mercoledì 14 novembre 2012

L'Isola di Doverich, ambientazione generica

Per riprendere fin da subito con le sane abitudini di un tempo, inizio col proporvi una nuova ambientazione generica per GdR. Le fonti di ispirazione sono state diverse, dai romanzi di Moorcock al videogioco Risen.
Anche se mancano riferimenti regolistici di qualsiasi tipo, io personalmente userò questa ambientazione con le regole de La Marca dell'Est - salvo qualche correzioncina che vi presenterò in futuro. Spero solo che questa campagna duri più delle precedenti.
Anche perché, come scopriranno ben presto i giocatori, ci sono diversi collegamenti anche con alcune avventure passate... e - se va bene - future.

Spero di aver stuzzicato la vostra fantasia. In ogni caso, ecco qui il link al PDF su Scribd, e a fondo pagina la trascrizione dell'intero documento.


Isola Di Doverich

L'isola nel vostro mondo

L'isola di Doverich nasce per essere inserita in una ucronia, una versione del pianeta Terra dove quanto per noi sono solo leggende e racconti fantastici ha da sempre costituito una pur misteriosa realtà. In tale mondo, l'isola sarebbe da collocarsi in una non meglio precisata zona del Mediterraneo meridionale, lontana da tutte le coste, o magari nell'Atlantico, vicina allo stretto di Gibilterra.
In altre ambientazioni fantasy, qualsiasi zona climaticamente equivalente può andare bene per stabilirvi la sete dell'isola di Doverich; essa, difatti, è stata pensata e sviluppata proprio per essere un luogo isolato e fuori dal mondo, e proprio per questi motivi un luogo avvolto nel mistero.
Dal punto di vista storico, il livello tecnologico a cui si può associare l'isola di Doverich è più o meno equivalente a quello del Basso Medioevo storico, ma questo non impedisce di collocare l'isola in un'epoca più civilizzata.

Panoramica e geografia

L'isola di Doverich ha forma simile a quella di una clessidra disposta grossomodo in direzione Nordest-Sudovest, essendo formata da due isolotti uniti per mezzo di una striscia di terra; tali isolotti sono di natura vulcanica, e caratterizzati da due massicce montagne. Complessivamente, l'isola è lunga circa 40 km, raggiungendo una larghezza di 16 km nel punto di maggiore ampiezza e arrivando a stento a qualche centinaio di metri nel punto più sottile. Attorno ad essa sorgono numerose isole minori, organizzate in due arcipelaghi; il più settentrionale di essi costituisce di fatto l'affiorare di una fitta rete di scogli, tale da impedire l'accesso alla costa a qualsiasi nave più grande di una barca da pesca.
I due vulcani non sono più attivi da tempo, tanto da esser stati colonizzati dalla natura e dagli uomini, ma raggiungono ancora altezze relativamente impressionanti; il più meridionale dei due, il Dercum, supera i 2000 metri, mentre il monte Crisum si attesta poco sotto i 1500. Coi loro massicci, essi occupano buona parte dell'isola.
Le fertili terre vulcaniche alle pendici dei due monti sono irrigate da numerosi ruscelli torrentizi, mentre solo tre sono i fiumi degni di tale nome. Il maggiore dei tre viene chiamato Ausum, attraversa quasi interamente la metà superiore dell'isola, per gettarsi in mare poco prima dell'istmo e creare così l'unico vero golfo dell'isola; gli altri due fiumi, l'Oinum e il Deurum, nascono dal monte Dercum, ma coprono un tragitto relativamente breve prima di andare a confluire entrambi nello stesso ampio affossamento di terreno, una vera e propria palude di ragguardevoli dimensioni. Sull'isola di Doverich non esistono veri e propri laghi, se non qualche pozza d'acqua artificiale o alimentata dai ruscelli stagionali.
Nonostante la sua natura, l'isola presenta pochi approdi naturali: le sue coste tendono a essere alte e a strapiombo sul mare in alcuni punti mentre là dove degradano lentamente in spiaggia e battigia il fondale è spesso troppo basso per consentire l'approdo delle navi. Più o meno al centro della costa nordoccidentale sorge poi il già menzionato arcipelago, che con la sua fitta rete di scogli rende quasi impossibile qualsiasi approdo. Sull'isola di Doverich ci sono quindi solo due porti: il primo è in corrispondenza dell'istmo, nel golfo là dove sfocia il fiume, mentre il secondo si trova alle estremità più meridionali, incassato fra lingue di terra alta e traditrice in prossimità di alcuni isolotti minori.
Il clima dell'isola tende a essere mite, con temperatura che raramente superano i 30° e che anche durante la stagione fredda non scendono praticamente mai sotto lo zero. Le nevicate sulla cima dei monti sono un evento più unico che raro, qualcosa di cui si parlerà per un'intera generazione. Le precipitazioni sono piuttosto frequenti, specialmente nelle stagioni fredde, anche se non mancano occasionali temporali estivi. Le correnti attorno all'isola sono in buona misura responsabili del buon clima, come i venti d'attorno ad essa sono spesso responsabili di violente tempeste.
La vegetazione dell'isola di Doverich tende a essere fitta, ma raramente le piante raggiungono dimensioni ragguardevoli; sono molto frequenti i boschi di querce e di pini, e non è raro imbattersi in macchie di cespugli alti anche più di 2 metri, intervallate a occasionali olivastri e a qualche palma selvatica. In generale, la flora locale può essere definita di tipo mediterraneo.

Gli animali di Doverich

Gli animali nativi dell'isola sono generalmente di piccola taglia, ma non per questo meno selvatici dei loro cugini più grandi. Per alcune razze è ipotizzabile che si tratti dei discendenti rinselvatichiti di animali un tempo domestici; è il caso ad esempio delle numerose capre, una presenza costante nell'intera isola. Assieme a qualche raro cervo, tali capre costituiscono la preda di elezione dei non troppo frequenti branchi di lupi e cani selvatici.
Molto diffusi sono anche i cinghiali e piccoli mammiferi, così come gli uccelli di ogni tipo, dagli onnipresenti gabbiani fino alle numerose specie di rapaci che dimorano sulle montagne. Degli uccelli e dei mammiferi più piccoli si nutrono anche le volpi e i gatti selvatici; sull'isola non è presente nessun grande felino.
A Doverich è possibile imbattersi in numerose specie di rettili, ma raramente esse raggiungono grandi dimensioni; nessun serpente locale rappresenta un pericolo per l'uomo, mancando qualsiasi razza velenosa. Sulle spiagge dell'isola nidificano le tartarughe di mare, ma il rettile più grande del luogo si trova nelle paludi, là dove è stato quasi certamente introdotto dalla mano dell'uomo: il coccodrillo. Accade talvolta che alcuni di questi rettili si spostino lungo i corsi dei fiumi, ma i loro attacchi contro gli uomini sono un evento raro, e più spesso preferiscono nutrirsi di fenicotteri e altri uccelli palustri.
L'altro grande predatore dell'isola si trova pure nelle sue acque, letteralmente infestate di squali; fortunatamente essi si avvicinano raramente alla costa, il che permette ai pescatori locali di svolgere il proprio lavoro in relativa sicurezza. Il mare attorno a Doverich infatti è piuttosto pescoso.
Gli animali domestici diffusi nell'isola di Doverich sono tutti di ridotte dimensioni: al di là dei quasi onnipresenti cani e gatti, le greggi di pecore e capre costituiscono il bestiame più diffuso; in pochi possiedono dei bovini, mentre invece non è raro per una famiglia possedere uno o più maiali. Sull'isola si trovano pochissimi cavalli, appannaggio esclusivo delle autorità e salvaguardati con estrema attenzione data la loro rarità.

