Ci sono casi di incontri fortuiti che fanno riallacciare rapporti vecchi di anni, e ci sono casi di inimicizie risanate dopo una coincidenza più che casuale.
Ma ci sono anche i casi di conflitti che non si attenuano per l'essersi, semplicemente, scambiati un cenno di saluto stizzito.
E poi ci sono quegli incontri casuali dopo i quali ci si accorge di non provare assolutamente niente. O meglio, niente se non l'astio nei confronti di una casualità farlocca che contro ogni previsione crea coincidenze là dove sarebbe auspicabile che non ce ne fossero.
Questa poesia nasce da un simile avvenimento.
Niente: soltanto dall'astio a vederti
Son preso, davvero.
Freddo distolgo lo sguardo dal volto
Che prima sognavo
Colmo di baci, seguendo un amore
Respinto e deriso.
Tu parimenti distogli il tuo volto
Dagli occhi che un tempo
Tanto ti amavano, mai ripagati.
Adesso sto meglio;
Senza smaniare correndoti dietro,
Bambina viziata,
Vivo felice e mi godo i miei giorni.
Ma tu, ne son certo,
Sempre rimani la stessa egoista
D'allora, e allontani
Quanti ti vogliono bene. Continua,
Rimani da sola,
Soffri, ed incolpane quanti hai ferito.
Ormai non mi tange.
Principalmente giochi di ruolo, ma anche modellismo. Riflessioni e poesie, quando sono in vena. Quel che di volta in volta mi sento di condividere, insomma.
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domenica 3 aprile 2011
lunedì 21 marzo 2011
Due celebrazioni, tre haiku
Ho scritto i primi due di questicomponimenti ieri sera sul tardi, riflettendo su come in un certo senso sia la mia situazione contingente, sia quella più generale, corrispondessero parzialmente al periodo dell'anno in corso.
Il terzo, invece, l'ho letteralmente appena finito.
Ho deciso di pubblicarli oggi in quanto è la prima giornata di primavera, circostanza quanto mai adeguata a degli haiku con questa tematica, e solo dopo ho scoperto che il 21 marzo sarebbe anche la giornata scelta dall'UNESCO per celebrare la poesia.
Tenebra, buio.
Sono al freddo, da solo.
Primavera all'alba.
Penso, rifletto.
Nella notte memorie
Di nuove vite.
Vento di pioggia,
Nubi oscurano il sole
Che si rafforza.
Il terzo, invece, l'ho letteralmente appena finito.
Ho deciso di pubblicarli oggi in quanto è la prima giornata di primavera, circostanza quanto mai adeguata a degli haiku con questa tematica, e solo dopo ho scoperto che il 21 marzo sarebbe anche la giornata scelta dall'UNESCO per celebrare la poesia.
Tenebra, buio.
Sono al freddo, da solo.
Primavera all'alba.
Penso, rifletto.
Nella notte memorie
Di nuove vite.
Vento di pioggia,
Nubi oscurano il sole
Che si rafforza.
sabato 19 marzo 2011
Lavoro sulle ninfe per RuneQuest II
Questo è il mio primo lavoro per RuneQuest II impaginato come si deve, e in effetti uno dei primissimi lavori per GdR che sto producendo quest'anno.
Purtroppo gli impegni si fanno sentire e non so quando potrò caricare sul blog un suo fratellino, ma intanto spero che possiate godervi almeno questo lavoro.
Un ringraziamento speciale va a Jaelle, che mi ha gentilmente fornito un'immagine per un lavoro simile, tempo fa. Immagine qui proposta e che, da sola, mi ha spinto per una volta a creare un lavoro con una grafica un po' meno scarna dello standard a cui la mia mano non proprio portata per il disegno mi ha imposto di abituarmi.
Ninfe in RuneQuest II
Purtroppo gli impegni si fanno sentire e non so quando potrò caricare sul blog un suo fratellino, ma intanto spero che possiate godervi almeno questo lavoro.
Un ringraziamento speciale va a Jaelle, che mi ha gentilmente fornito un'immagine per un lavoro simile, tempo fa. Immagine qui proposta e che, da sola, mi ha spinto per una volta a creare un lavoro con una grafica un po' meno scarna dello standard a cui la mia mano non proprio portata per il disegno mi ha imposto di abituarmi.
Ninfe in RuneQuest II
giovedì 17 marzo 2011
Niente di particolare
Questa è l'ultima poesia che ho scritto, iniziata sei giorni fa e conclusa solo oggi.
Non è niente di che, ma mi serve comunque sia come esercizio che come sfogo emotivo.
Intanto, sto mettendo mano a un nuovo lavoro di GdR, il primo che faccio per RuneQuest II; se va tutto bene, vedrà la luce per la settimana prossima.
Sono la bestia che corre su zampe
Di lupo nei vostri
Incubi neri, i più oscuri e temuti,
Latrando beffarda.
Sono la lama che fende ghignando
Le carni del sogno,
Sono quel sole che brucia le carni,
Calore di morte.
Sono soltanto persona fra tante,
Le tante che ancora
Hanno una mente, coscienza, dei sogni
Non schiavi dei vostri.
Siamo l'ondata che tutti temete,
Tiranni dei sogni,
Siamo quei servi che scuotono il giogo
Bovino e infamante
Datoci in sorte dai vostri scherani
Per renderci buoni,
Calmi e castrati, già proni e disposti
A farsi privare
D'ogni diritto, ideale, dei sogni
Rimastici ancora.
Noi resistiamo. Tremate: le vostre
Celate torture
Presto verranno ritorte alla fonte;
Le vostre menzogne
Fredde s'avvolgono già nella gogna,
Preparano il cappio:
Canapa fatta di giusta vendetta
Sarà la rovina
Piena, il destino di morte crudele,
Per voi, voi tiranni.
Non è niente di che, ma mi serve comunque sia come esercizio che come sfogo emotivo.
Intanto, sto mettendo mano a un nuovo lavoro di GdR, il primo che faccio per RuneQuest II; se va tutto bene, vedrà la luce per la settimana prossima.
Sono la bestia che corre su zampe
Di lupo nei vostri
Incubi neri, i più oscuri e temuti,
Latrando beffarda.
Sono la lama che fende ghignando
Le carni del sogno,
Sono quel sole che brucia le carni,
Calore di morte.
Sono soltanto persona fra tante,
Le tante che ancora
Hanno una mente, coscienza, dei sogni
Non schiavi dei vostri.
Siamo l'ondata che tutti temete,
Tiranni dei sogni,
Siamo quei servi che scuotono il giogo
Bovino e infamante
Datoci in sorte dai vostri scherani
Per renderci buoni,
Calmi e castrati, già proni e disposti
A farsi privare
D'ogni diritto, ideale, dei sogni
Rimastici ancora.
Noi resistiamo. Tremate: le vostre
Celate torture
Presto verranno ritorte alla fonte;
Le vostre menzogne
Fredde s'avvolgono già nella gogna,
Preparano il cappio:
Canapa fatta di giusta vendetta
Sarà la rovina
Piena, il destino di morte crudele,
Per voi, voi tiranni.
sabato 12 marzo 2011
Regole opzionali per Stormbringer
Ultimamente ho poco tempo per creare nuove regole per i giochi di ruolo, e così sto pubblicando alcuni dei miei lavori più vecchi dai quali sono ancora soddisfatto.
Nello specifico, questo breve lavoro risale all'epoca del mio primo, fortuito incontro con la saga di Moorcock e con gli splendidi giochi di ruolo tratti da essa. Vi dico solo che, attualmente, possiedo tutti i manuali di Stormbringer 4^ edizione pubblicati in Italia, il manuale base di Elric! prima edizione, e tutti i manuali esistenti dell'edizione di Elric of Melniboné creata per RuneQuest I.
E' un altro lavoro sul quale non posso, ragionevolmente, rivendicare troppi diritti. L'immagine di sfondo non è certo di mia proprietà, e se chi di dovere dovesse ritenere necessario rimuoverla non esiterei a farlo. Di mio, qui, ho messo solo le regole per migliorare un gioco che, nonostante tutti i limiti imposti dalla sua età, ho sempre reputato fantastico.
Stormbringer regole opzionali
Nello specifico, questo breve lavoro risale all'epoca del mio primo, fortuito incontro con la saga di Moorcock e con gli splendidi giochi di ruolo tratti da essa. Vi dico solo che, attualmente, possiedo tutti i manuali di Stormbringer 4^ edizione pubblicati in Italia, il manuale base di Elric! prima edizione, e tutti i manuali esistenti dell'edizione di Elric of Melniboné creata per RuneQuest I.
E' un altro lavoro sul quale non posso, ragionevolmente, rivendicare troppi diritti. L'immagine di sfondo non è certo di mia proprietà, e se chi di dovere dovesse ritenere necessario rimuoverla non esiterei a farlo. Di mio, qui, ho messo solo le regole per migliorare un gioco che, nonostante tutti i limiti imposti dalla sua età, ho sempre reputato fantastico.
