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martedì 22 agosto 2017

Scrivendo ad occhi chiusi

Il malessere è relativo.

E' relativo al punto di vista o, più correttamente, di sofferenza: "il dolore degli altri è dolore a metà", dopotutto, e anche l'empatia ha un limite, quand'anche è presente.

E' relativo alla capacità di sopportazione di colui che soffre: quel che per un cucciolo di predatore è un innocuo buffetto, per un bambino umano è una cocente punizione, scriveva Kipling.

Il malessere è relativo alla percezione, mai assoluto, non c'è sofferenza a cui alcuni non riderebbero in faccia, sprezzanti, o per cui altri non desidererebbero una qualsiasi via di uscita, anche estrema.

Soprattutto, però, il malessere è relativo allo iato, al contrasto, allo stridore che si crea fra aspettative e realtà percepita: anche il più assiduo alcolista tossirà quando, aspettandosi un bicchiere di banalissima acqua, si ritroverà a tracannare invece dell'acqua di fuoco.

Maggiore è questo iato, maggiore è il malessere, peggiore è la sofferenza che esso provoca.

E in mezzo a una voragine di iato, ci siamo noi che ci affanniamo, tesi, come squartati, nel cercare di ricucire lo squarcio, evitando l'inevitabile slittamento fra le nostre aspettative e la realtà empirica che la vita ci sbatte in faccia ad ogni respiro.
"Il dolore del crescere, benvenuti nel mondo degli adulti"; la solita frase fatta, sentita mille volte; molto spesso da parte di persone che, con una preparazione inferiore a quella del soggetto cui la rivolgono, hanno ottenuto un lavoro molto più appagante di quello a cui il "sofferente" potrà mai aspirare. Ma si parla di sofferenze, non di modelli di sviluppo sul breve periodo o di ipoteche poste sui propri figli per mantenerli con la propria pensione.

Il problema, appunto, è che la sofferenza dipende dalla capacità di sopportazione del singolo. E, per tante cose, la mia è agli sgoccioli. Da tempo, in verità, lo è da tempo; a volte va meglio, a volte va peggio, a volte va molto peggio.
Apparentemente, la situazione è rosea come le dita di un'aurora omerica: sono un laureato di secondo livello, con triennale e magistrale nel settore della mia passione, finalmente si sta sbloccando la situazione lavorativa per il settore dell'insegnamento e già ora, come docente privato, vengo apprezzato dai ragazzi e dai loro genitori. Le mie passioni ludiche hanno raggiunto il punto di autoalimentarsi, con i proventi della DM Guild riesco a prendermi i manuali di GdR, le miniature o i videogiochi che mi interessano; sto riuscendo a completare miniature che sono rimaste non dipinte per anni e anni. Ho degli amici coi quali vedersi e chiacchierare davanti a una birra o davanti a un caffè, o anche davanti a una pizza o a un cocktail se è per questo. Ho predisposto tutto affinché la mia carriera lavorativa mi porti in una grande città, un contesto che preferisco al quasi-bucolico isolamento del paese vicino al capoluogo isolano, satellite attorno al centro di un decentramento minore.
Eppure, non riesco a trovare soddisfazione: guardo ciò che ero e non sono più, ciò che vorrei essere e non riesco a raggiungere. Un tempo pesavo dieci chili di meno, riuscivo a fare venti piegamenti sulle braccia di fila sollevando le mani da terra a ogni ripetuta, reggevo mille salti con la corda di fila e qualche minuto di contrazione totale; ora non conto neanche le paia di pantaloni in cui non entro più. Vorrei essere in grado di scrivere i miei articoli di gioco in un inglese migliore, di dipingere in maniera migliore, di scolpire in maniera migliore. Vorrei essere capace di lasciarmi alle spalle le esperienze negative, di uscire dal vicolo cieco del malessere. Vorrei, alle porte dei trent'anni, avere un lavoro che mi renda autonomo e indipendente, capace di vivere dove e come voglio senza dover fare affidamento su nessuno.

Ho visto persone contente di sé e dei propri fallimenti ritratti come trionfi, sono forse troppo cinico e disilluso per rimodellare i miei ideali su di me stesso.

Pretendo troppo? Sì, a quanto pare.
E, da queste mie pretese nei confronti di me stesso, nasce il malessere che mi consuma e che mi paralizza.


Dall'esterno, le soluzioni sono lì a portata di mano: basta tenderla e ci si arriva. Dall'esterno, peccato che io mi muova dall'interno di me stesso.

E' difficile parlarne, è difficile scriverne. Sono riuscito a tirare fuori quello che è forse il nodo del problema, a renderlo comunicabile e percettibile, spero, anche per chi sta all'infuori di me, solo scrivendo ad occhi chiusi.


Una frase buttata su di un foglio, sgraziata e difficile da comprendere per chi non l'ha scritta, una frase con note forse incomprensibili che si intrecciano nel problema anziché districarlo.

Non
perché, se è completo, portato a termine, è saṃskṛto, e che non lo sia implica che non lo sia io
paralisi Completo Paralisi, speranze di desideri disattesi
Quello
Che
Desidero
Perché
Temo
mi deluda deludere me stesso, il massimo timore

Una gioia fittizia, unico svaaago Uno svago fittizio, unica gioia



venerdì 17 marzo 2017

Audaci pirati: l'etimologia di un sogno romantico

Pressoché tutti, quantomeno nell'infanzia, hanno subito il fascino della figura dei pirati: romanzi inglesi come L'isola del tesoro (Treasure Island) o nostrani come i cicli salgariani di Sandokan e del Corsaro Nero, fumetti prima e poi cartoni giapponesi come Capitan Harlock e One Piece, assieme a tante altre opere, hanno contribuito a fare dei coraggiosi e fracassoni razziatori dei mari un'icona dell'immaginario collettivo.

Chi, per Carnevale, non si è travestito da pirata almeno una volta?

Non di certo io, qui ritratto nei panni di Friedrich Bruhnsson, pirata delle Indie orientali.

L'idea del pirata ispira sempre una sorta di spavalderia, di noncuranza dell'autorità, di libertà estrema dai vincoli sociali e culturali. Una libertà che può essere, e spesso è, criminale, ma una libertà che spesso è positiva poiché contrapposta a una autorità assoluta e oppressiva: quelli che ammazzano sono i pirati cattivi, ma esistono anche i pirati buoni che combattono l'autorità e gli stessi pirati malvagi.

Perché il pirata, anche quando ti cattura e ti tiene prigioniero, è una simpatica canaglia con cui scherzare.

Celebre l'episodio di Giulio Cesare, reduce dalle sue avventure omoerotiche con Mitridate, che viene catturato dai pirati.