La mano dell'uomo

Per quanto in gran parte dell'isola la natura sia ancora pressoché incontaminata, o abbia reclamato le rovine di antiche dimore e fortezze, l'influenza degli abitanti è piuttosto evidente non solo nelle terre dissodate e coltivate, ma anche e soprattutto nei centri abitati.
Gli insediamenti principali sono quattro. Il più importante di questi è la città costiera di Astum, sede del palazzo ducale. Ospitante quasi 2000 abitanti, la capitale è un piccolo gioiello di urbanistica razionale: circondata da ampie mura in roccia vulcanica, è attraversata da ampie strade lastricate che si incrociano ad angolo retto individuando un ordinato reticolato di isolati e quartieri. La maggior parte degli edifici sono adibiti a uso abitativo o a sede di botteghe artigianali, in quanto tutti i magazzini sono concentrati attorno alla rocca ducale. Gli edifici sono realizzati in mattoni cotti o in pietra locale, con tetti di legno coperti di tegole in argilla; è usanza imbiancare con la calce le pareti interne ed esterne, ed esistono leggi specifiche atte a colpire chi non mantiene il decoro urbanistico della propria abitazione; data la mancanza di forti precipitazioni, le case hanno solitamente tetti poco reclinati, e non è raro che al posto di un tetto vero e proprio ci sia un terrazzo. Praticamente ogni isolato ha un sistema di raccolta dell'acqua piovana e una apposita cistera. Quel che invece manca quasi completamente all'intera città sono gli spazi verdi: non solo le piazze sono totalmente prive di alberi e aiuole, ma viene addirittura fatto divieto ai cittadini di piantare qualsiasi vegetale all'interno della cinta muraria. Orti, campi e allevamenti si trovano dunque subito fuori dalle mura, così come i moli e le rimesse dei pescatori.
Un vero e proprio castello, la cittadella di Astum è la sede del duca di Doverich e dell'amministrazione isolana, oltre che la caserma delle sue numerose truppe. Si tratta di una rocca piuttosto imponente, il cui stile gotico in qualche modo stona con le costruzioni circostanti, i magazzini ducali, realizzati con gli stessi mattoni imbiancati del resto della città. La struttura sorge su un affioramento del terreno, ed è circondata per tutto il suo perimetro dalle acque del fiume Ausum, deviate in un ampio fossato; la cinta muraria sorge a strapiombo sul fossato, cosicché la combinazione di roccia, mura e motta renda praticamente inespugnabile la fortezza. L'unico ingresso al castello è rappresentato da un ampio portone, largo abbastanza per far passare due carri affiancati, e dal relativo ponte in pietra.
Entro la cerchia muraria si trovano diversi edifici minori, come la sede degli uffici amministrativi e le caserme della guardia ducale, posti a raggiera attorno a un enorme mastio esagonale. Dimora del duca, la fortezza centrale si innalza per oltre quaranta metri; le sue pareti, praticamente prive di finestre, sono sostenute esternamente da alcuni contrafforti, i quali fungono anche da struttura portante per una serie di tettoie in legno. La torre ha cinque piani, l'ultimo dei quali si estende su una superficie maggiore rispetto agli altri cinque. All'interno della struttura vivono esclusivamente il duca, la sua famiglia, e i pochi e fidati domestici di cui egli si serve; è fatto divieto a chiunque altro, salvo che agli ufficiali della milizia, di mettere piede nella struttura senza un apposito invito.
Se Astum rappresenta un capolavoro di urbanistica, Galenis è piuttosto un poco edificante ritratto delle brutture della cosiddetta civiltà. Questo insediamento minerario, abitato da circa 1000 anime, sorge alle pendici settentrionali del monte Crisum, ed è stato sviluppato con l'unico scopo di fornire ai minatori e alle loro famiglie un posto in cui dormire nelle vicinanze dei loro luoghi di lavoro, onde aumentarne la produttività: nel monte Crisum, infatti, si trovano ampi giacimenti di piombo argentifero, così come vasti depositi di zolfo e di carbone minerario; data l'importanza di questi materiali per l'equipaggiamento delle truppe ducali, nei pressi di Galenis sono insediate stabilmente ben sette decurie di soldati. Lo stabile nel quale sono alloggiate le milizie è anche sede di un magazzino con relativa rivendita: uno dei pochi privilegi degli abitanti di Galenis è infatti il poter scambiare in loco i beni prodotti, senza doversi recare fino ad Astum.
Ad eccezione del magazzino-caserma e di una rozza cinta muraria, tutte le strutture di questa cittadina sono costruite in legno, il che le rende facile preda di incendi; proprio per questo, le truppe di stanza presso Galenis pattugliano costantemente non solo l'area delle miniere ma anche le sudice strade dell'insediamento.
La terza città di Doverich per numero di abitanti, invece, ha ben poco a che vedere con l'autorità ducale: situata nel cuore delle paludi meridionali, attorno alle rovine di qualche antico insediamento, Elutrias è l'unico luogo sicuro dove i dissidenti dell'isola possono sperare di trovare riposo e sicurezza. Secondo la tradizione, questo insediamento venne fondato 65 anni or sono da Priscus, un ragazzo che non voleva accettare di svolgere lo stesso estenuante lavoro dei propri genitori; rifugiatosi nelle paludi e sfuggito fortunosamente alle molte insidie ivi in agguato, il giovane scoprì che al centro del pantano, nascoste da nebbia e vegetazione, c'erano ancora le rovine di una serie di ampie strutture in pietra, con perfino qualche muro ancora in piedi. Nel corso degli anni altri dissidenti si unirono a Priscus, e nel giro di una ventina d'anni quello che prima era l'eremo solitario di un ribelle divenne un vero e proprio insediamento, con tanto di famiglie e bambini. Vennero costruite palafitte e individuati cammini sicuri attraverso la palude, i vecchi edifici in pietra vennero per quanto possibile riparati e per quanto possibile si imparò a convivere con coccodrilli ed insetti.
Nonostante le dure condizioni di vita, oggi ad Elutrias vivono più di 500 persone, un numero tale da mettere seriamente in discussione l'autorità del duca di Doverich.
L'ultimo grande insediamento dell'isola, invece, è strettamente sotto il controllo dell'autorità. Si tratta di Sidrium, un villaggio minerario alle pendici del monte Dercum. Quel che ha salvato Sidrium e i suoi circa 400 abitanti dallo squallore di Galenis è la vicinanza ad Elutrias: il duca non può permettersi che i minatori e i fabbri locali disertino per unirsi ai ribelli, né potrebbe mandar forze sufficienti a reprimere eventuali sommosse senza lasciare sguarnite le torri che presidiano la palude meridionale, e dunque ha preferito garantire la fedeltà dei sudditi fornendo loro migliori condizioni di vita. Pur facendo una dura vita nelle miniere di acciaio, infatti, gli abitanti di Sidrium abitano in un villaggio con strade lastricate e dimore in pietra, ben più confortevoli delle baracche di Galenis. Anche in questo insediamento si trova una piazzaforte con cinque decurie di soldati, ma il controllo che essi esercitano è meno oppressivo rispetto a quello che devono subire gli abitanti dell'altra cittadella mineraria. Dotata del proprio magazzino, Sidrium assomiglia piuttosto ad Astum che non a Galenis.
Al di fuori di questi grandi insediamenti, esistono numerosi piccoli villaggi di contadini e allevatori, spesso abitati da poche decine di persone, più o meno sparsi per l'intera isola; la presenza di un villaggio di questo tipo è facilmente rivelata dalla presenza di campi e pascoli attorno ad esso. Quanti abitano in queste comunità devono recarsi quasi quotidianamente nei centri principali per poter scambiare i propri beni, ma nel contempo godono di un controllo meno oppressivo. Alcune decurie svolgono un servizio itinerante di controllo sui piccoli villaggi, ma nessuno di tali insediamenti ha alcun ufficiale ducale di stanza nelle proprie vicinanze. L'unica eccezione è una comunità di pescatori sulle coste settentrionali, che sorge in prossimità di una torre di guardia.
Tali torri sono edificate sia sulle coste dell'isola dotate di approdi naturali, sia lungo il perimetro della palude dove sorge Elutrias. A ciascuna sono assegnate una o due decurie di soldati, che hanno il compito di difendere la zona da eventuali minacce esterne e di segnalare immediatamente tali pericoli all'autorità centrale. A memoria d'uomo, non si è mai verificata un'occasione del genere, ma ciononostante la vigilanza rimane alta.