Stormbringer regole opzionali
Traduzione e composizione
Per festeggiare, anche se con un giorno di ritardo, il mio compleanno ecco qui due poesie composte ieri.
La prima è una traduzione, un po' artistica per adattare il contenuto al mio metro, di un famoso passo di Archiloco in cui l'antico poeta greco si definisce scudiero di Ares e conoscitore dei doni delle muse.
Sono scudiero del forte guerriero
Signore dell'armi;
Pure, conosco dell'arte le trame
d'amabili doni.
Il secondo lavoro, invece, è uno sviluppo a partire da un distico che avevo in mente da un po' di tempo. Qualsiasi riferimento a fatti o persone reali può essere spiegato col fatto che, camminando li uomini quasi sempre per le vie battute da altri (come scriveva il buon Machiavelli), anche gli orrori di certi figuri tendono ad assomigliarsi, e parlare di uno di essi in termini generici non si discosta molto dal ricordare i misfatti dei suoi predecessori o epigoni. Perciò, in sostanza, se vi pare che questo componimento esprima giudizi pesanti su qualche individuo contemporaneo, evidentemente voi stessi ne avete un parere del genere.
Pari, scolpita nel marmo divino,
Artemide in caccia,
Tesa la veste sul petto ansimante
Che sbircio intrigato.
Vergine in caccia di belve irretite,
Non devi temermi:
Temi piuttosto la preda che cerchi,
L'amante mendace.
Egli ti brama per pochi momenti,
Una cifra, un trofeo.
Credi d'andare alla caccia, capace
Di tutto, ed armata
Come t'insegnan nel mondo dell'oggi;
Invece, sei solo
Vittima scelta di questo sistema
Che tu condividi,
Certo educata per anni, cresciuta
Per essere preda
Pronta e servita a quei miseri idioti
Che credono giusti
Valori fasulli, formati con arte
Per farne gli schiavi
Proni e convinti d'avere diritto
Ad ogni porcata
Sempre concessa a quel loro padrone
Osceno e fasullo,
Squallido, infido, mendace e schifoso,
D'inganni signore.
Giovane e bella ti vedo, ma pure
Compiango il destino
Colmo di truffe, da serva di schiavi,
Al quale ti doni.
La prima è una traduzione, un po' artistica per adattare il contenuto al mio metro, di un famoso passo di Archiloco in cui l'antico poeta greco si definisce scudiero di Ares e conoscitore dei doni delle muse.
Sono scudiero del forte guerriero
Signore dell'armi;
Pure, conosco dell'arte le trame
d'amabili doni.
Il secondo lavoro, invece, è uno sviluppo a partire da un distico che avevo in mente da un po' di tempo. Qualsiasi riferimento a fatti o persone reali può essere spiegato col fatto che, camminando li uomini quasi sempre per le vie battute da altri (come scriveva il buon Machiavelli), anche gli orrori di certi figuri tendono ad assomigliarsi, e parlare di uno di essi in termini generici non si discosta molto dal ricordare i misfatti dei suoi predecessori o epigoni. Perciò, in sostanza, se vi pare che questo componimento esprima giudizi pesanti su qualche individuo contemporaneo, evidentemente voi stessi ne avete un parere del genere.
Pari, scolpita nel marmo divino,
Artemide in caccia,
Tesa la veste sul petto ansimante
Che sbircio intrigato.
Vergine in caccia di belve irretite,
Non devi temermi:
Temi piuttosto la preda che cerchi,
L'amante mendace.
Egli ti brama per pochi momenti,
Una cifra, un trofeo.
Credi d'andare alla caccia, capace
Di tutto, ed armata
Come t'insegnan nel mondo dell'oggi;
Invece, sei solo
Vittima scelta di questo sistema
Che tu condividi,
Certo educata per anni, cresciuta
Per essere preda
Pronta e servita a quei miseri idioti
Che credono giusti
Valori fasulli, formati con arte
Per farne gli schiavi
Proni e convinti d'avere diritto
Ad ogni porcata
Sempre concessa a quel loro padrone
Osceno e fasullo,
Squallido, infido, mendace e schifoso,
D'inganni signore.
Giovane e bella ti vedo, ma pure
Compiango il destino
Colmo di truffe, da serva di schiavi,
Al quale ti doni.
mercoledì 9 marzo 2011
Componimento lungo e haiku su commissione
Entrambe le poesie hanno visto la luce ieri.
Il primo è il classico "lavoro di ispirazione", il componimento che "sento" e butto giù nel giro di due, tre giorni al massimo. L'haiku, invece, è stato composto su richiesta di un utente del forum Dragons' Lair.
Vidi una stella chiamare con voce
Suadente dal cielo
L'anime perse dei troppi mortali
Traditi dal mondo.
Era un richiamo ben dolce,
Parlava con forza
Pura d'amore e mistero, carezza
Di fata divina.
Molti seguivan con gli occhi la voce
Splendente dell'astro,
Molti cercavano un qualche ristoro,
Rimedio celeste
Contro la vita, che sempre delude,
Assorti scrutando
Quella scintilla d'immane candore
Cantare promesse.
Solo una stella vedete dal mondo
Voi miseri umani,
Solo una stella, lontana, nel vuoto
Del cosmo, nel gelo
Misera cosa. Ed un piccolo lume
Stimate il candore
Dolce, che emano nel cosmo più nero.
Voi forse ignorate,
Certo, capisco, la vera natura
Del volto distante:
Stella vi pare il più caldo tra i soli,
Migliore del vostro
Piccolo astro di giallo squallore,
Di morte e rimpianti.
Ruotano lieti i pianeti irradiati
Con candidi baci
Lievi e vitali dai raggi che emetto.
La morte, l'inganno
Sono distanti là dove risplendo.
Vi chiamo: venite
Ora figlioli d'un mondo patrigno,
Di cupa natura,
D'empi fratelli voi sempre sconfitti,
Delusi, derisi.
Chiamo ai miei mondi di pace e giustizia,
Di vita, d'amore,
Quanti nel mondo che chiamano casa
Non hanno dimora,
Mai ritrovando gli spiriti affini
Ma lupi, ma rovi.
Svelti, venite da me nel profondo
Abbraccio celeste:
Questa è la patria che s'offre a voi vinti,
Vi dono la pace.
Questo diceva la stella lontana,
Sussurro di madre,
Bacio di rosa d'amante ideale,
Carezza d'amica.
Sono rimasto: di false promesse
Da sempre diffido.
Troppo del mondo ho sofferto gli inganni
Suadenti, divini,
Quando lambiscono l'animo e cercan
Di renderti schiavo.
Stella, santone, o profeta divino...
M'importa ben poco.
Vivo nel mondo di ferro e materia,
Non cerco menzogne.
Scorre la vita,
Pioggia del cielo. Verde
L'erba, l'amore.
Il primo è il classico "lavoro di ispirazione", il componimento che "sento" e butto giù nel giro di due, tre giorni al massimo. L'haiku, invece, è stato composto su richiesta di un utente del forum Dragons' Lair.
Vidi una stella chiamare con voce
Suadente dal cielo
L'anime perse dei troppi mortali
Traditi dal mondo.
Era un richiamo ben dolce,
Parlava con forza
Pura d'amore e mistero, carezza
Di fata divina.
Molti seguivan con gli occhi la voce
Splendente dell'astro,
Molti cercavano un qualche ristoro,
Rimedio celeste
Contro la vita, che sempre delude,
Assorti scrutando
Quella scintilla d'immane candore
Cantare promesse.
Solo una stella vedete dal mondo
Voi miseri umani,
Solo una stella, lontana, nel vuoto
Del cosmo, nel gelo
Misera cosa. Ed un piccolo lume
Stimate il candore
Dolce, che emano nel cosmo più nero.
Voi forse ignorate,
Certo, capisco, la vera natura
Del volto distante:
Stella vi pare il più caldo tra i soli,
Migliore del vostro
Piccolo astro di giallo squallore,
Di morte e rimpianti.
Ruotano lieti i pianeti irradiati
Con candidi baci
Lievi e vitali dai raggi che emetto.
La morte, l'inganno
Sono distanti là dove risplendo.
Vi chiamo: venite
Ora figlioli d'un mondo patrigno,
Di cupa natura,
D'empi fratelli voi sempre sconfitti,
Delusi, derisi.
Chiamo ai miei mondi di pace e giustizia,
Di vita, d'amore,
Quanti nel mondo che chiamano casa
Non hanno dimora,
Mai ritrovando gli spiriti affini
Ma lupi, ma rovi.
Svelti, venite da me nel profondo
Abbraccio celeste:
Questa è la patria che s'offre a voi vinti,
Vi dono la pace.
Questo diceva la stella lontana,
Sussurro di madre,
Bacio di rosa d'amante ideale,
Carezza d'amica.
Sono rimasto: di false promesse
Da sempre diffido.
Troppo del mondo ho sofferto gli inganni
Suadenti, divini,
Quando lambiscono l'animo e cercan
Di renderti schiavo.
