo ad attuazione della nostra volontà divinizzata, ignoriamo a bella posta dieci sorprese spiacevoli e impreviste.

Attribuiamo alla casualità e all'imprevedibile flusso di eventi, concatenati fra loro dal puro accidente e da un labile rapporto di causa ed effetto, la maestosità di un grande progetto. Sia dio a volerlo, la matematica a richiederlo o l'uomo a imporlo, quel che accade non è mai senza ragione ai nostri occhi, mai.
Abbiamo bisogno di convincerci dell'esistenza d'un progetto, di un disegno, per sfuggire alla minuta realtà del nostro essere: come una macchia sulla tela, così noi abbiamo senso solo all'interno di un disegno. In assenza di esso, siamo solo un'imperfezione, un velo di sporcizia, un aborto di quadro mai dipinto.

Ci è dato costruire il nostro destino, ma non a posteriori con opera di facile postprevisione e falsa sapienza: è l'avvenire che dobbiamo edificare, traendo da noi stessi la forza per fare di tutte le macchie-uomo un unico, grande ritratto sulla tela terracquea che ci troviamo ad occupare. Dobbiamo farci forza di lasciare alle tessere, cadute a caso nella pioggia degli avvenimenti, solo il pertugio stabilito, quello che le forzerà a creare un disegno, ora sì, prestabilito. Solo così ci sarà realmente un quadro d'insieme, solo così si vedrà realmente l'attuazione di un qualche progetto preesistente e non desunto a posteriori.

Tutto il resto è illusione, o vana speranza disattesa di umili uomini che si credono posti al centro dell'universo.

martedì 28 dicembre 2010

Frammento numero tre

Ed ecco, come preludio ad alcune poesie che posterò nei prossimi giorni, il terzo dei miei frammenti.

Scritto a novembre 2008, potrebbe essere definito una "riflessione urbanistica", una serie di pensieri su quel che sono e su cosa possono rappresentare certi vicoli quasi fuori dal mondo che si incontrano inaspettatamente, quasi fossero in agguato, in tutte le città.


Basta voltare un angolo, e ti ritrovi là, in vicoli ignari della magnificenza presso la quale scorrono.

Strade antiche, dimenticate, dove dal macadam sporge ancora l'antica grazia di un sampietrino, abbracciato alla bruttura incatramata dell'oggi.
Le case sono alte, nella loro vecchiezza, più alte di molti monumenti alla modernità che vediamo celebrati ogni giorno come templi di divinità assenti. E sorgono vicine, intimamente affiancate dalla mente di una schiera d'artigiani che ignoravano l'austera spaziosità, quasi asettica, dei nostri giorni.

Il rombo delle auto sparisce, e i grandi palazzi di cristallo e ferro al carbone, zolfo del nuovo inferno, sono nascosti dalle piccole ma ostinate casupole dove la povera gente viveva, e vive ancora. Sembra di essere altrove, in un altro tempo, in un mondo che ormai sopravvive solo qui, nei cuori affranti e solitari delle piccole città.

Le grandi città hanno eliminato queste loro arterie, le hanno sacrificate sull'altare del moderno per ingraziarsi un qualche dio capriccioso, o ne hanno predisposto l'assassinio con sapienti veleni, quasi a liberarsi di un parente scomodo con cui dividere chissà quale eredità.
Alcune città hanno reciso queste loro vene per far spazio a nuovi, complessi miracoli della scienza, si sono private della vita vera, naturale, per dipendere d'ora in poi da una macchina impersonale, che ha reso esse stesse impersonali e false nella loro maestosa artificiosità. Altre città hanno compiuto il sacrificio in nome di una riconciliazione che passa per l'annientamento del diverso, un deserto chiamato “pace” dal popolo con la baionetta puntata contro la schiena. E in altre città le piccole stradine sono state sostituite da grandi viali, inconsci della storia che hanno distrutto, favoriti dai potenti perché meno inclini a ribellarsi e ad essere complici di barricata per coloro che ormai non vi abitano più.

Ma in questi vicoli la modernità arriva trafelata, di soppiatto, quasi vergognandosi di essere se stessa: un'antenna televisiva, nuovo cantore di arte vacua e vanagloriosa, si fa timidamente strada fra i mattoni e i muri che hanno preceduto la sua nascita di secoli e secoli; un campanello, odierno monumento all'immediatezza mediata, sembra quasi stonare di fianco alle porte dove il battacchio fa ancora bella mostra di sé.

Queste stradine non sono fatte per le automobili: sono state concepite in tempi in cui anche il carro era un lusso, uno che probabilmente nessuno dei residenti poteva permettersi; non conoscono il marciapiede, perché allora tutto il mondo era il marciapiede di un uomo non costretto a tutelare se stesso dalle proprie creature di alluminio e petrolio, quasi fosse una specie in via d'estinzione.
Pure, le automobili si fanno strada sul macadam, sostando un po' impacciate nelle vie troppo strette. Un'altra auto non potrebbe passarci, ma non è un problema: nessun veicolo passa in questi vicoli, e se anche ci passasse lo farebbe per fermarsi qui, di fianco alle altre auto, in un divieto di sosta eroicomico nel suo sfidare un'autorità totalmente disinteressata al luogo in cui il necessario misfatto è perpetrato.