"Non passò però molto tempo che [Cesare] s’imbarcò di nuovo, ma giunto al largo dell’isola di Farmacusa fu catturato dai pirati, che già allora dominavano il mare con vaste scorrerie e un numero sterminato di imbarcazioni. I pirati chiesero venti talenti per il riscatto e lui, ridendo, esclamò: «Voi non sapete chi avete catturato! Ve ne darò cinquanta». Dopodiché spedì alcuni del suo seguito in varie città a procurarsi il denaro e rimasto lì con un amico e due servi in mezzo a quei Cilici, ch’erano gli uomini più sanguinari del mondo, li trattò con tale disprezzo che quando voleva riposare gli ordinava di fare silenzio. Passò così trentotto giorni come se fosse circondato non da carcerieri ma da guardie del corpo, giocando e facendo ginnastica insieme con loro, scrivendo versi e discorsi che poi gli faceva ascoltare, e se non lo applaudivano li redarguiva aspramente, chiamandoli barbari e ignoranti. Spesso, scherzando e ridendo, minacciava d’impiccarli, e quelli, attribuendo la sua sfrontatezza all’incoscienza tipica dell’età giovanile, a loro volta gli ridevano dietro. Ma appena giunse da Mileto il denaro del riscatto e pagata la somma fu rilasciato, allestì subito delle navi e dal porto di quella stessa città salpò alla caccia dei pirati. Li sorprese che stavano alla fonda nelle vicinanze dell’isola, li catturò quasi tutti, saccheggiò i frutti delle loro razzie, fece rinchiudere gli uomini nella prigione di Pergamo e si recò difilato dal governatore d’Asia, I’unico, che in qualità di pretore aveva il compito di punire i prigionieri. Ma quello, messi gli occhi sul bottino (piuttosto cospicuo, in verità), disse che si sarebbe occupato a suo tempo dei prigionieri. Allora Cesare, mandatolo alla malora, tornò di corsa a Pergamo e tratti fuori dal carcere i pirati li impalò tutti quanti così come nell’isola con l’aria di scherzare, gli aveva spesso pronosticato."
(Plutarco, Vite Parallele, Newton Compton Roma 2008)


A parte presentarci un bel Gaio Giulio Cesare Tepesh l'Impalatore, che alla fine risulta essere il vero mostro sanguinario del racconto, l'aneddoto presenta gli spietati pirati come dei buoni diavoli, persone di compagnia che tutto sommato ben sopportano le minacce e gli scherzi del loro prigioniero. Gente non rispettabile ma quasi a modo, gli antesignani dei bevitori di rum col pappagallo sulla spalla.

Un'immagine molto romantica del pirata, romantica e in definitiva non proprio rispondente alla realtà.
Ci piace pensare il mondo come in bianco e nero, coi buoni e coi cattivi, un mondo in cui i nemici dei cattivi non possono che essere buoni, in fondo in fondo, ma al di là dei sogni d'infanzia dobbiamo ammettere che il mondo è anche grigio: non è forse Long John Silver una canaglia, simpatica quanto si vuole ma pur sempre una canaglia e un criminale incallito? Sandokan non fa pur sempre strage di nemici tagliando teste col suo parang? E la vendetta del Corsaro Nero contro chi ha ucciso i suoi fratelli davvero può giustificare il massacro di intere ciurme? Il pirata, per quanto possa sembrarci simpatico, per quanto possa essere più libero ed empatico di un soldato assaltatore della perfida inquisizione imperiale™, rimane pur sempre uno che si guadagna da vivere in maniera non esattamente onesta col mestiere delle armi, armi che vengono usate sia per intimidire, sia per il loro scopo originale che non è esattamente spargere amore e pace.

Eppure, fino a che non ne paghiamo in prima persona lo scotto, il pirata ci appare sempre una persona romantica e invidiabile: la "pirateria informatica" ha un che di positivo, come definizione, che il "cyberbullismo" mai avrà.

Ebbene, parrà strano ma questa idea è in qualche modo intrinseca nella parola stessa "pirata". Signori, esce il nerd giocatore di ruolo, entra il filologo scassapalle.

La parola pirata, così come il suo equivalente francese e inglese, deriva senza troppe modifiche dal latino pirata, a sua volta derivato dalla parola greca πειρατής, peiratés. Ora, per gli antichi greci in realtà il 
πειρατής non era automaticamente un razziatore dei mari, tanto che i dizionari riportano il significato di "brigante" prima di quello di "pirata". Ma, ovviamente, i razziatori di cultura greca con cui i Romani ebbero i contatti più traumatici furono i pirati, rapitori e rapinatori dei mari come quelli di cui Cesare si prese gioco, e così la parola passò in latino per indicare quasi esclusivamente questi ultimi.
Dietro al termine greco, possiamo individuare la parola 
πεῖρα, péira, "tentativo", "impresa", "attacco"; πεῖρα deriva da un protoindoeuropeo *per-ya, con la radice *per- che in italiano si è mantenuta pari pari nella preposizione... e che compare in tante parole come esperienza, esperimento. Questo *per- stava quindi a indicare l'attraversamento di qualcosa, l'andare oltre un ostacolo e quindi, quando usato con funzione verbale, il tentare, il rischiare, il mettersi in gioco anche superando una linea che non andava superata, come nel caso del 
πειρατής.

Il pirata quindi può essere superbo, può essere violento (tutti concetti che gli antichi greci riunivano nella parola 
ὕβϱις, hybris, la qualità dei criminali e la colpa degli eroi), ma è comunque una persona audace, una persona che si spinge oltre, una persona che ben si presta a diventare protagonista più o meno positivo di storie più o meno romantiche.

I pirati del mondo reale ammazzano, rubano, stuprano, e nessuno si augurerebbe mai di incontrarli per davvero. Ma, nel mondo dell'immaginazione, i pirati sono audaci e coraggiosi, amanti della libertà che mai si sognerebbero di abusare della propria per annullare quella altrui.

E allora, come recita una canzone che qualche anno fa era un vero e proprio tormentone, fa' quel che vuoi, perché un pirata è libero. Tu sei un pirata!


sabato 24 ottobre 2015

Ultima Forsan: abomini non morti mitologici

No, non sono morto, stavo solo scrivendo la tesi.


Motivo per cui non ho potuto partecipare al concorso estivo dell'editore italiano di Savage Worlds, dedicato alle avventure per Ultima Forsan (zombie + rinascimento). Il che non vuol dire, ovviamente, che non ci avessi pensato. O che non avessi scritto qualcosa a riguardo.

L'idea era ambientare l'avventura in Grecia, ovviamente. Grecia che avevo immaginato così:


Selva Ellenica
La pressoché totalità della Grecia è ancora, all'alba del XVI secolo, una Selva sterminata; pochi sono i centri che nell'entroterra resistono al Contagio, e quei pochi lo fanno grazie a un rigido isolamento. Nondimeno, Venezia Nuova è riuscita a conquistare diverse città costiere e alcune isole minori. L'obiettivo delle autorità di Candia sarebbe quello di reclamare per sé almeno l'Attica, l'Istmo di Corinto, l'Eubea e la Calcidica onde avere delle solide basi commerciali e militari; con simili conquiste, inoltre, Venezia Nuova avrebbe nuovamente la forza di imporsi sulle altre città marinare della Lega Adriatica. Sfortunatamente per i Cretesi, l'Ungheria e Sebastopoli non sono disposti ad accettare una tale espansione veneziana in una zona così vicina alla propria area di influenza. Come se non bastasse, strani Abomini si muovono nelle acque e nelle valli della Grecia. C'è chi vocifera di antiche maschere che trasudano bianca Manna, di Morti intrisi di Ambrosia e di strane figure che sembrano uscite dal passato mitologico della penisola...