Stella, santone, o profeta divino...
M'importa ben poco.
Vivo nel mondo di ferro e materia,
Non cerco menzogne.
Scorre la vita,
Pioggia del cielo. Verde
L'erba, l'amore.
sabato 5 marzo 2011
Alcuni haiku invernali
Dopo un periodo in cui esami e affini mi hanno tenuto impegnato, forse riuscirò a dedicare un po' più di tempo alle mie creazioni non modellistiche.
Ma non prometto niente. Intanto, per ora vi presento questi haiku, scritti ieri mentre pensavo al freddo di questo strascico d'inverno e a quel che ho passato nei mesi trascorsi.
Fredda, mi sfiora
La carne una carezza.
Lacrima il cielo.
Fuoco interiore
Mi scalda nella corsa:
Muoia l'inverno.
Muta, in silenzio.
È lontano quel sole
Empio, che scotta.
Pure, io bramo
La carezza di luce,
D'un altro maggio.
Ma non prometto niente. Intanto, per ora vi presento questi haiku, scritti ieri mentre pensavo al freddo di questo strascico d'inverno e a quel che ho passato nei mesi trascorsi.
Fredda, mi sfiora
La carne una carezza.
Lacrima il cielo.
Fuoco interiore
Mi scalda nella corsa:
Muoia l'inverno.
Muta, in silenzio.
È lontano quel sole
Empio, che scotta.
Pure, io bramo
La carezza di luce,
D'un altro maggio.
sabato 26 febbraio 2011
Star Wars Saga Edition - regole addizionali amatoriali
Questo lavoro risale a parecchi anni fa, all'estate in cui il manuale dell'ultima edizione del gioco di ruolo di Star Wars era appena uscito e non esisteva ancora nessun supplemento.
Da bravo fan, avevo buttato giù statistiche -rigorosamente in inglese, dato che il manuale non era ancora stato tradotto- per un sacco di cose. E' stato il mio primo lavoro in inglese, e contiene di sicuro quintali di errori.
E' anche un lavoro che in parte "disconosco", non riconoscendomi più nei GdR su Star Wars della WotC (ho in cantiere un mio progetto che, quando e se vedrà la luce, condividerò con tutti qui sul blog), e sul quale non posso vantare nessun diritto: le meccaniche sono semplice derivazione da quelle WotC ufficiali, e le idee dietro alle regole derivano chiaramente dalla "galassia lontana" di Star Wars.
Ma, in un periodo nel quale causa esami e impegni di modellismo ho poco tempo per creare nuove regole, penso che anche questo piccolo aggiornamento possa essere qualcosa di gidierristicamente interessante.
Additional Rules for Star Wars Saga Edition
Da bravo fan, avevo buttato giù statistiche -rigorosamente in inglese, dato che il manuale non era ancora stato tradotto- per un sacco di cose. E' stato il mio primo lavoro in inglese, e contiene di sicuro quintali di errori.
E' anche un lavoro che in parte "disconosco", non riconoscendomi più nei GdR su Star Wars della WotC (ho in cantiere un mio progetto che, quando e se vedrà la luce, condividerò con tutti qui sul blog), e sul quale non posso vantare nessun diritto: le meccaniche sono semplice derivazione da quelle WotC ufficiali, e le idee dietro alle regole derivano chiaramente dalla "galassia lontana" di Star Wars.
Ma, in un periodo nel quale causa esami e impegni di modellismo ho poco tempo per creare nuove regole, penso che anche questo piccolo aggiornamento possa essere qualcosa di gidierristicamente interessante.
Additional Rules for Star Wars Saga Edition
venerdì 18 febbraio 2011
Ispirato da un cielo nuvoloso
Ho iniziato a scrivere questa poesia mercoledì, e l'ho finita di scrivere stamattina.
Lo spunto mi è venuto, verso le otto di sera, dal vedere la luna quasi piena velata da qualche nube sottile, del tipo che rimane nel cielo dopo qualche ora di pioggia.
Oggi la luna evocava un antico
Racconto perduto,
Mentre nel cielo brillava, velata
Da nubi sottili,
Quasi completa di luce e candore,
Memoria o mistero.
Fredda, una lunga carezza del vento
Svelava il suo volto
Pallido. A lungo ho tentato, ma invano,
Con l'anima e gli occhi,
Pura d'averne l'immagine piena
Specchiata nel vuoto,
Nero e curioso, che il cielo scrutava
Cercando risposte.
Lievi, sottili, le nuvole rade
Danzavano attorno
Bianco al mistero che invano guardavo
Con occhi rapiti.
Fermo, ho scrutato per lunghi momenti
Quel volto celeste.
Niente da lei trapelava: le nubi,
Nient'altro, vedevo.
Colta la forma, sfuggiva il colore
Lunare, nascosto
Sotto al suo velo che tanto mistero
Sembrava donare
Cupo a quel cielo. Ma quando lo sguardo,
Levato di nuovo,
Priva la luna rivide di nubi,
Del velo pudico,
Tutto scomparve il mistero, il segreto
Svaniva nel bianco.
Lo spunto mi è venuto, verso le otto di sera, dal vedere la luna quasi piena velata da qualche nube sottile, del tipo che rimane nel cielo dopo qualche ora di pioggia.
Oggi la luna evocava un antico
Racconto perduto,
Mentre nel cielo brillava, velata
Da nubi sottili,
Quasi completa di luce e candore,
Memoria o mistero.
Fredda, una lunga carezza del vento
Svelava il suo volto
Pallido. A lungo ho tentato, ma invano,
Con l'anima e gli occhi,
Pura d'averne l'immagine piena
Specchiata nel vuoto,
Nero e curioso, che il cielo scrutava
Cercando risposte.
Lievi, sottili, le nuvole rade
Danzavano attorno
Bianco al mistero che invano guardavo
Con occhi rapiti.
Fermo, ho scrutato per lunghi momenti
Quel volto celeste.
Niente da lei trapelava: le nubi,
Nient'altro, vedevo.
Colta la forma, sfuggiva il colore
Lunare, nascosto
Sotto al suo velo che tanto mistero
Sembrava donare
Cupo a quel cielo. Ma quando lo sguardo,
Levato di nuovo,
Priva la luna rivide di nubi,
Del velo pudico,
Tutto scomparve il mistero, il segreto
Svaniva nel bianco.
sabato 12 febbraio 2011
Frammento numero cinque
Questo è, attualmente, l'ultimo frammento che ho scritto.
E' una riflessione su quel che comporta la crescita, e sullo scoprirsi piano piano sempre più simili all'adulto che si diventerà.
L'ho scritta nero su bianco solo un mese fa, ma è un'idea su cui medito da tempo.
Verrà il momento, lo so. Se, come spero, i miei anni non si concluderanno prima, anche per me verrà quel tempo.
Si cambia un po' ogni giorno, e una parte di noi muore quotidianamente: solo gli idioti vedono il mutare come qualcosa di delimitato da un inizio e da una fine.
Eppure -è innegabile- in ogni cambiamento c'è un attimo, un brevissimo istante nel quale il processo, prima impercettibile, si palesa e i suoi effetti iniziano a emergere preponderanti rispetto al passato e alle loro stesse cause. È il momento nel quale ciò che era smette di essere, e soccombe a ciò che sarà e che già è; è il vertice del mutamento: il cambiamento continuerà, ma la via è già tracciata e nessuno sforzo o miracolo potrà resuscitare il passato.
Il me stesso passato.
L'adolescenza è l'età dei sogni, degli ideali, delle vele gonfie di ambizione spiegate al vento illusorio di un destino sofferente. È il periodo dei contrasti, del desiderio spasmodico e dell'impeto eroicomico di finta individualità, è il periodo suggestionabile e colmo di orrori in agguato del sogno ad occhi aperti. Ma il sogno finisce, e raramente è profetico.
Quando l'adolescenza passa, e poco a poco ci si scopre ogni mattina più simili all'uomo che al ragazzo, dei sogni di un tempo restano solo i cocci e qualche pallida rappresentazione, sbiadita come un sole di cartone gettato a terra in un giorno di pioggia. E i tuoi compagni di sogni, questi fratelli di speranza, non sono immuni a tale disincanto.
L'amico dell'infanzia? Eccolo, fucile in mano, soldato per scelta di disperazione, abbonato a un destino che lo condannerà a dispensare morte con la stessa distratta malagrazia che un giorno scandirà lo scoppio della sua ultima ora.
Lo spirito affine? Inserito, anche troppo bene, nel fango di un tempo dove ora sguazza come un pesce d'altura; metterà la testa a posto e si laureerà prima dei venticinque anni, a trenta metterà su famiglia e a quaranta divorzierà a causa di una giovane amante, naturalmente pagando alimenti a moglie e figli. Un destino già scritto e illustrato lungo il muro di cinta del tempio di Santa Banalità Borghese, protettrice di chi ha smesso di sognare.