È un attimo: svolti l'angolo, e dal vicolo arrivi al tronfio viale, altare dei suoi tempi stantii, che una saggia autorità ha voluto costruire di fianco al cuore pulsante della città. Una grossa, autocelebrativa arteria che incanala il flusso sanguinario delle automobili e dei turisti estasiati lungo la via degli organi amministrativi in putrefazione; ma il cuore della città è un altro.
Il cuore della città è un groviglio di brevi canali stradali, meno belli e meno appariscenti delle vie celebrative del potere, ma molto più veri: in esse il passato è una asettica e fragile ricostruzione, in vendita al primo arrivista; nei vicoli del centro, il passato vive ancora, è padrone di se stesso e amico degli uomini tutti.

Abbiamo dimenticato il passato, ne abbiamo fatto una statua da riverire mentre ce ne freghiamo sommessamente, ma il passato vive ancora; e ci sarà, probabilmente, anche dopo di noi, anche quando i nostri templi alla vanagloria saranno infranti dal tempo, inclemente.

domenica 19 dicembre 2010

Frammento numero due

Anche questo secondo frammento è stato scritto nel 2008.
E potrebbe probabilmente urtare la sensibilità di alcuni.

In sostanza, esprime il punto di vista di un umanista ateo (molto in piccolo dal punto di vista morale, io) davanti alle critiche e alle accuse di quanti seguono una religione trasformata soltanto in occasione di guadagno e strumento del potere.
Di certo, non è politicamente correttissimo. Ma non voglio che lo sia.


Sì, dio è morto.
Non l'ha ucciso questo o quel pensatore, e non l'hanno ucciso coloro che ne hanno riscontrato la morte. E non l'abbiamo ucciso noi, noi che viviamo consapevoli all'ombra del suo cadavere in putrefazione.

Siete stati voi.
Voi, che con le vostre parole fasulle di lode fraudolenta ne avete fatto un altro, l'ennesimo burattino nelle vostre mani, l'ennesima banderuola spiegata al vento del vostro orrore. Siete stati voi, voi che avete sporcato la sua perfezione con la volubilità delle vostre brame, con l'incostanza delle vostre pulsioni.

Siete voi, voi che impallidite di finto raccapriccio, voi che inveite indignati di una rabbia crudelmente vera contro di noi, noi che annunciamo a tutto il mondo l'avvenuto decesso di quel corpo putrefatto che vi ostinate a inalberare quale vessillo delle vostre perversioni, ombra minacciosa su quanti non la pensano come voi. Avete aperto la mente di un dio ormai morto, e l'avete riempita della vostra empietà; avete messo il vostro interesse al posto del suo cuore, proferite le vostre bestemmie con la sua bocca.

Voi, che chiamate relativismo, e la disprezzate, la nostra discrezione, ed elevate la vostra a saggezza. Voi, che tacciate di empietà la nostra coscienza, ed elevate le vostre bugie al rango di verità rivelata.

Siete voi, siete sempre stati voi. Voi ci avete tolto quanto era nostro, ci avete privati del nostro lume trapiantandolo in quel cadavere, il cui puzzo ormai basta a stento a coprire il fetore del vostro essere. Ci avete defraudati, chiamando sovversivi quanti si opponevano al vostro latrocinio e pazzi visionari quanti lo denunciavano.

Ma anche voi siete caduti, siete voi i dannati. Avete alimentato il vostro idolo con la vostra umanità, copiosa quanto mai è stata quella che strappaste, e ancora strappate, dai nostri corpi per mantenere l'orrida finzione con cui vi ammantate di pietà.

Siete grandi, sì, e volate alti, alti quanto gli angeli che pretendete di essere, alti quanto i nostri pensieri a cui avete strappato le ali per montarle sulle vostre spalle, parodia delle vostre stesse ambizioni.

E le vostre fila sono quanto mai folte: burattinai senz'anima, burattini privati della vista in una tenebra che spacciate per luce divina, contribuiscono entrambi alla vostra causa.
Voi siete molti.
Il vostro fetore richiama quanti non si inginocchiano davanti al cadavere che fingete di adorare, e il loro numero ingrossa le fila dei vostri.

Ma un cadavere non è vita, un cadavere è rigida necrosi e decadenza inarrestabile. E le nostre scintille pulsano e ardono nel petto del vostro burattino in capo. Si rivelano a chi sa guardarle, e la verità ineffabile che è di tutti noi, che era di tutti voi prima che ve ne privaste volontariamente offrendola in sacrificio a tutti gli incubi del vostro inferno, brilla più delle tenebre che ammantate di luce.

Voi siete molti e noi siamo pochi. Ma voi vivete nella menzogna, per noi è forza la verità.
Voi chiamate verità i vostri inganni, ma ignorate e tentate di nascondere la realtà dietro alla parola.
Voi fingete di adorare un dio, ma lo umiliate di giorno in giorno con godimento sempre maggiore.
Voi tacciate noi tutti di empietà, ma siete voi i veri empi.