 Legge, economia e societa'

Il duca di Doverich, Paul Von Doverich IV, è il signore dell'intera isola; al di fuori della comunità libera di Elutrias, la sua autorità è incontestata. Il casato di Doverich ha dato il proprio nome all'isola quando, molte generazioni or sono, guidò i primi coloni verso la relativa pace e sicurezza offerte da un'isola sperduta in mezzo al mare e dunque lontana dalla follia e dai conflitti della terraferma. Da allora, i duchi hanno garantito la propria autorità facendo ricorso a una legge dura e inflessibile, ma apparentemente onesta.
Il principio fondamentale dell'isola di Doverich è che ogni risorsa presente sull'isola appartiene al duca. Egli concede ai propri sudditi di godere gratuitamente di alcune risorse, come ad esempio i frutti che crescono nei boschi e i piccoli animali che vi vivono, o come la legna secca per il riscaldamento: ogni giorno, ogni popolano può portar via dai boschi tanta legna quanta riesce a caricarne sulle due braccia, e carichi di frutta o piccoli animali tali che riesca a trasportarli con un singolo braccio. La cacciagione di taglia superiore, i pesci dei fiumi e del mare, così come i prodotti dei campi e le risorse della terra, ivi comprese quelle minerarie, sono di proprietà esclusiva del duca. Ai sudditi è permesso appropriarsene, ma non possono farne uso: la legge impone infatti che tutti questi beni vengano consegnati in un magazzino ducale, dove chi li ha coltivati, cacciati o raccolti otterrà un prezzo in denaro corrispondente al loro valore. Con tale denaro, quindi, sarà possibile acquistare i beni che si desiderano; una legge apposita regola la cosiddetta “sine pecunia”, ovvero uno scambio particolare in cui un suddito porta al magazzino ducale i beni in suo possesso, ne fa calcolare il valore da parte di un contabile, e quindi se li riprende senza appunto nessuna transizione di denaro. Il commercio fra sudditi è severamente vietato, e il denaro può essere usato solo per commerciare con l'autorità.
Quanti non rispettano tali leggi vengono considerati alla stregua di ladri, e puniti col taglio di una mano; un ladro recidivo, invece, viene sottoposto alla pena capitale. Giudici, giurie e carnefici della corte ducale sono i decurioni, gli ufficiali della milizia; ciascuno di essi comanda nove uomini, superbamente equipaggiati con corazze e armi di prima qualità, ed è nel contempo vicario plenipotenziario del duca nell'amministrare la giustizia. Tipicamente, là dove vi sono più decurioni essi prendono collegialmente qualsiasi decisione, mentre nei villaggi più solitari cause e processi vengono decisi da un singolo decurione di passaggio. Dato che leggi apposite regolano il possesso di armi fra i civili, rendendolo possibile solo dietro pagamento di una cospicua tassa, sono ben pochi coloro che, pur volendo, avrebbero i mezzi per opporsi ai soldati delle decurie.
Oltre alle milizie, sono alle dirette dipendenze del duca anche i burocrati a cui viene assegnata la gestione dei magazzini e della contabilità, una posizione di grande prestigio ma anche di grande rischio, in quanto il responsabile di un magazzino è anche responsabile di qualsiasi ammanco o irregolarità. Contabili e soldati sono gli unici sudditi a essere materialmente stipendiati per il lavoro svolto. Tutti gli altri devono mantenersi con lavori di un qualche tipo; inoltre, dato che la loro paga annuale comprende la donazione di una moneta d'oro, un conio praticamente mai utilizzato negli scambi commerciali, è divenuto costume per i pubblici ufficiali utilizzare tali monete come vere e proprie “medaglie”; a lungo andare, si è anche diffusa l'usanza di donare ai sudditi particolarmente meritevoli un ducale d'oro quale riconoscimento della loro fedeltà al duca.
Il valore nominale di una moneta d'oro, comunque, corrisponde alla tassa pro capite che i sudditi sono tenuti a pagare annualmente, ammontante a dieci ducali d'argento; l'importo di tale imposta è tale da risultare spesso insostenibile per le famiglie più numerose. La legge prevede dunque delle corvè di servizi non retribuiti, come la pulizia delle strade o la riparazione degli edifici pubblici, per quanti non riescono a pagare un'imposta. In ogni caso, il duca mal tollera l'ozio e l'inoperosità, tanto che il mendicare viene legalmente equiparato al furto, con tutte le dovute conseguenze del caso.
Legge e tradizione spingono i giovani a svolgere lo stesso mestiere dei propri genitori, il che spinge verso un notevole immobilismo sociale. Nel contempo, questo ha fatto sì che sul lungo periodo i due sessi fossero più o meno equiparati per la maggior parte dei lavori, ivi compreso il mestiere di soldato; anche se non c'è ancora stato un decurione donna, fra i 350 soldati al servizio del duca diverse decine sono di sesso femminile.
Ma al di là di simili conquiste, la società dell'isola di Doverich è una società altamente statica e priva di qualsiasi spinta dinamica: l'incremento demografico è minimo se non assente, le arti liberali e l'espressione personale vengono disincentivati, così come l'intraprendenza economica. Pare perfino che l'argento estratto dalle miniere non venga coniato in ducali, ma semplicemente ammassato e conservato all'interno del castello del duca. Sotto la guida di Paul Von Doverich, e sotto l'insegna della freccia bianca su campo scarlatto, tutto ciò che va contro la tradizione e i costumi ereditati rischia di essere visto come un tradimento... e la pena per il tradimento è la morte.
Inutile dire che la libera comunità di Elutrias segue regole completamente diverse. Fondata la ribelli e dissidenti, questa piccola cittadina palustre non è certo quel che si può definire un centro di prosperità, ma ciononostante i suoi abitanti sono fieri della propria indipendenza. Nelle paludi, in sostanza, non esiste nessun potere assoluto: tutti i membri adulti della comunità si riuniscono in assemblea per eleggere i propri capi, e anche se agli eredi di Priscus viene riconosciuto un notevole prestigio essi sono ben lungi dall'essere una sorta di nobiltà. Gli abitanti di Elutrias vivono poco al di sopra del livello di sussistenza, nutrendosi di pesce e uccelli palustri; sono ben poche le piante coltivabili, e l'unica protezione dagli insetti è data dal fuoco o da alcune mefitiche lozioni.
Eppure, nonostante le avversità, gli abitanti di Elutrias dimostrarono il proprio valore quando, dieci anni fa, il duca decise di inviare numerose decurie a sterminare gli abitanti delle paludi: dei 90 soldati ne tornarono meno della metà, e due decurie vennero completamente sterminate. Da allora il numero di abitanti della cittadina è vertiginosamente aumentato, ma nel contempo è anche aumentato il numero di quanti intendono sfruttare questa piccola isola di libertà per il proprio tornaconto, dandosi al brigantaggio nelle terre ancora soggette all'autorità ducale.