E l'allievo, la tua speranza, quello che speravi di formare? Eccolo lì, perso in un tentativo di evasione dal dolore della realtà mediante il più squallido dei rimedi, il più banale dei mali, con il cervello sempre più sfumato man mano che il fumo stesso diventa il suo piacere massimo e il principe della sua anima. I suoi sogni non moriranno poco a poco come i tuoi, no, si avvizziranno e cadranno a terra solo per essere conservati, squallidi fiori affumicati, in una teca al museo della gioventù bruciata.
Il dolore è misto alla malinconia, perché sai di non essere da meno. Il tuo destino non è quello di un assassino a pagamento, sicario del potere, no; e non sei neppure un iniziato alla via del pescecane, promettente cenobita dello squallore chiamato società; e di certo nessuno ti può chiamare schiavo dei vizi, poiché hai finalmente imparato a dominarli.
Ma anche tu sei cambiato, e qualcosa si è rotto anche in te. Lo sai bene dopotutto, sai bene che un oggetto riparato non è un oggetto nuovo e che neppure il collante più saldo ripristina l'antica unità frantumata: resteranno sempre le linee di rottura, suscettibili al minimo urto e pronte a sfaldarsi come rughe di dolore.
Lo so bene, sì.
So che non sono più quello degli anni passati, e so che non posso ignorare questo cambiamento fingendo di riedificare un me stesso ormai trapassato.
Ma che cosa sono, chi o cosa diventerò, questo mi è ancora ignoto. È mio destino rinnegare tutti i miei ideali per disperazione? O sarà la banalità del mondo a reclamarmi a sé? O, forse, toccherà anche a me gonfiare di illusione i miei sogni fino a perdermi nel vuoto della coscienza?
Non lo so. Posso solo sperare che quel nucleo di identità, l'infinitesimale e onnipresente sistema di ideali e conoscenze, pensieri e speranze che considero “me stesso” continui a costituire il centro gravitazionale del me stesso futuro. Posso solo sperare, un domani, di poter fissare il mio volto allo specchio vedendo, oltre i tratti somatici alterati dall'età e da chissà quale futuro estetico oggi imponderabile, un uomo di cui l'adolescente che sono stato e il giovane adulto che sto diventando sarebbero andati fieri.
Una speranza umile, in apparenza. O forse no. Lo ignoro. Continuo a reclamare, nello svanire dei sogni al risveglio nella dura realtà, il mio diritto di restare sempre me stesso contro ogni avversità e seduzione del mondo.
E' una riflessione su quel che comporta la crescita, e sullo scoprirsi piano piano sempre più simili all'adulto che si diventerà.
L'ho scritta nero su bianco solo un mese fa, ma è un'idea su cui medito da tempo.
Verrà il momento, lo so. Se, come spero, i miei anni non si concluderanno prima, anche per me verrà quel tempo.
Si cambia un po' ogni giorno, e una parte di noi muore quotidianamente: solo gli idioti vedono il mutare come qualcosa di delimitato da un inizio e da una fine.
Eppure -è innegabile- in ogni cambiamento c'è un attimo, un brevissimo istante nel quale il processo, prima impercettibile, si palesa e i suoi effetti iniziano a emergere preponderanti rispetto al passato e alle loro stesse cause. È il momento nel quale ciò che era smette di essere, e soccombe a ciò che sarà e che già è; è il vertice del mutamento: il cambiamento continuerà, ma la via è già tracciata e nessuno sforzo o miracolo potrà resuscitare il passato.
Il me stesso passato.
L'adolescenza è l'età dei sogni, degli ideali, delle vele gonfie di ambizione spiegate al vento illusorio di un destino sofferente. È il periodo dei contrasti, del desiderio spasmodico e dell'impeto eroicomico di finta individualità, è il periodo suggestionabile e colmo di orrori in agguato del sogno ad occhi aperti. Ma il sogno finisce, e raramente è profetico.
Quando l'adolescenza passa, e poco a poco ci si scopre ogni mattina più simili all'uomo che al ragazzo, dei sogni di un tempo restano solo i cocci e qualche pallida rappresentazione, sbiadita come un sole di cartone gettato a terra in un giorno di pioggia. E i tuoi compagni di sogni, questi fratelli di speranza, non sono immuni a tale disincanto.
L'amico dell'infanzia? Eccolo, fucile in mano, soldato per scelta di disperazione, abbonato a un destino che lo condannerà a dispensare morte con la stessa distratta malagrazia che un giorno scandirà lo scoppio della sua ultima ora.
Lo spirito affine? Inserito, anche troppo bene, nel fango di un tempo dove ora sguazza come un pesce d'altura; metterà la testa a posto e si laureerà prima dei venticinque anni, a trenta metterà su famiglia e a quaranta divorzierà a causa di una giovane amante, naturalmente pagando alimenti a moglie e figli. Un destino già scritto e illustrato lungo il muro di cinta del tempio di Santa Banalità Borghese, protettrice di chi ha smesso di sognare.
E l'allievo, la tua speranza, quello che speravi di formare? Eccolo lì, perso in un tentativo di evasione dal dolore della realtà mediante il più squallido dei rimedi, il più banale dei mali, con il cervello sempre più sfumato man mano che il fumo stesso diventa il suo piacere massimo e il principe della sua anima. I suoi sogni non moriranno poco a poco come i tuoi, no, si avvizziranno e cadranno a terra solo per essere conservati, squallidi fiori affumicati, in una teca al museo della gioventù bruciata.
Il dolore è misto alla malinconia, perché sai di non essere da meno. Il tuo destino non è quello di un assassino a pagamento, sicario del potere, no; e non sei neppure un iniziato alla via del pescecane, promettente cenobita dello squallore chiamato società; e di certo nessuno ti può chiamare schiavo dei vizi, poiché hai finalmente imparato a dominarli.
Ma anche tu sei cambiato, e qualcosa si è rotto anche in te. Lo sai bene dopotutto, sai bene che un oggetto riparato non è un oggetto nuovo e che neppure il collante più saldo ripristina l'antica unità frantumata: resteranno sempre le linee di rottura, suscettibili al minimo urto e pronte a sfaldarsi come rughe di dolore.
Lo so bene, sì.
So che non sono più quello degli anni passati, e so che non posso ignorare questo cambiamento fingendo di riedificare un me stesso ormai trapassato.
Ma che cosa sono, chi o cosa diventerò, questo mi è ancora ignoto. È mio destino rinnegare tutti i miei ideali per disperazione? O sarà la banalità del mondo a reclamarmi a sé? O, forse, toccherà anche a me gonfiare di illusione i miei sogni fino a perdermi nel vuoto della coscienza?
Non lo so. Posso solo sperare che quel nucleo di identità, l'infinitesimale e onnipresente sistema di ideali e conoscenze, pensieri e speranze che considero “me stesso” continui a costituire il centro gravitazionale del me stesso futuro. Posso solo sperare, un domani, di poter fissare il mio volto allo specchio vedendo, oltre i tratti somatici alterati dall'età e da chissà quale futuro estetico oggi imponderabile, un uomo di cui l'adolescente che sono stato e il giovane adulto che sto diventando sarebbero andati fieri.
Una speranza umile, in apparenza. O forse no. Lo ignoro. Continuo a reclamare, nello svanire dei sogni al risveglio nella dura realtà, il mio diritto di restare sempre me stesso contro ogni avversità e seduzione del mondo.
mercoledì 2 febbraio 2011
Frammento numero quattro
Ho scritto questo frammento, il primo da lungo tempo, negli ultimi mesi del 2010.
Forse, è il più "teorico" che abbia mai scritto. Si tratta, in un certo senso, della mia risposta alla comune idea di un "disegno" dietro all'esistenza umana.
Ci diciamo che tutto si sistema, che ogni filo si annoda con gli altri e che ogni nodo viene al pettine, quasi che ogni tessera, gettata disordinatamente sul tavolo e rimestata da una concatenazione di eventi caotica e truffaldina, finisca inevitabilmente per sistemarsi al suo posto, tracciando un disegno già progettato da una qualche non meglio precisata volontà.
Menzogne, nient'altro che menzogne.
Per ogni tessera che trova il suo posto, una cade dal tavolo fin dentro all'oblio; per ogni nodo che si scioglie il groviglio di un altro fagocita quel che gli sta attorno, e per ogni filo congiunto uno si agita fino a perdersi, inerte, senza uno scopo. Può essere rimosso dall'arazzo senza pregiudicarne in alcun modo la trama e il senso, poiché il senso è quel che sempre gli è mancato.
Mentiamo a noi stessi: alla ricerca spasmodica di un segno, di un disegno d'insieme nel quale riconoscere il nostro percorso vediamo un senso nella tempesta e mille vascelli nelle nuvole del cielo che la anima. Ma nessuna nave solca i venti, lo sappiamo, ed è il nostro occhio a ingannarci facendoci riconoscere forme note e gradite nel continuo mutare. Siamo noi a voler essere ingannati.