Dell'avventura era già pronto il bestiario, che visto il naufragare di questo progetto vi lascio così com'è.
Spero che qualcuno possa trovarlo utile.


EMPUSA
Questi Abomini sembrano partoriti dalla mente di un folle; il loro nome deriva dagli antichi demoni mutaforma della tradizione ellenica, e chi li ideò deve senza dubbio essersi ispirato proprio a tale mitologia. Un'empusa è infatti un ammasso di carni umane e animali fuse dall'Atramento, poco più che un Obbrobrio, tenute in posizione da una complessa armatura di bronzo più o meno lavorato. Alcune empuse hanno l'aspetto di animali, mentre altre paiono bellissime donne dalle forme cesellate nel metallo. Solo una volta giunto vicino a esse uno sfortunato viaggiatore può rendersi conto dell'Abominio che ha di fronte. L'empusa, più intelligente di altri Morti, è portata per natura – o è stata addestrata a fare ciò? – a camuffarsi come si conviene alla sua forma, allo scopo di trarre in inganno le sue vittime. Tutte le empuse condividono le stesse statistiche, ma modificandone la Taglia è possibile rendere conto delle diverse forme con cui vengono create.

Attributi: Agilità d8, Forza d8, Intelligenza d4 (A), Spirito d6, Vigore d8
Abilità: Arrampicarsi d4, Combattere d8, Furtività d6, Percezione d4
Parata: 6; Passo: 15; Robustezza: 9
Capacità Speciali
  • Armatura +3: Rivestimento in bronzo.
  • Artigli/Morso: Forza+d6.
  • Dissoluzione dell'Effige: Quando un'Empusa viene distrutta il suo corpo collassa su se stesso, rilasciando il Miasma che conteneva in un Modello di Esplosione Media.
  • Miasma: Un'Empusa trasuda Miasma, e tutti i personaggi adiacenti rischiano di respirarlo.
  • Morso: Forza+d8.
  • Morto: La creatura possiede tutte le Capacità Speciali dei morti.



NEREIDE
Chiamate anche “ninfe del mare”, queste aberranti creature non hanno niente di grazioso né seduttivo: si tratta di orripilanti morti, creati a partire dal corpo di uno squalo all'interno delle cui fauci viene inserito il busto rinsecchito di un Morto; l'Atramento salda e fortifica le due parti, in un connubio che infesta gli incubi dei marinai levantini. Più intelligenti dei comuni morti, le nereidi sono infatti dotate di una astuzia animale e predatoria, che le rende in grado di tendere agguati, attendendo le proprie prede sotto il pelo dell'acqua per poi arrampicarsi lungo le fiancate delle navi e trascinare negli abissi le loro sventurate prede.

Attributi: Agilità d8, Forza d10, Intelligenza d6 (A), Spirito d6, Vigore d12
Abilità: Arrampicarsi d6, Combattere d8, Furtività d4, Nuotare d10, Percezione d4
Parata: 6; Passo: 2,5; Robustezza: 11
Capacità Speciali
  • Acquatico: Passo 25.
  • Artigli: Forza+d4, e se la Nereide colpisce con un incremento può effettuare un attacco con il morso gratuito (massimo uno per round).
  • Coriaceo: La creatura non subisce una ferita se resta Scossa due volte.
  • Frenesia Migliorata: Le Nereidi possono effettuare due attacchi di Combattere con gli artigli senza penalità.
  • Maleodorante: L'odore di decomposizione che promana da una Nereide impone un tiro di Vigore a ogni personaggio entro 5 cm dal Morto. In caso di fallimento, il personaggio ha -1 a tutti i tiri sui Tratti finché non si allontana, e con un fallimento critico, oltre a subire il -1, perde il prossimo round a causa dei violenti conati.
  • Morso: Forza+d8.
  • Morto: La creatura possiede tutte le Capacità Speciali dei morti.
  • Taglia +3: Gli squali a partire dai quali vengono assemblate le nereidi sono grandi abbastanza da poter contenere all'interno delle proprie fauci un torso umano.


Θ KETOS
Questo abominio è il più grande di tutte le nereidi; il suo corpo è stato creato a partire non da uno squalo, bensì da una balena lunga più di dieci metri, i cui fanoni sono stati artificialmente sostituiti da lame e zanne artificiali; dalle fauci del Ketos si estroflette un agglomerato di cadaveri, cementati dallo stesso Atramento che pervade il mostro. Fortunatamente la massa del Morto gli impedisce di arrampicarsi sulle navi, ma i suoi colpi sono così poderosi che esso è in grado di sfondare le fiancate di un'imbarcazione con la sua coda.

Attributi: Agilità d8, Forza d12, Intelligenza d6 (A), Spirito d8, Vigore d12+1
Abilità: Combattere d8, Nuotare d12, Percezione d6
Parata: 6; Passo: 5; Robustezza: 19
Capacità Speciali
  • Acquatico: Passo 25.
  • Artigli: Forza+d4, e se Ketos colpisce con un incremento può effettuare un attacco con il morso gratuito. Il Ketos può attaccare tutte le creature in un Modello Conico.
  • Coda: Forza+Taglia. La coda di Ketos conta come un'arma pesante.
  • Coriaceo: La creatura non subisce una ferita se resta Scossa due volte.
  • Enorme: Per via della sua taglia gli attaccanti ottengono +4 ai loro tiri di Combattere, Lanciare o Sparare quando attaccano Ketos.
  • Maleodorante: L'odore di decomposizione che promana da Ketos impone un tiro di Vigore a ogni personaggio entro 5 cm dal Morto. In caso di fallimento, il personaggio ha -1 a tutti i tiri sui Tratti finché non si allontana, e con un fallimento critico, oltre a subire il -1, perde il prossimo round a causa dei violenti conati.
  • Morso: Forza+d10.
  • Morto: La creatura possiede tutte le Capacità Speciali dei morti.
  • Paura (-2): La sola vista dell'orribile Ketos causa Paura.
  • Resistenza al Danno: Ketos non subisce penalità per le ferite.
  • Taglia +8: Ketos è lungo quasi quindici metri.


Θ TIFEO
Il caso, o forse la mente diabolica dietro alla sue genesi, ha dato a questa gigantesca Chimera, creata a partire da un Ecatonchiro, l'aspetto di Tifeo, il padre dei mostri delle leggende elleniche. Mani e arti si estendono dalla massa informe del suo corpo come colli di serpente, anche se al centro dell'Abominio semitentacolare è possibile distinguere una testa principale, una testa capace di emettere fetido Miasma. Due sottili ali membranose, innaturalmente ampie e robuste, permettono all'Abominio di levarsi in volo. Tifeo occupa un Modello di Esplosione Grande.