Voci, leggende e tradizioni

Quando i coloni, guidati dal duca Paul Von Doverich I, giunsero sull'isola la trovarono già abitata. Gli autoctoni vennero forzatamente integrati dall'autorità: i loro templi, dove si adorava un antica divinità da tempo caduta in disgrazia nel continente, vennero rasi al suolo; i loro capi vennero sterminati, e nel giro di poche generazioni le due stirpi si mischiarono fino a diventare all'atto pratico indistinguibili. Eppure, qualche vestigia degli antichi abitanti dell'isola emerge ancora di tanto in tanto. Può capitare che, dissodando la terra, un contadino trovi una vecchia tomba ricolma di reliquie e gioielli dimenticati; e non è raro che un cacciatore scopra qualche rovina dimenticata nascosta nel folto della vegetazione.
In passato, era fatto divieto ai sudditi di raccogliere simili tesori, pena la morte, ma di recente il duca ha emanato una nuova legge a riguardo. In base ad essa, a qualsiasi suddito è concesso di appropriarsi di tali beni, ma egli deve immediatamente recarsi ad Astum e denunciarne la scoperta presso i magazzini centrali; là le autorità ducali catalogheranno e valuteranno i beni rinvenuti, foreranno eventuali monete con il simbolo triangolare della Lancia Dei Doverich, e restituiranno al fortunato popolato tutto quel che ha trovato, meno una quinta parte di tali ricchezze. Quanti cercassero di eludere tale controllo sarebbero considerati traditori e meritevoli di morte.
Una tale apertura da parte del duca, fino a qualche tempo fa impensabile, spinge molti a ritenere che egli stia cercando qualcosa. E in effetti tutti i calici, tutti i gioielli in pietra nera e tutte le lame di una certa dimensione che vengono rinvenute dai sudditi finiscono immancabilmente per essere confiscate dall'autorità...
Inoltre, molte delle reliquie ritrovate sembrano essere realizzate con un'arte ben superiore a quella dei nativi dell'isola. E c'è chi è pronto a giurare di aver sentito di tanto in tanto strani rumori, gutturali come il verso di una bestia e ritmici come la voce di un uomo, provenire nottetempo dal profondo di certe grotte. Qualcuno sostiene addirittura di aver visto uno strano individuo, alto e dalla pelle candida come la neve, aggirarsi per le valli più isolate; ogni avvistamento di questo straniero “dagli occhi di fuoco” è stato oggetto di indagini da parte della milizia ducale.
L'interesse del duca nei confronti del cosiddetto “pelle d'argento”, comunque, non è l'unico mistero che circonda la figura di Paul Von Doverich IV. La tradizione, infatti, impone che il duca non si mostri mai in pubblico senza i simboli del suo casato: lo stendardo con la punta di freccia bianca su fondo scarlatto, e un elmo d'argento foggiato a forma di testa di lupo che ne nasconde completamente il volto. Per questo motivo sono fiorite diverse voci e leggende riguardo alla vera identità del duca: al di fuori delle più sordide storie di impostori, tradimenti e parricidi, c'è chi sostiene che non esista un solo “duca”, ma solo un'identità fittizia che viene ricoperta da questo o da quel decurione allo scopo di mantenere stabile il proprio potere; ci sono persino quanti ritengono che il duca Paul Von Doverich IV non sia altri che lo stesso Paul Von Doverich I, un essere benedetto – o maledetto – con il dono della vita eterna.

A volte ritornano...

Me ne rendo conto: non ho scusanti.

Ho abbandonato il blog per sei mesi, ma spero che mi possiate perdonare. A parziale giustificazione posso dire che nei primi tempi ho avuto un problema con la connessione, ma ultimamente mi sono molto - detto con molta schiettezza - "lasciato andare".

Non posso promettere che non capiterà più, però posso garantirvi che, almeno per un po', riprenderò ad aggiornare il blog con una certa frequenza.

E, forse, inserirò anche una nuova categoria di post; si vedrà...

sabato 26 maggio 2012

Fra gli impegni, gli haiku

La verità è che non è tanto il tempo a essere tiranno, quanto la mia capacità di gestione dello stesso ad avere alti e bassi.
E ora sono in un periodo "basso".

Perciò non vi propongo niente di troppo corposo, soltanto una manciata di haiku.



Nel vento freddo
Di maestrale cerco
Echi di luce.

Le sulcitane
Nubi, soltanto i picchi
Sospesi in cielo.

L'erba ingiallita,
Arriva la bruciante
Aria d'estate.

Ma come un lampo,
Squarcianti d'acqua, i nembi,
Piogge di maggio.

Chiusa nel guscio,
Apatica, riposa
La tartaruga.

Percorre un cane,
Incurante, le strade.
“Cerco l'amore.”

Nuovo inverdirsi
Sotto effimera pioggia,
Battito d'ali.

Sbocciano rose,
Tinte e profumi. I petali
Persi nel fango.

domenica 20 maggio 2012

Demagogo che va, demagogo che viene

Conoscere il passato è uno dei pochi modi concreti per poter fare previsioni non troppo azzardate sul futuro.

Ma intuire il futuro senza poterlo cambiare è una delle cose peggiori, ed è la condanna dello storico; è stata la condanna di chi ha visto le varie dittature nascere seguendo gli stessi passi delle tirannidi passate, è stata la condanna di chi ha visto guerre pretestuose dichiarate in nome di qualche ideale scoppiare ancora una volta a secoli e millenni di distanza dalle prime del loro genere, e in un certo senso è la "condanna" che, da classicista, in questo momento sento essere in parte mia.

Chi studia la storia della Grecia classica si imbatte in tutta una serie di figure demagogiche. Il demagogo è "animale democratico", e dunque tende a scomparire come figura in tutti quei regimi nei quali le masse popolari hanno poca voce in capitolo sulla gestione della cosa comune. Ma l'Atene classica ci offre fin troppi esempi di individui deprecabili che hanno manovrato l'opinione pubblica, debilitando lo stato, mentre venivano incensati e osannati dal popolo, quello stesso popolo che riducevano alla fame.
Il demagogo è un retore, e un retore "scomposto", gesticolante: la sua arma retorica più forte è quella di non porsi come un retore, ma come uomo della strada sul quale il vero uomo della strada può fare affidamento. Il demagogo è l'uomo che esaspera il dibattito politico trasformandolo in conflitto aperto. Il demagogo prende le persone per lo stomaco, non per il cervello; il demagogo è un populista, e uno dei peggiori.

E il demagogo, purtroppo, sembra essere il sogno erotico-politico degli Italiani, l'uomo dal quale nel più intimo del loro cuore desiderano essere messi a 90° e riceverlo fra le chiappe.

Giovenale, ultimo grande autore satirico latino, scrisse che era l'indignazione stessa a comporre i suoi versi. E in questa situazione io sono parecchio indignato.
Vedo la gente pendere dalle labbra dell'ennesimo capopopolo, un retore consumato che fa leva sul ventre molle delle persone, persone che spesso lo incensano come in Italia, paese tendente al bigottismo cattolico, avevo pur a malincuore accettato di vedere incensate quantomeno solo le persone divine e i santi vari. Il bigottismo politico è molto più pericoloso: un bigotto religioso mi infastidisce, ma a meno che non sia un folle non mi provoca danni; un bigotto politico che vota senza pensare autonomamente, ma perché ipse dixit, invece, danneggia anche me col suo voto.
Sono vissuto nell'era di un demagogo, un demagogo che ora sembra avviarsi verso l'uscita di scena.
Ma, a quanto pare, il ricambio è già pronto. E in questo semplice cambio di santino c'è chi vede la nascita di una coscienza politica di massa, come se seguire in maniera acritica i dettami di questo o quello fosse veramente un gesto coscienzioso.

L'indignazione è troppa. Ed è così che è nata questa poesia, una vera e propria satira, e anche bella lunghetta. Forse pubblicarla è un passo azzardato, perché per la prima volta prendo direttamente posizione, e prendo posizione contro l'andazzo generale di quella che sembra essere la nuova moda del momento, ma in certi casi contenersi è impossibile.


Chissà se riceverò fior di critiche, o se semplicemente verrò ignorato. E chissà se quanti ce l'avranno con me avranno anche la costanza di leggere fino in fondo, capendo che il mio vero bersaglio satirico non è il demagogo di oggi, non quello di ieri, non quello di domani, ma semplicemente il popolo di imbelli che sente il bisogno di affidarsi alle cure di un demagogo.