Ogni ritratto è un insieme di segni; l'incarnato più realistico alla fredda osservazione di una lente si rivela essere nient'altro che linee o macchie di colore sporco, ben lontano dall'infinitudine di vita e cellule che dovrebbe rappresentare. Siamo noi a dare un senso a questi segni, a vedere nelle curve e nei fori del marmo le forme di una dea, a riconoscere noi stessi in tanti microscopici puntini di tre miseri colori mischiati fra loro. Ma senza un occhio che li osservi, i ritratti restano macchie e convenzione, linee abbruttite e disarmoniche, lontane dal ritmo placido della natura reale.
Come ci inganna l'occhio, così ci inganna la mente. Come vediamo nell'intrico di colori che compongono un quadro le forme di un uomo morto da secoli, identificandolo per quel che sarebbe dovuto essere e non per quel che è stato, così vediamo nella concatenazione degli eventi che plasmano le nostre esistenze un disegno tangibile che ci riguarda, abito costruito attorno alle nostre colpe e alle nostre ambizioni. Sogni e illusioni, nient'altro che sogni e illusioni.
Ricostruiamo a posteriori un senso e un progetto la cui ineluttabile necessità deriva dal suo essersi già verificato: ricollochiamo noi stessi le tessere già cadute dove è rimasto un pertugio adeguato, limandone e spuntandone alcune col ricordo in modo da poterle inserire nella posizione che ci sembra erroneamente più consona. Indovini del passato, divinatori dell'accaduto, ci convinciamo talvolta di aver individuato il senso di questo grande progetto immaginario perché riusciamo, in virtù di un caso fortuito, a prevedere l'esatto andamento di un evento futuro. Ma, per ogni banalità necessaria che eleviamo ad attuazione della nostra volontà divinizzata, ignoriamo a bella posta dieci sorprese spiacevoli e impreviste.
Attribuiamo alla casualità e all'imprevedibile flusso di eventi, concatenati fra loro dal puro accidente e da un labile rapporto di causa ed effetto, la maestosità di un grande progetto. Sia dio a volerlo, la matematica a richiederlo o l'uomo a imporlo, quel che accade non è mai senza ragione ai nostri occhi, mai.
Abbiamo bisogno di convincerci dell'esistenza d'un progetto, di un disegno, per sfuggire alla minuta realtà del nostro essere: come una macchia sulla tela, così noi abbiamo senso solo all'interno di un disegno. In assenza di esso, siamo solo un'imperfezione, un velo di sporcizia, un aborto di quadro mai dipinto.
Ci è dato costruire il nostro destino, ma non a posteriori con opera di facile postprevisione e falsa sapienza: è l'avvenire che dobbiamo edificare, traendo da noi stessi la forza per fare di tutte le macchie-uomo un unico, grande ritratto sulla tela terracquea che ci troviamo ad occupare. Dobbiamo farci forza di lasciare alle tessere, cadute a caso nella pioggia degli avvenimenti, solo il pertugio stabilito, quello che le forzerà a creare un disegno, ora sì, prestabilito. Solo così ci sarà realmente un quadro d'insieme, solo così si vedrà realmente l'attuazione di un qualche progetto preesistente e non desunto a posteriori.
Tutto il resto è illusione, o vana speranza disattesa di umili uomini che si credono posti al centro dell'universo.
Forse, è il più "teorico" che abbia mai scritto. Si tratta, in un certo senso, della mia risposta alla comune idea di un "disegno" dietro all'esistenza umana.
Ci diciamo che tutto si sistema, che ogni filo si annoda con gli altri e che ogni nodo viene al pettine, quasi che ogni tessera, gettata disordinatamente sul tavolo e rimestata da una concatenazione di eventi caotica e truffaldina, finisca inevitabilmente per sistemarsi al suo posto, tracciando un disegno già progettato da una qualche non meglio precisata volontà.
Menzogne, nient'altro che menzogne.
Per ogni tessera che trova il suo posto, una cade dal tavolo fin dentro all'oblio; per ogni nodo che si scioglie il groviglio di un altro fagocita quel che gli sta attorno, e per ogni filo congiunto uno si agita fino a perdersi, inerte, senza uno scopo. Può essere rimosso dall'arazzo senza pregiudicarne in alcun modo la trama e il senso, poiché il senso è quel che sempre gli è mancato.
Mentiamo a noi stessi: alla ricerca spasmodica di un segno, di un disegno d'insieme nel quale riconoscere il nostro percorso vediamo un senso nella tempesta e mille vascelli nelle nuvole del cielo che la anima. Ma nessuna nave solca i venti, lo sappiamo, ed è il nostro occhio a ingannarci facendoci riconoscere forme note e gradite nel continuo mutare. Siamo noi a voler essere ingannati.
Ogni ritratto è un insieme di segni; l'incarnato più realistico alla fredda osservazione di una lente si rivela essere nient'altro che linee o macchie di colore sporco, ben lontano dall'infinitudine di vita e cellule che dovrebbe rappresentare. Siamo noi a dare un senso a questi segni, a vedere nelle curve e nei fori del marmo le forme di una dea, a riconoscere noi stessi in tanti microscopici puntini di tre miseri colori mischiati fra loro. Ma senza un occhio che li osservi, i ritratti restano macchie e convenzione, linee abbruttite e disarmoniche, lontane dal ritmo placido della natura reale.
Come ci inganna l'occhio, così ci inganna la mente. Come vediamo nell'intrico di colori che compongono un quadro le forme di un uomo morto da secoli, identificandolo per quel che sarebbe dovuto essere e non per quel che è stato, così vediamo nella concatenazione degli eventi che plasmano le nostre esistenze un disegno tangibile che ci riguarda, abito costruito attorno alle nostre colpe e alle nostre ambizioni. Sogni e illusioni, nient'altro che sogni e illusioni.
Ricostruiamo a posteriori un senso e un progetto la cui ineluttabile necessità deriva dal suo essersi già verificato: ricollochiamo noi stessi le tessere già cadute dove è rimasto un pertugio adeguato, limandone e spuntandone alcune col ricordo in modo da poterle inserire nella posizione che ci sembra erroneamente più consona. Indovini del passato, divinatori dell'accaduto, ci convinciamo talvolta di aver individuato il senso di questo grande progetto immaginario perché riusciamo, in virtù di un caso fortuito, a prevedere l'esatto andamento di un evento futuro. Ma, per ogni banalità necessaria che eleviamo ad attuazione della nostra volontà divinizzata, ignoriamo a bella posta dieci sorprese spiacevoli e impreviste.
Attribuiamo alla casualità e all'imprevedibile flusso di eventi, concatenati fra loro dal puro accidente e da un labile rapporto di causa ed effetto, la maestosità di un grande progetto. Sia dio a volerlo, la matematica a richiederlo o l'uomo a imporlo, quel che accade non è mai senza ragione ai nostri occhi, mai.
Abbiamo bisogno di convincerci dell'esistenza d'un progetto, di un disegno, per sfuggire alla minuta realtà del nostro essere: come una macchia sulla tela, così noi abbiamo senso solo all'interno di un disegno. In assenza di esso, siamo solo un'imperfezione, un velo di sporcizia, un aborto di quadro mai dipinto.
Ci è dato costruire il nostro destino, ma non a posteriori con opera di facile postprevisione e falsa sapienza: è l'avvenire che dobbiamo edificare, traendo da noi stessi la forza per fare di tutte le macchie-uomo un unico, grande ritratto sulla tela terracquea che ci troviamo ad occupare. Dobbiamo farci forza di lasciare alle tessere, cadute a caso nella pioggia degli avvenimenti, solo il pertugio stabilito, quello che le forzerà a creare un disegno, ora sì, prestabilito. Solo così ci sarà realmente un quadro d'insieme, solo così si vedrà realmente l'attuazione di un qualche progetto preesistente e non desunto a posteriori.
Tutto il resto è illusione, o vana speranza disattesa di umili uomini che si credono posti al centro dell'universo.
martedì 25 gennaio 2011
Per esorcizzare un ricordo
A volte capitano di quelle coincidenze che, se non fossero in numero limitato fra i milioni di possibili vicende, sembrerebbero tutto a parte coincidenze.
E così circa due settimane fa, per un ritardo imprevisto, ho incontrato una certa persona dove non pensavo proprio di incontrarla. Un tempo avrei sperato in una coincidenza del genere, ma è cambiato molto da allora.
Nonostante tutto, nonostante un haiku vagamente dedicato alla cosa, dopo l'ultimo esame il ricordo è tornato a farsi sentire. E, sebbene avessi già deciso di non scrivere più nulla su quella persona, le circostanze mi hanno costretto a farlo di nuovo per temperare, allontanare ed esorcizzare il suo ricordo.
Sperando che, in futuro, non si verifichino altre coincidenze del genere.
Il componimento, ancora un po' rozzo forse, e in certi punti volutamente duro e antipoetico, è stato completamente scritto nel corso delle ultime trenta ore. Non so se in futuro avrò voglia di tornarci sopra per raffinarne un po' la forma.