Attributi: Agilità d4, Forza d12+2, Intelligenza d4 (M), Spirito d6, Vigore d12+2
Abilità: Combattere d8, Percezione d4
Parata: 6; Passo: 10; Robustezza: 19
Capacità Speciali
  • Acquatico: Passo 25.
  • Artigli/Morsi: Forza+d6. Tifeo può attaccare tutte le creature entro 2,5 cm.
  • Coriaceo: La creatura non subisce una ferita se resta Scossa due volte.
  • Enorme: Per via della sua taglia gli attaccanti ottengono +4 ai loro tiri di Combattere, Lanciare o Sparare quando attaccano Tifeo.
  • Massa di Cadaveri: Sebbene il Miasma promani da quella che sembrerebbe la testa del mostro, Tifeo è composto da decine di cadaveri. È perciò impossibile neutralizzarlo distruggendone le teste, alcune delle quali sono assorbite e occultate nella massa. Non risente perciò della Debolezza (Testa) dei Morti. Inoltre, le armi convenzionali da punta, taglio o impatto infliggono solo la metà del danno. Le armi pesanti di qualunque tipo, così come il fuoco, la Manna e le armi intrise da essa, gli infliggono il normale danno.
  • Morto: La creatura possiede tutte le Capacità Speciali dei morti.
  • Paura (-2): La sola vista dell'orribile Tifeo causa Paura.
  • Resistenza al Danno: Tifeo non subisce penalità per le ferite.
  • Rigenerazione Rapida: Tifeo può effettuare un tiro di Guarigione naturale per Round, a meno che non sia stato mutilato o ferito da fuoco, fiamme o Manna.
  • Sfondamento: Forza+Taglia. Lo sfondamento da parte di Tifeo conta come Arma Pesante, ma può effettuarlo solo lasciandosi cadere dopo che si è alzato in volo.
  • Soffio di Morte: Tifeo può, come azione, emettere l'aria miasmatica delle proprie viscere. Tutti i personaggi all'interno di un Modello Conico rischiano di respirare il Miasma.
  • Taglia +7: Innumerevoli sono i cadaveri che formano il corpo di Tifeo.
  • Volo: Tifeo vola con Passo 30 e Ascensione 0.

domenica 27 aprile 2014

Di Balrog e di ali

Da che mi son dato al mio progetto di conversione della miniatura del balrog in assetato disangue, mi è capitato più volte di dire agli interessati che suddetta miniatura mi piace tantissimo – per quanto non la consideri assolutamente un balrog adeguato. Molti probabilmente considerano questa un'eresia: il balrog GW è una fedele resa del balrog che si vede nella trilogia cinematografica de Il Signore degli Anelli, dopotutto.
Il fatto è che la mia esperienza tolkieniana predata di parecchi anni l'uscita dei film, e con l'andar raffinandosi della mia pignoleria filologica è andata sempre più discostandosi dalla lettura dei romanzi che ci viene offerta sul grande (e piccolo) schermo. Uno dei punti fondamentali di questa frattura è quello relativo all'eterna diatriba: i balrog avevano le ali, sì o no?

[premessa: segue pippone immane]


La questione è stata trattata tante volte e da tante persone, più o meno autorevoli (mi vengono in mente i cerchiobottisti del “i balrog hanno le ali ma non sanno volare”, veramente meritevoli di tessera DC honoris causa con bizantino bacio accademico), ma penso che possa ancora dare un mio contributo aggiungendo qualche piccola riflessione personale alla querelle.
In ogni caso, non posso prescindere dall'aprire la questione con un riferimento alla trattazione della questione fatta sull'Enciclopedia di Arda.

Riassumendo per i non anglofoni, la questione "ali del balrog" nasce sostanzialmente da due passi de La Compagnia dell'Anello*, due passi del quinto capitolo del libro secondo per la precisione (pagina 322 della mia edizione).
Nel descrivere il balrog (anzi, il Balrog), Tolkien dice infatti che:
"(the Balrog) halted again, facing him, and the shadow about it reached out like two vast wings."
In traduzione personale:
"(il Balrog) si fermò di nuovo stando dinnanzi a lui, e l'oscurità attorno a lui si dispiegò come due ampie ali."
In seguito, però, è scritto:
"... it stepped forward slowly on to the bridge, and suddenly it drew itself up to a great height, and its wings were spread from wall to wall.."
Ovvero: "... avanzò lentamente lungo il ponte, e d'improvviso si erse a grande altezza, e le sue ali si estendevano da parete a parete... "

Per i sostenitori del Balrog alato, qui c'è tutto quel che serve: poco importa che nel primo caso ci sia un "like" a identificare le ali come meramente metaforiche, in seguito le ali sono "its wings", "le sue ali", senza niente che possa rendere tali ali immateriali o metaforiche o comunque non concrete. I più scrupolosi dal punto di vista filologico si spingono poi a citare un passo da The History of Middle-earth in cui, riferendosi ai Balrog, Tolkien scrive che si muovevano "with winged speed", "con alata velocità".
Per costoro, con questi passi, il caso è chiuso: i balrog (volutamente minuscolo) avevano le ali. Che le sapessero o potessero usare, però, resta tutto un altro paio di maniche: perché in tutti i casi in cui in Tolkien compaiono dei Balrog appare evidente che loro non sono in grado di volare. Il Flagello di Durin stesso non solo precipita come un boccalone quando Gandalf gli fa crollare il ponte sotto i piedi, ma viene poi sconfitto dal nostro nel corso di una battaglia sulla cima di un monte durante la quale non solo non vi son riferimenti al suo volare via per evitare gli attacchi, ma addirittura viene detto esplicitamente che lo stregone lo scaraventa giù (The Two Towers, book three, chapter V, The White Rider).

Lo stesso in tutti gli altri passi tolkieniani: i Balrog si comportano come si comporterebbe qualsiasi altra creatura incapace di volare. Ed è qui, come accennavo prima, che si scatena la fantasia cerchiobottista del pensiero "pro-wings": i balrog avevano le ali, ma a Moria c'era troppo poco spazio per distenderle e volare; i balrog avevano le ali, ma nel corso della battaglia (qualsiasi battaglia in cui sia coinvolto un Balrog e che si concluda col suo cascare giù) sono state rese inservibili; i balrog avevano le ali, ma non il brevetto di volo (ok, questa è mia); i balrog avevano le ali ma quelle del Flagello di Durin sono venute meno quando è divenuto un essere di tenebra e fango anziché oscurità e fuoco, dato che il fuoco è etereo e l'acqua no (ok, questa è una boiata improvvisata sul momento, ma son pronto a metter la mano sul fuoco che da qualche parte è già stata tirata fuori). E, infine, il meglio del meglio: i balrog avevano le ali ma erano puramente estetiche e non in grado di volare.