Quindi mi tocca di viverci assieme,
Destino balordo,
Spalla con spalla e testicolo a palla,
Assieme a quei gonzi
Pronti a staccare la spina del cranio,
Spegnendo il cervello,
Ogniqualvolta qualcuno che gridi
Più forte degli altri
Faccia promesse d'impegni fumosi
Sparando vaccate?
Poco mi cambia che questo galletto
Vociante e scomposto
Parli dal video privato od impieghi
La rete: se faccio
Qualche rapina di giorno piuttosto
Che al buio, son forse
Meno ladrone? Ma certo qualcuno
Direbbe che fare
Furti di giorno denota un agire
Sincero e corretto,
Quasi che sono un onesto grand'uomo
- Mi basta pagarlo, o
Pure mi basta che parli un idiota.
Difatti oggigiorno
Sembra sia facile, e molto, trovare un
Idiota disposto a
Fare di te che cazzoli alla grande
Il proprio profeta.
Molti si incazzano, ed hanno ragione,
Son primo fra tutti
Quando si parla dell'ira indignata,
Di quella che spinge a
Grida sdegnate, ma voi, veramente,
Sapete soltanto
Fare da antenne per quello che dice
Quell'uno o quest'altro!
Ditemi, avete un cervello, un pensiero
Da voi ragionato,
Senza che qualche santone del bene
Comune piantasse il
Proprio semino nel vostro cranietto,
Fottendovi tutto,
Piedi e capoccia, passando dal culo?
Vi basta soltanto
Parli insultando i politici d'oggi,
Che levi a vessillo il
Medio, che dica “son ladri”, “dobbiamo
Mandarli affanculo”, ed
Altre bordate ben note, per farne
Il guru del vostro
Porre crocette e votare! In che cosa
Sarebbe diverso
Questo da quello che un tempo diceva
Le stesse parole, ed
Ora s'ingrassa coi soldi statali,
Pagando diplomi,
Lauree e viaggetti a parenti ed amici?
Ma certo in passato
Molti di voi gli correvano dietro,
E gli davano il voto.
Siete davvero costanti, se sempre
Sbagliate alla stessa
Vecchia maniera! Non dubito sembri
Diverso, per ora,
Ovvio, ma senza governo e potere
Nessuno ne abusa!
Questo, mi dite, non conta: difatti,
Sostiene il coretto,
Egli non s'è candidato, non posso,
Mi dite, chiamarlo,
Dunque, politico. Spero scherziate!
Non sono, difatti, i
Soli politici quelli che “scendon
In campo”: chi detta
Linee d'azione, propone un loghetto
Mettendoci il nome,
Parla di bene comune e di leggi
Da fare e votare,
Questo, mi dite, dovrei non chiamarlo
Politico? E dunque
Quanti son capi di mafie, padrini ed
Affini, che stanno a
Casa in poltrona e comandano agli altri
Le linee d'azione
Senza sparare né fare minacce,
Direste che questi
Qui, sciagurati, non sono mafiosi?
Ma spero scherziate,
Via, per davvero: gli eredi di tanto
Ben celebri e noti
Santi e poeti e scienziati e falsari
Non possono adesso
Credere a tali boiate. Vogliamo,
Fra l'altro, parlare un
Poco di quanto propone il maestro
Del “cazzo” e del “vaffa”?
Oltre alle cose scontate, che senti
Perfino dai muri,
Tanto son dette e ridette e volute
Da tutti, che cosa
Dice di saggio quest'uomo? Vi siete
Scordati di quando
Egli parlava dei sacri confini
di Patria, del sangue
Puro di Italiche genti, di come
Dovesse il paese
Chiuder le porte a chi viene dal mare?
L'avete scordato? O
Pure per voi tali cose non son da
Razzista, ma sante,
Vere e ricolme del vostro fascismo
Perbene? La mafia,
Ditemi, pure per voi non sarebbe
Spietata assassina,
Piaga d'Italia? L'ha detto quel vostro
Santone. E che dire
Poi della balla che lava, o di come il
Computer, strumento
Tramite il quale il potere controlla
Le masse, di colpo
Sia diventato per lui democrati-
Co, e pure per voi, ma
Solo da quando anche lui se ne serve
Per fare opinione?
Sì, lo conosco quel mantra che avete
Stampato nel cranio:
“Uno vale uno”. Ma allora perché vi
Levate in difesa,
Quali crociati ricolmi di zelo,
Appena qualcuno,
Spesso indignato per quello che dice
Parlando a sproloqui, un
Poco lo critica quando lui sbraita e
Proclama cazzate?
Basta talvolta soltanto astenersi
Dal tessergli lodi
Piene e totali, ed eleison e gloria,
Per farvi balzare
Ritti ed irsuti nel pelo, le bave
Schiumanti alla bocca,
Pronti a rispondere colpo su colpo a
Le ingiurie supposte,
Quasi che foste le guardie del papa
Compatte in falange
Quando di mezzo alla folla qualcuno
Gli spara o bestemmia
Contro. Credete che tutti, se sono
Ben poco propensi a
Fare l'inchino all'ennesimo dono
Del fato, al grilletto
Moscio che spara le stesse bordate
Da gran demagogo
Viste e riviste anche in salsa piccante,
Per questo credete
Siano dei servi di qualche partito? E
Davvero credete il
Vostro non sia per davvero un partito?
Sapete, anche il mulo
Spesso è convinto di andare lontano,
Girando la mola,
Quando non vede nient'altro che quello
Che vuole il padrone.
Forse ho capito: v'ha detto per caso
Qualcuno che quelle
Vostre appendici asinine sul capo
Vi rendono scaltri,
Popolo ricco e sovrano di pari al
Re Mida? Chissà. Se
Voi veramente volete cambiare
Qualcosa in Italia,
Fatelo subito, adesso: iniziate
Mandando affanculo
Quello che manda i profeti ed i capi a
Sturarsi le chiappe,
Dategli un cappio alla forca mordace
Da lui costruita.
Fatelo: in molti verranno alle vostre
Bandiere, vedendole
Libere e schiette. Ma temo che invece
Nell'intimo vostro
Voi non vogliate decidere nulla
Da soli: cercate
Sempre, da sempre, un dorato bugiardo
Che parli di miele
Mentre vi incula, e per quello,
Se quello lo vuole,
Siete disposti ad urlare che il sole
Non brilla, a chiamare
Fresco profumo la puzza di merda.
Vi basta soltanto
Offra certezze: che importa del vero e
Del falso, purché si
Mostri sicuro il profeta che parla?
Pensavo sepolto
L'ultimo re demagogo d'Italia,
Sepolto nel fango
Dove soleva danzar. Mi sbagliavo,
Italiche genti:
Subito avete trovato d'un altro
Sovrano allettante il
Comodo verbo. Tenetelo stretto, e
Chinate la testa
Verso il suo giogo per asini e porci:
L'avete voluto. E
Quando l'avrete deposto, capendo il
Marciume che dice, un
Altro profeta verrà, lo farete
Signore e padrone.

venerdì 18 maggio 2012

Una poesia allegra

Ogni tanto anche a me capita di tirar fuori una poesia felice. Non irridente, non ironica, non sarcastica, no: proprio felice, che ride senza ridere di nessuno.

Eccovene un esempio.