Noi sappiamo vedere la vera realtà divina, che non si trova in un cadavere morto da ere, ma palpita negli uomini, è grande con loro, esiste in loro, in noi che la vediamo levarsi.
Esiste in noi, in tutti noi e in nessuno di noi, da solo. Esiste con noi, con noi tutti, ed esisterebbe anche con voi, ma voi l'avete ripudiata: avete ucciso in voi il dio che era di tutti, e in tutti, per crearne uno che fosse solo vostro e mugugnasse di piacere nello scoprire le vostre malefatte.

Tenetevi il vostro cadavere. Esso è infinitamente più piccolo quanto più infinitamente lo volete grande, e tanto più impotente quanto più riverite la sua supposta onnipotenza.

Il nostro dio è fallace, come noi tutti; il nostro dio è limitato, come noi tutti. Ma il nostro dio sa andare oltre i suoi limiti, sa superare se stesso, perché noi siamo il nostro dio, noi tutti. Non uno, elevato da voi a miraggio di cartapesta, ma tutti gli uomini assieme sanno essere dio. Un dio che soffre, che spera, che sa amare e migliorarsi. Un dio disperso, usurpato, ma vivo.

Un dio che vi giudica, e che non teme le vostre menzogne, poiché noi siamo verità.

venerdì 10 dicembre 2010

Frammento numero uno

Ho deciso, a partire da oggi, di pubblicare sul blog anche un nuovo genere di testi che, pur scrivendo da anni, sono sempre stato molto restio a far circolare.

I primi di questi testi risalgono al 2008 e, collettivamente, li ho chiamati "frammenti". Frammenti perché, pur essendo tutti in prosa, hanno ciascuno tematiche e caratteristiche formali proprie.

I frammenti sono, complessivamente, delle riflessioni personali. Risalgono a periodi diversi, ma hanno tutti in comune l'essere nati da un'impressione, un'idea, un frammento di immaginazione dilatato in breve testo.

Nelle prossime settimane, cercherò di pubblicare i diversi frammenti che ho scritto fino ad ora.


Il primo frammento risale al settembre del 2008; l'ho pensato quand'ero in vacanza, mentre la trascrizione risale a qualche settimana dopo.

La furia di Achille ebbe il suo aedo: eternata da parole immortali, la memoria è sopravvissuta nelle ere.
La sua furia non avrà un aedo.
Gilgamesh eternò la sua stessa impresa, impressa in una stele che svetta fra le tenebre dei millenni perduti.
Egli sa che non potrà fare altrettanto.

La sua ira sarà senza cantore, e le sue parole si perderanno nel vento del tempo, flebili come un sussurro: si perderà la memoria di colui che è stato veramente, e resterà soltanto un ricordo distorto, un'oscura leggenda tramandata da subdoli nemici come storia buona solo a spaventare i bambini e screditare i sovversivi.

Egli lo sa.
E questo alimenta la sua ira: non sarà la parola, non sarà il verso, non sarà la pietra né la pergamena a tramandare le sue gesta. Saranno le sue gesta a tramandare se stesse.
Dove non arriverà il messaggio arriveranno le opere. Per questo raddoppia le forze, per questo alimenta l'ira con la furia, in un'aristia che non ha fine.

Piange di rabbia e freme, sa che di lui resterà solo un'ombra, poiché il gesto è muto: come un gigante di pietra, non testimonia altro se non se stesso. La sabbia del tempo si deposita su di esso, lo corrode, e dagli eoni emerge solo una sagoma scalfita e infranta, impossibile capire chi o cosa fosse, chi l'abbia costruito o perché. Resta solo lui, l'enigma, l'evidenza e lo stupore, forse l'ammirazione per chi ha saputo concepire qualcosa di tanto maestoso.

Ma la sua furia non è maestosa, non esiste carneficina che lo sia. Uccide, mostro fra i mostri, belva fra le belve, e si distingue dai caduti solo per la sua tenacia.

Esistono ragioni per la sua ira. Motivi e ragioni ineludibili, ed essa è ineluttabile come la morte, forse è la morte.

Egli sa; conosce le ragioni, e le conoscono i suoi avversari.
Ma le ragioni si perderanno, senza memoria: la ragione viaggia con la parola, la ragione è nella parola, e la logica del suo agire non trasparirà dalle gesta, pur grandiose, che sta compiendo. Di esse resterà solo l'orrore presente, eternato nel futuro.

Non gli è data la grazia dei vinti. Per Ettore caduto furono versate lacrime, e continueranno ad esserlo. Turno vive, fra i vinti tutti, nella memoria di quei vincitori che sanno vedere il cupo circolo della fortuna, nella memoria di quanti vedono nella rovina altrui il sopraggiungere della propria.

Ma egli sarà vincitore, oggi. Padrone del campo, abbattitore delle fila nemiche.

E vinto.

Unico, realmente vinto, schiacciato dai secoli che gli impongono il silenzio e lo privano della ragione agli occhi della posterità.

E sapendo questo, egli ride; una smorfia appena fra le lacrime, e il sangue.