Pur di non ammettere di aver sbagliato a interpretare una metafora, i nostri pro-wings si spingono fino a fare di Tolkien uno scrittore incapace ai limiti del ridicolo: i balrog avevano le ali ma esse non li reggevano in volo. Un po' come se in un romanzo hard boiled comparisse un tipo tosto che vive ai margini della legge, identificato più volte come un biker ma costretto a spostarsi con i mezzi pubblici in quanto la sua motocicletta è una moto giocattolo incapace di reggere il suo peso.
Cose del genere affossano qualsiasi romanzo o narrazione, o meglio: sono perle in un lavoro che punti sull'essere trash o comico, martellate allo sterno per un'opera che voglia essere seria - e non riconoscere a Tolkien il rigore della serietà è gesto a metà fra la sconsideratezza e l'imbecillità.

Il punto, per fortuna o purtroppo, è che i lettori di Tolkien non sono Tolkien. Un po' scherzando e un po' no, a volte mi definisco "collega" di Tolkien; ed è in effetti vero: il mio percorso di studi universitario, per quanto focalizzato su aspetti diversi, per quanto ancora incompleto, per quanto non temprato da anni di fatica e dedizione, è lo stesso seguito a suo tempo dal Professore - ovvero un percorso di studi filologici. Tolkien era lettore e studioso dei testi antichi, oltre che di lingue e storia antiche, prima che scrittore; ma la sua opera ha travalicato le barriere settoriali riuscendo a far quello che negli ultimi tempi ha fatto l'opera di ben pochi filologi: diventare "di massa" e "fare costume". Di Tolkien si è creata una vulgata, di certo sostenuta da tanti prodotti derivati prima e D&Derivati poi (nel primo Dungeons & Dragons, il "balor" era il "balrog", i "treant" erano "ent" e gli "halfling", termine peraltro tolkieniano tradotto da noi come "mezz'uomo", erano "hobbit"; senza considerare la classe del ranger, il termine tolkieniano da noi tradotto come "ramingo", che da un certo livello in poi poteva usare le sfere di cristallo perché Aragorn poteva usare il Palantìr).


Si è creata una vulgata tolkieniana, vale a dire anche una volgarizzazione; del resto è cosa nota agli addetti ai lavori come, traducendo il testo biblico per quella che si considera la Vulgata per antonomasia, Gerolamo usò in tanti casi delle forme che sapeva essere niente affatto corrette ma nondimeno passate nell'uso ed entrate nella tradizione cristiana. Nella vulgata di Tolkien, dunque, i balrog hanno le ali: non c'è altro da dire, "its wings" è scritto nero su bianco. Tanto che in tutte le altre opere derivate (giochi, miniature, film, disegni) i balrog hanno le ali; e non mi sembra troppo azzardato il paragone fra Gerolamo che inghiottendo il fegato filologico traduce certi termini con espressioni in uso ma errate, e Peter Jackson che fa il balrog alato tranciando la questione in favore del parere più diffuso seppur traballante.

Parere traballante, perché basato esclusivamente sul non riconoscere una metafora come tale, e sull'interpretare letteralmente una similitudine. Ammetto che buona parte dei lettori di Tolkien non siano filologi e non siano neppure lettori né tanto meno studiosi di epica, ma Tolkien *era* un filologo e uno studioso di epica! E in quanto tale riconosceva e usava espressioni metaforiche. Interpretare letteralmente una metafora è il modo migliore per snaturare il testo.
Per dire, nello stesso capitolo in cui vi è la descrizione del Balrog (nel caso della mia edizione addirittura nella stessa pagina, la 322), il commiato di Gandalf alla Compagnia è affidato alla celebre frase:
"Fuggite, sciocchi!"
O, in lingua originale:
"Fly, you fools!"
I sostenitori dei Balrog alati dovrebbero dunque, a rigore, sostenere che anche umani, elfi, nani e hobbit fossero secondo Tolkien in grado di volare, o che Gandalf li stesse invitando a sbattere le braccia nel tentativo di spiccare il volo. Ma, obiettano i pro-wings, in questi casi è chiaro che si tratta di una metafora perché niente lascia supporre che la Compagnia abbia i mezzi per volare; per quanto, a voler esser pignoli, se si può essere alati e non volanti, si può essere anche non volanti e alati; per quanto, a voler essere precisi, il verbo "to fly" viene usato in riferimento alla Compagnia più volte di quante non si parli di "wings" in riferimento al Balrog". L'unico motivo logico che spinge in un caso per l'interpretazione letterale e in un altro per quella metaforica è, molto semplicemente, la volontà di compiere il minor sforzo mentale per comprendere il testo - vale a dire la volontà di appiattire un testo letterario.

Il punto è che Il Signore degli Anelli mirava a essere un romanzo di epica in prosa, e metafore e similitudini sono una costante dell'epica indoeuropea di cui Tolkien era studioso (spiccatamente di quella nordica). Di fronte a metafore e similitudini, molto spesso la reazione del lettore non preparato è quella di considerare tali orpelli un inutile appesantimento del testo anziché un tentativo di vincolare un significato o una comprensione più profonda (o anche solo una maggiore artisticità); in questi casi, molto spesso, la similitudine e la metafora vengono prese alla lettera dacché, interpretandole in questa maniera, il testo viene ricondotto a un livello maggiormente comprensibile.
Del resto, che dietro alla giustificazione delle ali dei balrog ci sia una sorta di pigrizia intellettuale di fondo lo dimostra anche uno dei passi citati in precedenza. Perché nient'altro, se non la pigrizia, potrebbe spiegare il modo in cui un estratto viene strappato dal suo contesto e un pronome allontanato dal nome a cui rimanda. Mi riferisco al secondo passo citato da pagina 322, che personalmente citerei piuttosto come:
"The Balrog made no answer. The fire in it seemed to die, but the darkness grew. It stepped forward slowly on to the bridge, and suddenly it drew itself up to a great height, and its wings were spread from wall to wall; but still Gandalf could be seen, glimmering in the gloom..."
Ovvero: "Il Balrog non diede risposta. Il fuoco in esso parve morire, ma l'oscurità crebbe. Ess* avanzò lentamente lungo il ponte, e d'improvviso si erse a grande altezza, e le sue ali si estendevano da parete a parete; eppure ancora Gandalf poteva essere visto, debole luce nel buio..."
Perché citando per intero troviamo che nelle frasi precedenti al passo incriminato, l'unico passo canonico su cui ci si basa per sostenere che i Balrog avessero le ali, esistono almeno due sostantivi a cui può fare riferimento il pronome neutro "it" a cui appartengono "its wings": il Balrog e, appunto, la sua oscurità, "the darkness". E, dei due, il secondo è più vicino al pronome incriminato.
Prendiamo un brano equivalente, questo ad esempio:
"Mario stava andando in bicicletta, quando il velocipede si ruppe. La ruota posteriore rimase attaccata al telaio, ma quella anteriore si staccò. Rotolò lungo tutta la discesa e andò a finire in mezzo al canalone..."
Penso che sia chiaro a tutti i lettori che a rotolare lungo la discesa non è Mario, ma la ruota anteriore staccatasi dal telaio; questo perché la ruota compare come soggetto subito prima della frase in cui manca il soggetto espresso (o, a voler pensare in Inglese che sempre necessita di un soggetto, esso viene espresso mediante un pronome). Citare solo l'ultima frase ("rotolò lungo la discesa...") dicendo che fa riferimento a Mario, dunque, è un vero e proprio falso, una manipolazione del testo volta a dimostrare qualcosa anche a discapito del testo stesso.