Oggi mi sento, per qualche ragione,
Parecchio giocondo.
Strano, davvero, perché la giornata,
Fra poco conclusa, è
Stata sul serio stancante. La sveglia al-
Le sette da poco, a
Pena, passate, e poi subito doccia, ed
Andare a lezione. E
Lì la sorpresa crudele: difatti
Credevo dovessi
Starci “soltanto” - per modo di dire,
Sett'ore son tante -
Fino alle sei, mentre invece ho finito,
Destino tiranno,
Solo alle sette passate. Ma pure
Colpito da tali
Strali, freccette scagliate dal fato
Tiranno, impietoso e
Spesso propenso a burlarsi di me che
Ne soffro gli scherni,
Sento d'avere una vena scherzosa,
D'origine ignota,
Forte pulsarmi nel petto, che freme,
Di contro, assai spesso
Colmo di mesta tristezza saturnia.
Perciò me la godo:
Fino a che avrò questa voglia di gioia,
Di rider per nulla,
Lieto di darmi una voce irridente ed
Allegra, scherzosa,
Tanto mutata da quella che sempre
Trasmigro nei versi,
Statene certi: berrò dalla fonte
Di queste risate.

lunedì 14 maggio 2012

Il grano in primavera

Alcuni rapidi versi, a tema naturale, nei quali spero si possa comunque cogliere qualche riferimento più profondo.



Spighe di grano, più verdi del verde,
Sul campo che corre a
Fianco alla strada. Ti sembrano quasi
Brillare di luce
Calda, riflesso del sole che splende
Gentile ne cielo
Primaverile. Ma pure dovranno,
Per dare la vita,
Farsi le spighe, ora verdi e splendenti,
Consunte, bruciate,
Arse dal sole crudele d'estate
Fin quasi alla morte.

giovedì 10 maggio 2012

Alcuni altri haiku

Ancora qualche haiku.



Le spighe verdi,
I papaveri rossi
Persi nel grano.

Mesto, un piccione
Nascosto sotto il marmo, al
Buio, in attesa.

Un micio guarda
Dal muretto, sorpreso,
La strada grigia.

Croci di ferro
I tralicci sul colle
Brullo e sassoso.

Vola un gabbiano
Oltre il pino, sul prato
Una cornacchia.

lunedì 7 maggio 2012

Una poesia breve

Ultimamente, il latitare del tempo libero è pari soltanto a quello della voglia di fare.
Pertanto l'aggiornamento di oggi, il primo e a lungo ritardato aggiornamento di maggio, si limita ad essere una poesia molto breve.



Piovve a diluvi, con gocce pesanti
Di gelo, che fitte
Morsero il suolo spaccando la terra,
Macchiando di nero i
Petali timidi in fiore. Ma dopo
Quel pianto di nubi,
Tristo compianto dell'acqua ingrigita,
Nel cielo lontano
Vedo soltanto degli esili veli
Di nuvole bianche, e
Toni d'azzurro splendente, che scalda-
No gli occhi ed il cuore.

domenica 29 aprile 2012

Gli ultimi haiku di aprile

E con questi finisce la carrellata di haiku che ho scritto nel corso del mese. Spero che vi siano graditi.



Ma rami secchi
Di fianco alle farfalle,
Tu non sei mia.

Le cavolaie,
Bianche, fra fiori gialli,
Danzano al sole.

Spinta dal vento,
La termite non vola:
Striscia sul suolo.

Delle cornacchie,
Grigionere, su grata
Grigia d'acciaio.

Sei stilettata
Sui fiori appena nati,
Pioggia d'aprile.

Erba e cespugli
Con toni da brughiera
Sotto la pioggia.

Ed inatteso
Giunge un freddo discreto,
Cade dal cielo.

Nere, contorte,
Le viti in primavera, a
Fianco i ciliegi.

Nubi di pioggia,
Ma sotto il loro velo
Il sole è sorto.

mercoledì 25 aprile 2012

Un tema un po' abusato

Ho scritto questa poesia in un giorno non proprio ottimo per il mio umore, e l'ho limata in misura molto limitata.
In sostanza, non è niente di che e sono il primo a rendersene conto: tratta dell'abusatissimo, anche per me, tema dell'uomo che ignora i suoi simili.
Ma, in qualche modo, penso che sia adatta alla giornata di oggi.



Fatto di carne e di sangue, di mente e
Pensieri, di sogni e
Calde speranze, di vita e di morte,
L'uomo mortale
Vive una vita egoista e dannata,
Stimando se stesso
Solo signore del mondo, ignorando,
Testardo, i compagni, i
Propri fratelli di fato, coi quali il
Destino ha voluto
Fosse abitante del mondo, vivesse e
Dovesse morire.

domenica 22 aprile 2012

Sempre haiku

Come accennavo, ecco ancora qualcuno degli haiku che ho scritto nelle scorse settimane.



Ritto, un gabbiano
Dal palazzo rosato
Domina il mondo.

Piccola palma
Sul balcone in granito,
Bimba che gioca.

I colli verdi,
Specchiandosi nel lago,
Quasi lucenti.

Qualche germoglio,
Viti lungo i filari.
Grappoli, un giorno.

Le brezze fresche,
Filtrate fra le spine
Di fico d'India.

In primavera
Sento ancora quel gelo
Di brina in petto.

mercoledì 18 aprile 2012

Alcuni haiku delle settimane scorse

Il titolo del post dice tutto: quelli che vi offro oggi sono alcuni dei molti, davvero molti haiku che ho scritto negli ultimi tempi.



Sopra la grata
Con canti il passerotto
Loda il mattino.

Perché, melisse,
State ancora celate?
È primavera.

Primo albeggiare,
Per le strade soltanto
Cani randagi.

Di sopra all'erba
Fronde d'ulivo, verde
Scuro sul verde.

Oro castano,
Quando un raggio indiscreto
Tinge di sogno.

All'ombra venti
Freddi, ma sotto il sole
Brezze leggere.

L'erba secca, e
Rigoglioso il trifoglio in
Prati selvaggi.

lunedì 16 aprile 2012

Regole sulle armi per La Marca dell'Est

Queste regole hanno avuto lunga gestazione ma parto rapidissimo, merito forse del computer nuovo.

Sono, in sostanza, una riproposta e un aggiornamento delle regole riguardo alla competenza nelle armi che erano presenti nell'edizione di D&D "in scatola", la cosiddetta BECMI.
Sono state elaborate per La Marca dell'Est, ma penso che siano facilmente adattabili a qualsiasi altro retroclone.

Competenze Nelle Armi LMdE

sabato 14 aprile 2012

Un po' di passato

Questa poesia non è ciò che sembra: a prima vista si direbbe un componimento a tema fantastico, o comunque una qualche "visione immaginaria".

Niente di più falso: le "torri" a cui faccio riferimento, infatti, sono semplicemente alcuni palazzi di una certa altezza che si trovano in una cittadina vicino alla mia, e che un tempo vedevo ogni giorno dalla finestra della scuola dove ho frequentato elementari e medie.
Qualche settimana fa, mentre ero in pullman, lo sguardo mi è casualmente caduto su questi palazzoni, e ho deciso di dedicare loro una poesia che trasfigurasse nel sogno il ricordo di quei giorni, nobilitando il semplice messaggio "le vedevamo sempre quando eravamo ragazzetti senza troppi problemi all'orizzonte, prima delle scuole superiori".

Giusto per la cronaca, se non erro i palazzi in questione sono in realtà quattro, ma dal pullman ne ho visto solo tre. Invece, dalla mia scuola se ne vedevano solo due. Erano i primissimi anni 2000, e un volo di linea sembrava sempre passare dietro ad essi; immaginatevi le facezie che, dal settembre 2001 in poi, fioccavano a tale riguardo.



Vedo tre torri svettanti, lontane.
Son forse memoria
Fredda ed antica dei giorni passati?
Nel sole d'estate
Rosse brillarono un'ultima volta,
Poi venne l'autunno, io
So, lo vidi, e le rese lontane. Ed
Ancora a volte
Sembra che mandino i lampi di vita
D'allora, di quando
Grida e risate felici, compagne in
Età menzognera,
Eran le sole ambizioni per quanti
Guardavan le torri.

giovedì 12 aprile 2012

Ritorno con degli haiku

In questi giorni non ho avuto particolari impegni, né mi sono mancati i lavori da mettere sul blog: la verità è che mi è mancato qualcosa di molto più effimero e molto più importante, la voglia.