Quanto è trascorso di mesi e stagioni
Da allora? Ricordi
Come d'estate rividi il tuo volto
Con occhi diversi,
Persi in un sogno nel quale regnavi
Tu sola, l'amata?
Ora conosco la vera natura
Che celi nel cuore:
Nulla mi susciti a parte il rimorso.
Ricorda: mi hai perso.
Forse hai memoria, serbata nel cuore,
Dei primi, dei goffi
Modi che avevo nell'esserti caro
Sperando che, forse,
Fossi tu stessa a capire, a provare
Per me qualche amore.
Ora conosco la vera natura
Che celi nel cuore:
Nulla mi susciti a parte il rimorso.
Ricorda: mi hai perso.
Certo pensavi che fossi un amico
Ben caro, disposto
Sempre a donarti il suo tempo, ogni istante
Ed ogni sospiro.
Forse capivi già allora il mio amore
Da pazzo invasato.
Ora conosco la vera natura
Che celi nel cuore:
Nulla mi susciti a parte il rimorso.
Ricorda: mi hai perso.
Venne poi il giorno nel quale, imbecille,
Aperto t'ho il cuore.
Ora, pensavo, che sa quel che provo
L'amore di certo
Lei lo vorrà ricambiare, saremo
Felici. Che illuso.
Ora conosco la vera natura
Che celi nel cuore:
Nulla mi susciti a parte il rimorso.
Ricorda: mi hai perso.
Solo, chiedevo una cosa, che fossi
Sincera, scegliessi
Me come amore o lasciassi per sempre
L'amico di un tempo.
Niente illusioni o speranze fasulle:
Amanti o lontani.
Ora conosco la vera natura
Che celi nel cuore:
Nulla mi susciti a parte il rimorso.
Ricorda: mi hai perso.
Questo chiedevo, null'altro, mi amassi
o lasciassi da solo.
Tu preferisti serbare i vantaggi
che dava l'amico
Tuo spasimante, rifiuto all'amore
Ma illuso l'amico.
Ora conosco la vera natura
Che celi nel cuore:
Nulla mi susciti a parte il rimorso.
Ricorda: mi hai perso.
So che se avessimo chiuso i rapporti
reciproci allora
Molto, di certo ne avrei io sofferto.
Ma meno di quanto
Ho sopportato nei mesi in cui, amico,
Speravo in amore.
Ora conosco la vera natura
Che celi nel cuore:
Nulla mi susciti a parte il rimorso.
Ricorda: mi hai perso.
Era piacevole, vero, qualcuno che fosse
Disposto a prestare
Caro un orecchio ai tuoi drammi di carta,
Cui fossi tu musa
Ben celebrata da rime e da versi d'amore.
Un servo, nient'altro.
Ora conosco la vera natura
Che celi nel cuore:
Nulla mi susciti a parte il rimorso.
Ricorda: mi hai perso.
Quando il mio amore poi prese a sfreddarsi
Frustrato, deriso,
Nulla rimase: ben poco d'amico poteva
Restarmi in quei giorni
Dopo esser stato un amante irrisposto,
Lo schiavo d'amore.
Ora conosco la vera natura
Che celi nel cuore:
Nulla mi susciti a parte il rimorso.
Ricorda: mi hai perso.
Molto ho tentato d'allora di amarti,
Ma a nulla è servito.
Spento quel fuoco dal gelo che avevi
Profuso, crudele,
Nulla restava per darmi calore.
Nell'anima un vuoto.
Ora conosco la vera natura
Che celi nel cuore:
Nulla mi susciti a parte il rimorso.
Ricorda: mi hai perso.
Sì, t'ho lasciata, da amico, da sola
E no, non rimpiango.
Non tu l'amico volevi, ma il servo
Da amore sospinto
Tutto a donarti. Sgradito divenni
Lo so, quale amico.
Ora conosco la vera natura
Che celi nel cuore:
Nulla mi susciti a parte il rimorso.
Ricorda: mi hai perso.
Ora son solo. Tu ti consoli con mille
Parole bramose,
Falsi di amori che pensi sinceri.
E forse rimpiangi
Me, che ora sono lontano e che molto
Ti amavo. È finita.
Ora conosco la vera natura
Che celi nel cuore:
Nulla mi susciti a parte il rimorso.
Ricorda: mi hai perso.
E così circa due settimane fa, per un ritardo imprevisto, ho incontrato una certa persona dove non pensavo proprio di incontrarla. Un tempo avrei sperato in una coincidenza del genere, ma è cambiato molto da allora.
Nonostante tutto, nonostante un haiku vagamente dedicato alla cosa, dopo l'ultimo esame il ricordo è tornato a farsi sentire. E, sebbene avessi già deciso di non scrivere più nulla su quella persona, le circostanze mi hanno costretto a farlo di nuovo per temperare, allontanare ed esorcizzare il suo ricordo.
Sperando che, in futuro, non si verifichino altre coincidenze del genere.
Il componimento, ancora un po' rozzo forse, e in certi punti volutamente duro e antipoetico, è stato completamente scritto nel corso delle ultime trenta ore. Non so se in futuro avrò voglia di tornarci sopra per raffinarne un po' la forma.
Quanto è trascorso di mesi e stagioni
Da allora? Ricordi
Come d'estate rividi il tuo volto
Con occhi diversi,
Persi in un sogno nel quale regnavi
Tu sola, l'amata?
Ora conosco la vera natura
Che celi nel cuore:
Nulla mi susciti a parte il rimorso.
Ricorda: mi hai perso.
Forse hai memoria, serbata nel cuore,
Dei primi, dei goffi
Modi che avevo nell'esserti caro
Sperando che, forse,
Fossi tu stessa a capire, a provare
Per me qualche amore.
Ora conosco la vera natura
Che celi nel cuore:
Nulla mi susciti a parte il rimorso.
Ricorda: mi hai perso.
Certo pensavi che fossi un amico
Ben caro, disposto
Sempre a donarti il suo tempo, ogni istante
Ed ogni sospiro.
Forse capivi già allora il mio amore
Da pazzo invasato.
Ora conosco la vera natura
Che celi nel cuore:
Nulla mi susciti a parte il rimorso.
Ricorda: mi hai perso.
Venne poi il giorno nel quale, imbecille,
Aperto t'ho il cuore.
Ora, pensavo, che sa quel che provo
L'amore di certo
Lei lo vorrà ricambiare, saremo
Felici. Che illuso.
Ora conosco la vera natura
Che celi nel cuore:
Nulla mi susciti a parte il rimorso.
Ricorda: mi hai perso.
Solo, chiedevo una cosa, che fossi
Sincera, scegliessi
Me come amore o lasciassi per sempre
L'amico di un tempo.
Niente illusioni o speranze fasulle:
Amanti o lontani.
Ora conosco la vera natura
Che celi nel cuore:
Nulla mi susciti a parte il rimorso.
Ricorda: mi hai perso.
Questo chiedevo, null'altro, mi amassi
o lasciassi da solo.
Tu preferisti serbare i vantaggi
che dava l'amico
Tuo spasimante, rifiuto all'amore
Ma illuso l'amico.
Ora conosco la vera natura
Che celi nel cuore:
Nulla mi susciti a parte il rimorso.
Ricorda: mi hai perso.
So che se avessimo chiuso i rapporti
reciproci allora
Molto, di certo ne avrei io sofferto.
Ma meno di quanto
Ho sopportato nei mesi in cui, amico,
Speravo in amore.
Ora conosco la vera natura
Che celi nel cuore:
Nulla mi susciti a parte il rimorso.
Ricorda: mi hai perso.
Era piacevole, vero, qualcuno che fosse
Disposto a prestare
Caro un orecchio ai tuoi drammi di carta,
Cui fossi tu musa
Ben celebrata da rime e da versi d'amore.
Un servo, nient'altro.
Ora conosco la vera natura
Che celi nel cuore:
Nulla mi susciti a parte il rimorso.
Ricorda: mi hai perso.
Quando il mio amore poi prese a sfreddarsi
Frustrato, deriso,
Nulla rimase: ben poco d'amico poteva
Restarmi in quei giorni
Dopo esser stato un amante irrisposto,
Lo schiavo d'amore.
Ora conosco la vera natura
Che celi nel cuore:
Nulla mi susciti a parte il rimorso.
Ricorda: mi hai perso.
Molto ho tentato d'allora di amarti,
Ma a nulla è servito.
Spento quel fuoco dal gelo che avevi
Profuso, crudele,
Nulla restava per darmi calore.
Nell'anima un vuoto.
Ora conosco la vera natura
Che celi nel cuore:
Nulla mi susciti a parte il rimorso.
Ricorda: mi hai perso.
Sì, t'ho lasciata, da amico, da sola
E no, non rimpiango.
Non tu l'amico volevi, ma il servo
Da amore sospinto
Tutto a donarti. Sgradito divenni
Lo so, quale amico.