Lo stesso, miei cari pro-wings, può essere detto del testo tolkieniano: ad avanzare pesantemente, a levarsi e a estendersi non è il Balrog, ma l'oscurità attorno ad esso che non ne costituisce il corpo quanto piuttosto una sorta di "aura" - a meno che non vi immaginiate Gandalf petto contro petto col balrog, si intende.
Del resto, questa uso del metaforico senza ribadire che si tratti di una metafora non costituisce affatto una novità inventata da Tolkien - per quanto per tanti lettori di Tolkien *sia* una novità.
Mi limito a citare una serie di passi da un testo epico di due millenni or sono, l'Eneide di Virgilio; passi relativi al celeberrimo cavallo di Troia, talmente grande da sembrare un monte (anche qui, ovviamente, c'è una chiara espressione iperbolica; ma l'iperbole è tipica dell'epica quanto e forse più della metafora).
Cito dal libro II**:
v 15: "...instar montis ecum diuina Palladis arte..." ("...grande come un monte un cavallo con la divina arte di Pallade...")
v 19: "...includunt caeco lateri penitusque cauernas..." ("...racchiudono nel fianco cieco e fino in fondo le caverne...")

Il cavallo, ovviamente, è e resta un cavallo a forma di cavallo; ok, magari stilizzata, ma di certo è una stilizzazione d'un cavallo e non d'una montagna per quanto Virgilio ce lo descriva alto come una montagna (ok, al più sarà stato alto come una collina). Eppure, al verso 19 per parlare delle cavità al suo interno si parla di "cauernas", "caverne" appunto; i cavalli non hanno caverne, sono le montagne quelle i cui spazi vuoti interni prendono tale nome; ma se il cavallo viene assimilato a una caverna, poi si possono usare in riferimento a esso anche termini che solitamente si impiegano solo per le caverne e mai per i cavalli - questo perché nella mente del lettore di Virgilio esiste già un legame fra i due.
(S)fortunatamente, Tolkien gode attualmente di un pubblico molto maggiore rispetto a Virgilio, e quel che è scontato per il lettore virgiliano non lo è altrettanto per il lettore tolkieniano: questi, dopo aver letto una metafora o un paragone ("shadow... like two vast wings", "oscurità... come due ampie ali") tende ad appiattire tutto su un solo piano (quando la metafora ci gioca sull'avere più livelli!) e a dimenticarsi delle implicazioni di quanto appena letto.
Non parlo ovviamente di *tutti* i lettori tolkieniani, ma penso che quanto appena detto si possa applicare alla maggior parte di essi - proprio perché Tolkien è entrato a buon diritto nel costume, mentre invece Virgilio è ormai un autore classico in lingua morta, e i classici in lingua morta ormai non li legge quasi più nessuno.

E dunque la maggior parte dei lettori di Tolkien, facendo il minor sforzo mentale, si immaginano il balrog come dotato di inutili ali non adatte al volo, quasi che fosse uno struzzo e una gallina. Ma, se ci pensiamo un attimo, la maggior parte dei lettori di Tolkien si immaginano il balrog dotato di corna e coda, e magari anche di zoccoli fessi, mentre Tolkien ce lo descrive  molto diverso (pagina 321):
"... like a great shadow, in the middle of which was a dark form, of man-shape maybe, yet greater..."
"... come una grande tenebra, nel mezzo della quale vi era una forma oscura, di sembiante umano forse, ma più grande..."
Non dunque un essere fatto di fiamme e tenebre, ma una figura umanoide più grande di un uomo (il che è logico: in Tolkien altezza = potere, tanto che le altezze sembrano variare al crescer del potere manifestato***), ma comunque abbastanza piccola da passare su un ponte pensato per dei nani in fila indiana, ammantata di tenebre e fiamme. Eppure, ancor prima della trilogia cinematografica che molto ha contribuito ad appiattire l'immaginario collettivo, la vulgata voleva i balrog come delle figure cornute, alate, possibilmente dotate di coda e zoccoli e, soprattutto, composte e non avvolte da oscurità e fuoco.
Qualcosa di simile, in effetti.


I Balrog di Tolkien, dopotutto, sono Maiar corrotti dal male, vale a dire "angeli caduti", vale a dire "diavoli"; e la maggior parte dei lettori tolkieniani, cresciuti in un contesto culturale cristiano, tende ovviamente a figurarsi i Balrog con la stessa iconografia tradizionalmente attribuita al diavolo: ali, corna, coda, zoccoli, corpo nero come il carbone o rosso come il fuoco.
Del resto, il balor di Dungeons & Dragons al quale ho accennato prima come spudorata scopiazzatura fruttifera di D&Derivati, è un mostro che appartiene nel gioco alla categoria dei demoni (ok, in D&D fra demoni e diavoli esiste una forte differenza, ma ci siam capiti), ed è tanto legato ai Balrog di Tolkien quanto all'immagine iconografica del diavolo quale ci è stata tramandata dalla tradizione cristiana. 

In sostanza, dunque, se in tanti si immaginano i balrog come creature alate e cornute, mentre solo con faciloneria si può sostenere che Tolkien si figurasse i suoi Balrog in questa maniera, questo accade perché se li figurano in tutto e per tutto come i diavoli della tradizione cristiana a cui sono in tutto e per tutto affini.
Il Balrog "conta come" un diavolo (e probabilmente questo era vero per lo stesso Tolkien, autore cristiano), dunque deve sembrare in tutto e per tutto un diavolo della più classica iconografia con tanto di corna, ali e possibilmente zoccoli e coda.

Come filologo, considererei questa teoria buona per essere buttata in un cestino o calciorotata giù da una torre, destinata a sfracellarsi come un Balrog senza ali. Ma poi ci rifletto su e mi dico una cosa: i Balrog di Tolkien non volavano e non avevano ali né corna; ma ormai, nella cultura popolare, questi tratti li identificano subito. E probabilmente non è troppo sbagliato pensare che esista da un lato il Balrog - maiuscolo - di Tolkien, figura umanoide possente (ma suppongo sotto i due metri e mezzo di altezza) ammantata di tenebre che può rivestirsi di fiamme o di fango, dall'altra il  gigantesco balrog - minuscolo - fatto di oscurità e fuoco e dotato di ali e corna.
Un conto è il testo originale, un conto diverso è la vulgata che se ne trae.