Quindi è con un certo ritardo che oggi vi presento questi haiku, scritti quasi in mese fa.
Non preoccupatevi, ne ho ancora per un bel po: cercherò di non lasciarvi così a digiuno, almeno nel prossimo mese.



Nebbia di notte.
Quali stelle nel cielo
Cupo, ammantato?

Calda, al mattino
La luce che, dal volto,
Inonda il mondo.

Quasi non sento,
Frecce ardenti nel cielo
Dell'aria fredda.

Scorre d'attorno
La nebbia della sera, e
Dolce, m'ammanta.

Cinque gabbiani,
Fra cerchi di volteggi,
Sotto le nubi.

Sul rampicante,
Sospeso in mezzo al verde,
Un passerotto.

Bevendo i fiori
Rossi d'aloe verde,
Zampe su stelo.

Grigio, raccolto
Sul grigio, si riposa il
Gatto al mattino.

Spazzano i venti,
Si dissolve la nebbia,
Volto del sole.

Oltre la piazza
Cammina lungo il muro un
Gatto furtivo.

domenica 1 aprile 2012

Ambientazione generica per GdR, la contea di Springwater

Quella che segue è l'introduzione a una piccola ambientazione generica che ho ideato per la mia campagna ne La Marca dell'Est. L'idea di base era avere a disposizione una zona più ristretta e in qualche modo più controllabile, oltre che "cupa", nella quale ambientare una serie di avventure abbastanza libere. Per come l'ho ideata, questa ambientazione è abbastanza compatibile sia con la Marca dell'Est dell'omonimo GdR, sia con qualsiasi altro retroclone o GdR fantasy classico.

Anche la struttura dell'ambientazione, in effetti, è molto "classica": una città centrale che funge da luogo di riposo e base per gli avventurieri, e una serie di località con le proprie trame e i propri misteri.
Mano a mano che le avventure andranno avanti, e mano a mano che i segreti dell'ambientazione diverranno noti anche ai giocatori, pubblicherò ulteriori articoli nei quali verranno introdotti nuovi elementi e nuove trame legati alla contea di Springwater.




La contea di Springwater

La città di Springwater Gates, governata dal conte William Greystone, sorge sulle rive dell'omonimo fiume, vicino alle propaggini meridionali delle Granite Mountains.
Il nucleo originario della città, in effetti, si è formato attorno al castello di Springwater Rock, antica fortificazione edificata secoli or sono sopra una imponente collina granitica. Circa quattrocento anni fa, ai signori di Springwater Rock venne concesso il titolo di conti, assieme alla sovranità sull'area circostante. Da allora la città ha conosciuto un continuo sviluppo, che l'ha porta a raggiungere i circa diecimila abitanti attuali.
Springwater Gates è protetta da tre cinte murarie; la prima e più antica cinge il solo castello dei conti, e non ha visto un assedio da intere generazioni; la seconda cinta protegge la città vecchia, nella quale si trovano il distretto nobiliare e l'abbazia del Padre della Luce; la terza, infine, è stata terminata da poche decadi e circonda l'intero abitato, fatta esclusione per le fattorie circostanti. Lo Springwater River scorre all'interno della città, e due enormi porte fluviali ne regolano l'accesso.
Il fiume stesso, assieme alla diramazione dell'antica via meridionale che porta a Springwater Rock, suddividono la città in quattro distretti. Il più antico è quello di nord-est, dove oggi abitano le famiglie più in vista e i notabili più importanti di Springwater Gates; il distretto di nord-ovest si è sviluppato in età più recenti, ed è tradizionalmente abitato dai membri delle varie gilde di artigiani e dalle maestranze più antiche. Al di là del fiume si trovano i due distretti più recenti: quello di sud-est, un enorme agglomerato di baracche e bettole dove abita buona parte della popolazione locale, e la vera e propria enorme foresteria del distretto di sud-ovest, abitata in prevalenza da mercanti di ogni origine e provenienza. Ogni distretto dispone di un suo porto, per quanto solo quello del quartiere mercantile si meriti veramente tale nome, ed è protetto da una guarnigione di soldati agli ordini del conte.
Dal punto di vista architettonico, il castello e le zone più antiche della città sono realizzati con uno spiccato stile gotico, così come le varie mura difensive e i vari edifici amministrativi. Il distretto popolare è un insieme sregolato di edifici realizzati senza nessuno stile preciso in mente, e il distretto mercantile è invece il trionfo dell'esotico, dei padiglioni e degli edifici più fantastici realizzati da genti provenienti dalle terre più remote.
Al di fuori delle mura di Springwater Gates vi sono numerosi campi coltivati, specialmente lungo le fertili rive dei fiume; poco più a sud si trova la via meridionale, una strada di antico tracciato la cui manutenzione dipende direttamente dalla corona.
A sud-ovest della città si trova il bosco di Springwood, attraversato dallo Springwater River; nel bosco vive da lungo tempo una comunità di elfi che, in cambio dei diritti d'uso sulla foresta, fornisce ai conti di Springwater una letale guardia personale di arcieri.
Vicino ai confini settentrionali di Springwood, nei pressi delle Granite Mountains, sorge il piccolo villaggio di Elysia's Rest, così chiamato perché ospita la tomba della contessa Elysia di Springwater, morta di crepacuore quando il marito e l'unico figlio perirono in guerra. Alla sua dipartita la contea passò a un ramo cadetto della famiglia, e il piccolo borgo dove la sventurata nobildonna si era ritirata in lutto venne ribattezzato in suo onore.
Molto più a est, lungo le Granite Mountains, si trovano le celeberrime cascate di Redrock Falls. Il Redrock River, che ha origine dalle montagne proprio in questo tratto, scorre verso sud attraverso il bosco di Willowood fino a diventare un affluente dello Springwater River, rendendolo così navigabile da quel tratto in poi. In corrispondenza delle Redrock Falls, così chiamate per le rosse rocce ferrose che le caratterizzano, si trova una miniera scavata da un'enclave di nani dietro autorizzazione dei conti; i nani inviano a Springwater Gates una percentuale del metallo estratto, ma per il resto godono di ampia autonomia amministrativa e commerciale.