Ora conosco la vera natura
Che celi nel cuore:
Nulla mi susciti a parte il rimorso.
Ricorda: mi hai perso.
Ora son solo. Tu ti consoli con mille
Parole bramose,
Falsi di amori che pensi sinceri.
E forse rimpiangi
Me, che ora sono lontano e che molto
Ti amavo. È finita.
Ora conosco la vera natura
Che celi nel cuore:
Nulla mi susciti a parte il rimorso.
Ricorda: mi hai perso.
martedì 18 gennaio 2011
Haiku invernali
Lo ammetto: risalgono a qualche settimana fa. Ma ultimamente, causa esame e modellismo, ho poco tempo per comporre.
Gelo dall'ossa
Penetra fino al cuore.
Ecco l'inverno.
Velo di nubi,
Luce soffusa, e vento.
Tutto è quiete.
Vidi una foglia,
Fragile, in primavera.
Nido di serpe
Gelo dall'ossa
Penetra fino al cuore.
Ecco l'inverno.
Velo di nubi,
Luce soffusa, e vento.
Tutto è quiete.
Vidi una foglia,
Fragile, in primavera.
Nido di serpe
giovedì 13 gennaio 2011
Legge e Caos in Pathfinder - versione ri-aggiornata
Dopo la lettura del Bestiary II per Pathfinder, ho riaggiornato alcune vecchie regole create tempo fa per renderle coerenti col nuovo materiale. Si tratta di un aggiornamento da niente, però è sempre qualcosa. ^^
Law and Chaos Revised
Law and Chaos Revised
giovedì 6 gennaio 2011
Riflessione poetica
Continuano i miei esercizi col "distico esametrico".
Il componimento questa volta è piuttosto breve, e rientra nella categoria delle poesie scritte quando l'unico supporto disponibile è il cellulare.
Tematicamente, è un po' la resa in parole di una riflessione continua sull'opposizione fra speranza e realismo.
Frenati, mente che sogni di vane
Speranze inattese,
Quasi sperando sia lecito avere
Dei doni dal mondo,
Falso latore di facili imprese
Di fumo e menzogna:
Tutto ci costa fatica, e sudore
Di lunghe giornate
Spese a cercare qualcosa di lieto,
Di vivere lieti
Come sogniamo da quando giungemmo
Alla vita nel mondo.
Nulla, capisco, verrà a me da solo;
Eppure ci spero.
Tale è dell'uomo matrigna natura:
Viviamo di sogni.
Il componimento questa volta è piuttosto breve, e rientra nella categoria delle poesie scritte quando l'unico supporto disponibile è il cellulare.
Tematicamente, è un po' la resa in parole di una riflessione continua sull'opposizione fra speranza e realismo.
Frenati, mente che sogni di vane
Speranze inattese,
Quasi sperando sia lecito avere
Dei doni dal mondo,
Falso latore di facili imprese
Di fumo e menzogna:
Tutto ci costa fatica, e sudore
Di lunghe giornate
Spese a cercare qualcosa di lieto,
Di vivere lieti
Come sogniamo da quando giungemmo
Alla vita nel mondo.
Nulla, capisco, verrà a me da solo;
Eppure ci spero.
Tale è dell'uomo matrigna natura:
Viviamo di sogni.
martedì 28 dicembre 2010
Frammento numero tre
Ed ecco, come preludio ad alcune poesie che posterò nei prossimi giorni, il terzo dei miei frammenti.
Scritto a novembre 2008, potrebbe essere definito una "riflessione urbanistica", una serie di pensieri su quel che sono e su cosa possono rappresentare certi vicoli quasi fuori dal mondo che si incontrano inaspettatamente, quasi fossero in agguato, in tutte le città.
Basta voltare un angolo, e ti ritrovi là, in vicoli ignari della magnificenza presso la quale scorrono.
Strade antiche, dimenticate, dove dal macadam sporge ancora l'antica grazia di un sampietrino, abbracciato alla bruttura incatramata dell'oggi.
Le case sono alte, nella loro vecchiezza, più alte di molti monumenti alla modernità che vediamo celebrati ogni giorno come templi di divinità assenti. E sorgono vicine, intimamente affiancate dalla mente di una schiera d'artigiani che ignoravano l'austera spaziosità, quasi asettica, dei nostri giorni.
Il rombo delle auto sparisce, e i grandi palazzi di cristallo e ferro al carbone, zolfo del nuovo inferno, sono nascosti dalle piccole ma ostinate casupole dove la povera gente viveva, e vive ancora. Sembra di essere altrove, in un altro tempo, in un mondo che ormai sopravvive solo qui, nei cuori affranti e solitari delle piccole città.
Le grandi città hanno eliminato queste loro arterie, le hanno sacrificate sull'altare del moderno per ingraziarsi un qualche dio capriccioso, o ne hanno predisposto l'assassinio con sapienti veleni, quasi a liberarsi di un parente scomodo con cui dividere chissà quale eredità.
Alcune città hanno reciso queste loro vene per far spazio a nuovi, complessi miracoli della scienza, si sono private della vita vera, naturale, per dipendere d'ora in poi da una macchina impersonale, che ha reso esse stesse impersonali e false nella loro maestosa artificiosità. Altre città hanno compiuto il sacrificio in nome di una riconciliazione che passa per l'annientamento del diverso, un deserto chiamato “pace” dal popolo con la baionetta puntata contro la schiena. E in altre città le piccole stradine sono state sostituite da grandi viali, inconsci della storia che hanno distrutto, favoriti dai potenti perché meno inclini a ribellarsi e ad essere complici di barricata per coloro che ormai non vi abitano più.
Ma in questi vicoli la modernità arriva trafelata, di soppiatto, quasi vergognandosi di essere se stessa: un'antenna televisiva, nuovo cantore di arte vacua e vanagloriosa, si fa timidamente strada fra i mattoni e i muri che hanno preceduto la sua nascita di secoli e secoli; un campanello, odierno monumento all'immediatezza mediata, sembra quasi stonare di fianco alle porte dove il battacchio fa ancora bella mostra di sé.
Queste stradine non sono fatte per le automobili: sono state concepite in tempi in cui anche il carro era un lusso, uno che probabilmente nessuno dei residenti poteva permettersi; non conoscono il marciapiede, perché allora tutto il mondo era il marciapiede di un uomo non costretto a tutelare se stesso dalle proprie creature di alluminio e petrolio, quasi fosse una specie in via d'estinzione.
Pure, le automobili si fanno strada sul macadam, sostando un po' impacciate nelle vie troppo strette. Un'altra auto non potrebbe passarci, ma non è un problema: nessun veicolo passa in questi vicoli, e se anche ci passasse lo farebbe per fermarsi qui, di fianco alle altre auto, in un divieto di sosta eroicomico nel suo sfidare un'autorità totalmente disinteressata al luogo in cui il necessario misfatto è perpetrato.
È un attimo: svolti l'angolo, e dal vicolo arrivi al tronfio viale, altare dei suoi tempi stantii, che una saggia autorità ha voluto costruire di fianco al cuore pulsante della città. Una grossa, autocelebrativa arteria che incanala il flusso sanguinario delle automobili e dei turisti estasiati lungo la via degli organi amministrativi in putrefazione; ma il cuore della città è un altro.
Il cuore della città è un groviglio di brevi canali stradali, meno belli e meno appariscenti delle vie celebrative del potere, ma molto più veri: in esse il passato è una asettica e fragile ricostruzione, in vendita al primo arrivista; nei vicoli del centro, il passato vive ancora, è padrone di se stesso e amico degli uomini tutti.
Abbiamo dimenticato il passato, ne abbiamo fatto una statua da riverire mentre ce ne freghiamo sommessamente, ma il passato vive ancora; e ci sarà, probabilmente, anche dopo di noi, anche quando i nostri templi alla vanagloria saranno infranti dal tempo, inclemente.
Scritto a novembre 2008, potrebbe essere definito una "riflessione urbanistica", una serie di pensieri su quel che sono e su cosa possono rappresentare certi vicoli quasi fuori dal mondo che si incontrano inaspettatamente, quasi fossero in agguato, in tutte le città.
Basta voltare un angolo, e ti ritrovi là, in vicoli ignari della magnificenza presso la quale scorrono.
Strade antiche, dimenticate, dove dal macadam sporge ancora l'antica grazia di un sampietrino, abbracciato alla bruttura incatramata dell'oggi.
Le case sono alte, nella loro vecchiezza, più alte di molti monumenti alla modernità che vediamo celebrati ogni giorno come templi di divinità assenti. E sorgono vicine, intimamente affiancate dalla mente di una schiera d'artigiani che ignoravano l'austera spaziosità, quasi asettica, dei nostri giorni.
Il rombo delle auto sparisce, e i grandi palazzi di cristallo e ferro al carbone, zolfo del nuovo inferno, sono nascosti dalle piccole ma ostinate casupole dove la povera gente viveva, e vive ancora. Sembra di essere altrove, in un altro tempo, in un mondo che ormai sopravvive solo qui, nei cuori affranti e solitari delle piccole città.