Perciò, per quanto la miniatura del balrog prodotta dalla GW non sia per me "un Balrog", posso dire con certezza che è una fantastica miniatura. Non è corretta dal punto di vista testuale, probabilmente se un Tolkien redivivo se la trovasse davanti agli occhi avrebbe difficoltà a riconoscerla come qualcosa di suo, ma è di certo in linea col modo in cui i più si immaginano i balrog.
Noi filologi, dopotutto, siamo una strana razza...

* faccio riferimento alla mia edizione in lingua originale di The Lord of the Rings, edita nel 2001 da Harper Collins Publishers nella collana Collins Modern Classics, ISBN 0-00-712970-X.

** edizione BUR del 2002, ISBN 88-17-11742-0.

*** e gli Istari come Gandalf, Maiar ammantati di forma umana, appaiono come umani *ricurvi*: celare il proprio potere pur essendo in grado di utilizzarlo va di pari passo con l'essere alti ma piegati.

martedì 4 giugno 2013

Giocare demoni in ecanomia, o: "i cani economici"

Giocare a Warhammer (e anche a Warhammer 40.000), si sa, è economico quanto giocare in borsa; anzi, forse di meno: giocando in borsa, almeno, talvolta hai la possibilità di intascare qualcosina.
Ma, l'ho già scritto altre volte, il modellista furbacchione trova sempre il modo di risparmiare qualcosina: autocostruzioni, perni, magneti, modifiche e affini sono la chiave del risparmio, no?
In certi casi, poi, il risparmio è proprio a portata di mano. O, come in questo caso, di zampa.

Il caso in questione è quello dei divoratori di Khorne, gergalmente detti "cani" in quanto si tratta appunto di cagnacci demoniaci, bestiacce assetate di sangue dotate di un collare che le rende resistenti ai poteri psionici. Come potete vedere, dire che il prezzo dei modelli (peraltro orribili e datati) è alto è dire poco; nella scala degli eufemismi, si colloca subito sotto il dire che un mattone sui denti fa "un po' male".
Ma la soluzione, come sempre, è dietro l'angolo. E passa per altri creaturini altrettanto caotici, i cosiddetti "chaos warhounds".

Come mai non traduco il nome? Beh, perché la traduzione ufficiale parla purtroppo di "mastini da guerra", mentre "hound" è chiaramente "segugio"; sì, il segugio italiano ha forme diverse da quelle del cane da fiuto standard impiegato nei paesi anglosassoni, ma sempre cane da fiuto resta, mentre il mastino è un molosside, un cane diverso, porca miseria. A quel punto tanto vale tradurre "hound" come "carlino", no? A quando "Il carlino dei Baskerville"? "Segugio" è un termine così brutto da usare? A quanto pare sì. O, forse, i traduttori tendono in media a essere non troppo formati, decisamente sottopagati e scarsamente motivati.

Ira filologica e segugiofila a parte, diciamo che d'ora in poi chiamerò i nostri "chaos warhounds" "segugi da guerra del Caos". E, badate bene, non sto parlando di segugi come lui.

Conan il Barbaro, il casinistissimo cane di casa, ragione del mio definirmi segugiofilo, noto come "la Bestia di Satana" a causa del modo in cui riesce a contorcersi e a devastare il cortile. Dato il modo "particolare" in cui giochiamo assieme, è a pieno diritto un "segugio da guerra del Caos".

No, i segugi da guerra del Caos di cui parlo sono invece questi.
Sono sempre miniature targate GW e, per quanto vecchiotte, costano una fesseria: 10 modelli vengono a costare sui 20 euro. Oppure, ancora nuovi e appena tirati fuori dalla scatola, 10 - sempre se si ha la fortuna che ho avuto io.

I pezzi non sono proprio identici, ma hanno molte cose in comune: si tratta pur sempre di cani deformi, caotici e mutevoli. L'unica grande mancanza è il collare d'ottone di Khorne, il ninnolo anti-psionico che dovrebbe caratterizzare i divoratori di Khorne. Come ovviare a questa grave mancanza? Con una catenella per modellismo navale, ovviamente: cosa c'è di più tamarro di un cane da guerra con una catena come collare, dopotutto?
Un semplice calcolo ("la catena da modellismo navale è in ottone" + "la catena deve essere dipinta color ottone" = "faccio molto prima a incollare la catena dopo la pittura della pelliccia, limitandomi a darle un po' di ombre e luci") mi ha spinto a rimandare la modifica vera e propria a dopo la pittura, pittura che verrà dopo tuuutta una serie di doveri e di altre pitture.

Però ho fatto una prova di "catenatura" su uno dei segugi caotici, ancora in procinto di pittura (il colore che c'è sopra l'ha dato il precedente proprietario).


Devo dire che, per quanto sia una prova, mi pare prometta bene.


PS: questo è il primo post che scrivo da occhialuto. Cosa cambia? Assolutamente niente, a parte il mal di testa.

martedì 2 aprile 2013

Pensieri di politica antipopulistica: di capi e di democrazie

Nuova riflessione politica, stavolta mediata da un briciolo di filologia; è la premessa a una terza riflessione dello stesso genere che sto elaborando in questi giorni.

Pensieri di politica antipopulistica #2

Ovvero come esaltarsi per il passato senza riflettere sulle sue implicazioni


Qualsiasi studente di quinta ginnasio con la media dell'otto è portato a considerarsi un classicista fatto e finito, capace di comprendere tutto quel che gli antichi Greci avevano da dire; ma, se questo ragazzetto dovesse poi intraprendere la strada per diventare veramente un grecista, si renderebbe ben presto conto di quanto poco sapeva e capiva quando era convinto di conoscere e di saper capire tutto il mondo classico.

Purtroppo, i facili entusiasmi per la cultura classica non sono una prerogativa dei liceali esaltati; anzi, potremmo dire che l'eredità classica pesa come un convitato di pietra sull'intera cultura occidentale, influenzando anche il pensiero di chi si pone in rottura rispetto ad essa. Eppure, spesso le letture della classicità sono quantomeno ingenue e forzate, dettate da un desiderio di cercarsi qualche “santo” o un “padre nobile” più che dalla volontà di comprendere veramente il mondo antico.
Per non sprecare troppe parole, potremmo fare l'esempio di Gaio Giulio Cesare, “Gaio” di nome e di fatto: il conquistatore delle Gallie era un noto bisessuale, tanto che i suoi avversari politici lo chiamavano “donna” per la sua propensione al dare e ricevere in eguale misura. Eppure, oggi Cesare è uno dei “miti” dell'estrema destra... quella stessa estrema destra che odia gli omosessuali fino all'omicidio, e che pure colloca nel suo olimpo il più noto “culo” dell'antica Roma. Sul versante opposto, durante la liberazione dal nazifascismo molti partigiani hanno esaltato le figure dei cesaricidi Bruto e Cassio quali precursori delle proprie battaglie; eppure, la realtà storica ci consegna non la figura di due acerrimi nemici della tirannide liberticida, quanto il meschino ritratto di due figuri (nel caso di Bruto, fra l'altro, sappiamo che era un usuraio di prima risma) che intendevano ristabilire l'oligarchia, non certo la libertà di una repubblica che mai fu democrazia.