Religioni del regno

Come in tutto il regno, nella contea di Springwater viene riconosciuta l'esistenza di sei divinità.
La prima e più adorata di esse è il Padre della Luce, patrono della corona e di tutti i casati nobiliari; il suo simbolo è un disco solare variamente decorato, poiché Egli si manifesta nel sole che dona la vita alla terra e la prosperità ai mortali. Il Padre della Luce insegna l'importanza dell'autorità, alla quale gli uomini devono sottomettersi e dalla quale i bisognosi devono poter trarre in ogni momento protezione e giovamento: Sua è la mano che guida i giusti regnanti, e ancora Sua è la mano che abbatte tiranni e sediziosi. I sacerdoti del Padre della Luce sono tendenzialmente di allineamento legale, e presiedono a numerose cerimonie che scandiscono a tutti gli effetti la vita di popolani e feudatari; al culto sono associati numerosi ordini cavallereschi di dimensioni e importanza diverse, costituiti da nobili paladini impegnati a difendere talora la corona, talvolta la gente comune, talvolta gli interessi della chiesa e talvolta perfino qualche feudatario particolarmente potente.
L'Osservatore viene ritenuto essere un fratello del Padre della Luce, ed è il patrono di quanti cercano la sapienza e l'ordine che si nascondono dietro al mondo indagando sulla natura del creato. Sapienti di ogni genere rendono omaggio all'Osservatore, e su tutte le accademie svetta il simbolo del libro dischiuso, il Suo sigillo; all'interno dei fedeli esiste una certa contrapposizione fra una branca legale, secondo la quale l'intero universo risponderebbe a un progetto trascritto nel grande libro degli dei, progetto che i devoti devono impegnarsi a preservare, e una branca neutrale secondo la quale un uomo di scienza dovrebbe sempre tenersi al di fuori di qualsiasi disputa, interessandosi al sapere in quanto tale e non alle sue applicazioni pratiche. L'Osservatore gode di relativamente pochi fedeli fra le masse popolari, ma numerosi sono i maghi che lo considerano il proprio patrono, e alla branca legale del culto appartengono addirittura alcuni paladini che si fanno carico di difendere le maggiori biblioteche del regno.
Il terzo culto in ordine di diffusione è quello della Madre Terra; la teologia ufficiale la considera la sposa del Padre della Luce, e si dice che ogni cosa sia nata dalla loro unione. Per quanto la sua adorazione sia molto diffusa, non esiste però nessuna chiesa ufficiale della Madre Terra, quanto un insieme di congregazioni, tendenzialmente di allineamento neutrale, che si radunano sotto simboli naturali di vario tipo e che ne osservano un principio di culto fondamentale secondo il quale tutti i viventi fanno parte della natura, e sono tenuti a rispettare ugualmente ogni forma di vita. Questo principio si esplica in maniera diversa nelle diverse sette: alcune di esse osservano una stretta astensione dalla carne, mentre altre ritengono il rapporto cacciatore-preda come un aspetto fondamentale della natura; alcune guardano alla natura come qualcosa da preservare, altre come un insieme di doni fornito dalla Madre Terra ai mortali; alcune insegnano la fratellanza universale, mentre altre ritengono che la legge del più forte sia la più antica e onorata legge del mondo. Elfi e nani tendono molto spesso ad adorare la Madre Terra, anche se lo fanno seguendo dogmi molto diversi fra loro.
La Madre Notte è una divinità poco adorata, che gode di una triste nomea e i cui seguaci vengono spesso perseguitati, molto spesso a torto: progenitrice di tutte le altre divinità, Ella rappresenta l'oscurità della morte alla quale tutti e tutto andranno incontro, così come l'oscurità primigenia dalla quale tutto ha avuto origine. In origine Le erano sacri i cimiteri, e su molte delle cripte più antiche capeggia ancora il Suo simbolo del disco nero, ma oggi la chiesa del Padre della Luce ha ormai dipinto la Madre Notte come una divinità a tinte fosche, signora dei morti viventi e rappresentate di un'epoca di oscurità ormai conclusa. In effetti, è a Lei che alcuni fra i vampiri, i “figli della notte”, levano le proprie preghiere, ma è anche vero che la Madre Notte concede il dono della non vita solo a pochi seguaci scelti, e che odia e insegna a combattere tutte le altre creature che sfuggono al suo abbraccio senza esserne degne. I suoi seguaci sono di allineamento tendenzialmente neutrale, ma fra di essi esiste un antico ordine guerriero di allineamento legale dedicato allo sterminio delle aberrazioni non morte.
La Madre Luna viene vista come la figlia del Padre della Luce e della Madre Terra, ed è forse la divinità più enigmatica: viene infatti considerata la patrona degli inganni e della magia, del tradimento e del gioco, della fortuna e della sfortuna. Nel Suo culto, di allineamento irrimediabilmente caotico, esiste sempre una sorta di dualità fra gli aspetti negativi e positivi, e pertanto i seguaci della dea, identificati dal simbolo della falce di luna, non sono ben visti dalla popolazione. Ma i veri fedeli sanno bene che queste due polarità si compenetrano e annullano vicendevolmente nella Madre Luna, nel contempo oscura e radiosa come il corpo celeste a lei sacro. Sono pochi gli adoratori del Suo singolo aspetto oscuro, e costoro sono tipicamente diffusi fra le razze più malvagie: molto più comuni sono i maghi elfici o umani che si rivolgono a lei come suprema maestra delle arti arcane, capaci di modificare il creato con uno schiocco di dita, e i ladri che nella ruota della fortuna scorgono una metafora della Madre Luna.
L'Oscuro è, almeno nel regno, il meno adorato fra gli dei: fratello del Padre della Luce, Egli rappresenta il contrario di tutto ciò che il sovrano divino incarna. Sue sono le grotte e i segreti, Suo è il tradimento, Sua è l'oppressione e Suoi sono il dolore e la violenza. Dove la Madre Luna, a torto indicata da certe credenze popolari come Sua sposa, sostiene l'inganno come semplice scherzo, i seguaci dell'Oscuro vedono nel sotterfugio il mezzo ideale per asservire il prossimo. Dove i paladini del Padre della Luce usano la loro forza come scudo dei deboli, i tetri campioni dell'Oscuro ricorrono alla violenza per profitto personale o come semplice divertimento. Tendenzialmente Egli viene visto come una divinità caotica, e specialmente fra orchi e altre razze umanoidi è comune vederlo sotto questa luce; ma esistono anche dei rari adoratori, specialmente fra gli umani, che considerano l'Oscuro una divinità legale, la fonte della tirannide e del potere che il più forte ha il diritto di esercitare sui più deboli. È specialmente a questa filosofia che si appellano i temuti chierici e paladini oscuri, vero e proprio flagello del regno. Quale che sia la loro dottrina specifica, comunque, tutti i seguaci dell'Oscuro usano il rombo nero come Suo simbolo.

venerdì 30 marzo 2012

Nuovi mostri per La Marca dell'Est: statue animate

Questo aggiornamento di GdR è qualcosa di veramente molto semplice: mi servivano delle creature particolari per un'avventura, e me le son create. Dubito che i miei giocatori ringrazino, ma potreste farlo voi nel caso in cui questi mostri fossero di vostro gradimento.


Statue Animate LMdE

lunedì 26 marzo 2012

Ira e rassegnazione

Questa poesia è il seguito ideale di quella che ho condiviso la settimana scorsa. Rappresenta in un certo senso un'evoluzione del punto di vista lì espresso, anche se come evoluzione resta per ora abbastanza sterile.


Solo allorquando, esaurite le forze, il
Respiro consunto,
Giaccio sfinito coi muscoli in fiamme,
A tratti incapace
Quasi d'alzarmi da dove m'accascio,
La rabbia si placa.
Porto nell'animo un'ira inumana,
Un odio mortale
Contro la stirpe degli uomini tutti
Che vivono lieti in
Questa sciarada di vita laddove
M'aggiro con tetri,
Vani pensieri, ricordi confusi
Che sfumano in sogni, i
Sogni plasmati in ricordi irreali.
Perché sono nato,
Prole inconsueta del mondo, provando
Nell'animo, in cuore,
Brame, emozioni e speranze alle quali
Il fatuo destino
Nega ogni istante di farsi reali?
Perché questa vita?
Meglio sarebbe, nel nascere al mondo,
Avere una mente
Semplice, ottusa, incapace a provare il
Sentire di sogno
Quale lo sento nel cuore. Difatti
Potresti accettare,
Sordo l'orecchio alle brezze degli astri,
Il vivere grigio,
Tetro e meschino, sofferto, nel quale
Trascorrono i giorni
Dati agli umani da qualche bizzarro
Volere crudele.
Questo sarebbe possibile a me, se
Non fossi proteso
Sempre al riflettere, al trarre dei versi
Dal niente in cui vivo,
Sempre tingendone i giorni di luce
Sognata, la quale
Tutto svilisce, ingrigito, al confronto.
Per questo, incapace a
Cogliere lieto le semplici gioie
Del vivere nostro,
Tese le mani alle stelle, lontane
Dai frutti del mondo,
Giungo alla fine ad odiare d'invidia
La gente comune,
Forse lontana dai venti sottili
Dell'arte, ma pure
Lieta, capace di trarre le gioie
Concesse ad ognuno
Dentro a quest'urna di cenere e morte
Chiamata pianeta.
Forse, potessi scordare i pensieri
Sofferti, vivrei di
Vita piacevole e calma, allietata
Da luci più tenui,
Forse, ma vive, reali, splendenti
Di pace e letizia.