Ci sono tanti altri esempi di “male letture”, per non dire “letture forzate e capziose” del passato; letture che lasciano sempre un poco interdetti quanti il passato lo studiano e lo conoscono meglio dei più.
Così, quando negli ultimi anni Dario Fo ha più volte letto e citato il famoso “discorso di Pericle” tramandato da Tucidide, il classicista che è in me ha sorriso fra sé e sé.
Come mai? Beh, perché il discorso in questione è con ogni probabilità un falso: gli storici greci erano soliti infarcire le loro opere di discorsi “che sarebbero potuti essere pronunciati” in quel modo, in altre parole veri e propri falsi; e Tucidide è uno dei più celebri rappresentanti di questa tendenza. Fra l'altro, sappiamo per certo che non era costume fra gli uomini politici ateniesi del V secolo trascrivere i propri discorsi: si conservavano sì i verbali e gli atti delle sedute del consiglio cittadino (formato da tutta la cittadinanza, ovvero dai soli maschi adulti di condizione libera e origine ateniese), ma non i singoli discorsi dei singoli uomini politici.
Pertanto, il discorso celebrativo della democrazia tanto spesso citato da Fo è, al meglio, una rielaborazione a opera di Tucidide del discorso realmente pronunciato da Pericle. Ovvero, un rifacimento a opera di un oligarchico, avverso alla democrazia periclea, che non rinuncia a portare avanti un – neanche troppo – velato attacco al sistema democratico vigente nell'Atene classica.
Perché l'uomo politico che si esprime sull'uguaglianza degli ateniesi, Pericle, è prima di tutto un individuo di nobili origini e ricchi natali, che ha scelto di sostenere gli interessi del popolo pur essendo un discendente delle più nobili famiglie di Atene; in secondo luogo, pur in regime democratico è stato di fatto il “capo” della città per un intero trentennio. Ha sempre governato in accordo alla volontà della maggioranza, ma del volere di tale maggioranza si è fatto lui stesso guida e interprete. Ha sì contribuito allo sviluppo di un periodo storico che brilla come un faro anche a più di duemila anni di distanza, ma ha anche inaugurato una politica imperialistica spietata nei confronti dei cosiddetti “alleati”, ridotti a essere poco più che tributari.
Così, mettendo in bocca a Pericle un discorso di elogio allo stato ateniese, Tucidide intende segnalarne il grosso limite, il fortissimo rischio che la democrazia corre di trasformarsi in un regime dove il “demos”, il corpo civico, diventa solo uno strumento di legittimazione per un capo unico capace di blandirlo e di solletticarne gli appetiti. Un capo che può essere illuminato, bendisposto verso i suoi concittadini e lungimirante come Pericle, ma anche un guerrafondaio integralista e intollerante, eppure capace con la propria retorica di accattivarsi anche il sostegno di quanti vengono danneggiati dalla sua politica, quale fu Cleone, il demagogo che fu il successivo leader di Atene.

Dubito fortemente che Dario Fo, quando si entusiasmava ed entusiasmava mezza Italia con il discorso di Pericle, abbia mai riflettuto su questi aspetti del testo. Ne dubito perché altrimenti non si sarebbe esaltato così tanto per un Cleone redivivo, un riccone di prima categoria che si spaccia per povero, un retore consumato la cui prima arma retorica è quella di sembrare un uomo comune, un “insultatore dei nemici” più che un “oppositore degli avversari”, un referente di ceti medio-borghesi che convince il popolino di fare anche i suoi interessi, un individuo intollerante che non sopporta si faccia satira sulla propria persona ma che si sente libero di attaccare ferocemente tutti gli altri.
Ma che vogliamo farci, la storia si ripete; e non perché certe situazioni siano inevitabili, ma perché siamo fessi oggi come eravamo fessi 2400 anni fa. E, in un certo senso, certe cose ce le meritiamo tutte.

martedì 5 marzo 2013

Filologia portami via: non esiste altro male al di fuori della stronzaggine

Se siete dei nerd filologi, è probabile che questa sia la vostra "lettura da comodino".

(libro rigorosamente scritto in inglese, e con la simpatica scritta "print on demand" sul retro tanto per sentirsi un po' hipster oltre che nerd; per dire, in tutto il sistema bibliotecario sardo c'è solo una copia di questo testo)

Se siete dei nerd filologi, il solo rileggere per l'ennesima volta le solite dissertazioni tendenzialmente inconcludenti che già avete studiato in ogni salsa è per voi fonte di piacere, e trovare una singola etimologia o apprendere di una teoria sconosciuta vi esalta come non mai.

Ma, in una anonima e quasi insignificante didascalia sulla lingua frigia, questo libro mi ha regalato una perla che nessun nerd filologo avrebbe mai sognato di trovare.
Traducendo ciò che c'è a pagina 32, leggiamo che "la seconda iscrizione contiene la parola kakoun "male", che può essere messa a confronto col greco kakòs "male", trasmesso in inglese in parole come cacophony (cacofonia, ndr). La parola sembrerebbe derivare da una parola del linguaggio infantile proto-indo-europeo *kakka, che non dovrebbe richiedere traduzione,"
Sapete quando pensate di aver capito, siete quasi certi di aver capito, ma volete pensare di non aver capito niente? Ecco, nel leggere queste frasi io mi sono sentito più o meno così. Ma andando avanti nella lettura ogni dubbio è venuto meno. Il buon Dr. Mallory, difatti, è piuttosto esplicito.
"cf. armeno kakor "escremento", greco kakkao, latino caco, irlandese medievale caccaim etc."
E' stato come realizzare di aver realizzato l'ovvio, trovando implicazioni di ogni tipo.
In primo luogo, per quanto mi riguarda d'ora in poi la parola "cacca" avrà la dignità di un antichissimo relitto di epoca pre-indoeuropea, assurgendo al ruolo di termine dotto in quanto più che arcaico.
Ma la cosa più scioccante è stata realizzare che per gli antichi Greci i "cattivi" erano piuttosto gli "stronzei" (o meglio ancora gli "stronzi"). Ora, non è difficile immaginarsi un Aristofane che parla di "uomini stronzi", ma Platone?
...
...
... Socrate non sarà mai più lo stesso...



PS: è possibile in realtà che in epoca storica il senso dell'etimologia di kakòs si fosse già perso, ma è anche vero che il verbo kakkao rimaneva in uso. Insomma, nessuno di noi ha difficoltà a ricollegare il termine "cagata" alla parola "cacca", vero? Scioccante, semplicemente scioccante. Ma, dopotutto, è per questo che amo gli antichi Greci.