Le grandi città hanno eliminato queste loro arterie, le hanno sacrificate sull'altare del moderno per ingraziarsi un qualche dio capriccioso, o ne hanno predisposto l'assassinio con sapienti veleni, quasi a liberarsi di un parente scomodo con cui dividere chissà quale eredità.
Alcune città hanno reciso queste loro vene per far spazio a nuovi, complessi miracoli della scienza, si sono private della vita vera, naturale, per dipendere d'ora in poi da una macchina impersonale, che ha reso esse stesse impersonali e false nella loro maestosa artificiosità. Altre città hanno compiuto il sacrificio in nome di una riconciliazione che passa per l'annientamento del diverso, un deserto chiamato “pace” dal popolo con la baionetta puntata contro la schiena. E in altre città le piccole stradine sono state sostituite da grandi viali, inconsci della storia che hanno distrutto, favoriti dai potenti perché meno inclini a ribellarsi e ad essere complici di barricata per coloro che ormai non vi abitano più.
Ma in questi vicoli la modernità arriva trafelata, di soppiatto, quasi vergognandosi di essere se stessa: un'antenna televisiva, nuovo cantore di arte vacua e vanagloriosa, si fa timidamente strada fra i mattoni e i muri che hanno preceduto la sua nascita di secoli e secoli; un campanello, odierno monumento all'immediatezza mediata, sembra quasi stonare di fianco alle porte dove il battacchio fa ancora bella mostra di sé.
Queste stradine non sono fatte per le automobili: sono state concepite in tempi in cui anche il carro era un lusso, uno che probabilmente nessuno dei residenti poteva permettersi; non conoscono il marciapiede, perché allora tutto il mondo era il marciapiede di un uomo non costretto a tutelare se stesso dalle proprie creature di alluminio e petrolio, quasi fosse una specie in via d'estinzione.
Pure, le automobili si fanno strada sul macadam, sostando un po' impacciate nelle vie troppo strette. Un'altra auto non potrebbe passarci, ma non è un problema: nessun veicolo passa in questi vicoli, e se anche ci passasse lo farebbe per fermarsi qui, di fianco alle altre auto, in un divieto di sosta eroicomico nel suo sfidare un'autorità totalmente disinteressata al luogo in cui il necessario misfatto è perpetrato.
È un attimo: svolti l'angolo, e dal vicolo arrivi al tronfio viale, altare dei suoi tempi stantii, che una saggia autorità ha voluto costruire di fianco al cuore pulsante della città. Una grossa, autocelebrativa arteria che incanala il flusso sanguinario delle automobili e dei turisti estasiati lungo la via degli organi amministrativi in putrefazione; ma il cuore della città è un altro.
Il cuore della città è un groviglio di brevi canali stradali, meno belli e meno appariscenti delle vie celebrative del potere, ma molto più veri: in esse il passato è una asettica e fragile ricostruzione, in vendita al primo arrivista; nei vicoli del centro, il passato vive ancora, è padrone di se stesso e amico degli uomini tutti.
Abbiamo dimenticato il passato, ne abbiamo fatto una statua da riverire mentre ce ne freghiamo sommessamente, ma il passato vive ancora; e ci sarà, probabilmente, anche dopo di noi, anche quando i nostri templi alla vanagloria saranno infranti dal tempo, inclemente.
domenica 19 dicembre 2010
Frammento numero due
Anche questo secondo frammento è stato scritto nel 2008.
E potrebbe probabilmente urtare la sensibilità di alcuni.
In sostanza, esprime il punto di vista di un umanista ateo (molto in piccolo dal punto di vista morale, io) davanti alle critiche e alle accuse di quanti seguono una religione trasformata soltanto in occasione di guadagno e strumento del potere.
Di certo, non è politicamente correttissimo. Ma non voglio che lo sia.
Sì, dio è morto.
Non l'ha ucciso questo o quel pensatore, e non l'hanno ucciso coloro che ne hanno riscontrato la morte. E non l'abbiamo ucciso noi, noi che viviamo consapevoli all'ombra del suo cadavere in putrefazione.
Siete stati voi.
Voi, che con le vostre parole fasulle di lode fraudolenta ne avete fatto un altro, l'ennesimo burattino nelle vostre mani, l'ennesima banderuola spiegata al vento del vostro orrore. Siete stati voi, voi che avete sporcato la sua perfezione con la volubilità delle vostre brame, con l'incostanza delle vostre pulsioni.
Siete voi, voi che impallidite di finto raccapriccio, voi che inveite indignati di una rabbia crudelmente vera contro di noi, noi che annunciamo a tutto il mondo l'avvenuto decesso di quel corpo putrefatto che vi ostinate a inalberare quale vessillo delle vostre perversioni, ombra minacciosa su quanti non la pensano come voi. Avete aperto la mente di un dio ormai morto, e l'avete riempita della vostra empietà; avete messo il vostro interesse al posto del suo cuore, proferite le vostre bestemmie con la sua bocca.
Voi, che chiamate relativismo, e la disprezzate, la nostra discrezione, ed elevate la vostra a saggezza. Voi, che tacciate di empietà la nostra coscienza, ed elevate le vostre bugie al rango di verità rivelata.
Siete voi, siete sempre stati voi. Voi ci avete tolto quanto era nostro, ci avete privati del nostro lume trapiantandolo in quel cadavere, il cui puzzo ormai basta a stento a coprire il fetore del vostro essere. Ci avete defraudati, chiamando sovversivi quanti si opponevano al vostro latrocinio e pazzi visionari quanti lo denunciavano.
Ma anche voi siete caduti, siete voi i dannati. Avete alimentato il vostro idolo con la vostra umanità, copiosa quanto mai è stata quella che strappaste, e ancora strappate, dai nostri corpi per mantenere l'orrida finzione con cui vi ammantate di pietà.
Siete grandi, sì, e volate alti, alti quanto gli angeli che pretendete di essere, alti quanto i nostri pensieri a cui avete strappato le ali per montarle sulle vostre spalle, parodia delle vostre stesse ambizioni.
E le vostre fila sono quanto mai folte: burattinai senz'anima, burattini privati della vista in una tenebra che spacciate per luce divina, contribuiscono entrambi alla vostra causa.
Voi siete molti.
Il vostro fetore richiama quanti non si inginocchiano davanti al cadavere che fingete di adorare, e il loro numero ingrossa le fila dei vostri.
Ma un cadavere non è vita, un cadavere è rigida necrosi e decadenza inarrestabile. E le nostre scintille pulsano e ardono nel petto del vostro burattino in capo. Si rivelano a chi sa guardarle, e la verità ineffabile che è di tutti noi, che era di tutti voi prima che ve ne privaste volontariamente offrendola in sacrificio a tutti gli incubi del vostro inferno, brilla più delle tenebre che ammantate di luce.
Voi siete molti e noi siamo pochi. Ma voi vivete nella menzogna, per noi è forza la verità.
Voi chiamate verità i vostri inganni, ma ignorate e tentate di nascondere la realtà dietro alla parola.
Voi fingete di adorare un dio, ma lo umiliate di giorno in giorno con godimento sempre maggiore.
Voi tacciate noi tutti di empietà, ma siete voi i veri empi.
Noi sappiamo vedere la vera realtà divina, che non si trova in un cadavere morto da ere, ma palpita negli uomini, è grande con loro, esiste in loro, in noi che la vediamo levarsi.
Esiste in noi, in tutti noi e in nessuno di noi, da solo. Esiste con noi, con noi tutti, ed esisterebbe anche con voi, ma voi l'avete ripudiata: avete ucciso in voi il dio che era di tutti, e in tutti, per crearne uno che fosse solo vostro e mugugnasse di piacere nello scoprire le vostre malefatte.
Tenetevi il vostro cadavere. Esso è infinitamente più piccolo quanto più infinitamente lo volete grande, e tanto più impotente quanto più riverite la sua supposta onnipotenza.
Il nostro dio è fallace, come noi tutti; il nostro dio è limitato, come noi tutti. Ma il nostro dio sa andare oltre i suoi limiti, sa superare se stesso, perché noi siamo il nostro dio, noi tutti. Non uno, elevato da voi a miraggio di cartapesta, ma tutti gli uomini assieme sanno essere dio. Un dio che soffre, che spera, che sa amare e migliorarsi. Un dio disperso, usurpato, ma vivo.
Un dio che vi giudica, e che non teme le vostre menzogne, poiché noi siamo verità.
E potrebbe probabilmente urtare la sensibilità di alcuni.
In sostanza, esprime il punto di vista di un umanista ateo (molto in piccolo dal punto di vista morale, io) davanti alle critiche e alle accuse di quanti seguono una religione trasformata soltanto in occasione di guadagno e strumento del potere.
Di certo, non è politicamente correttissimo. Ma non voglio che lo sia.
Sì, dio è morto.
Non l'ha ucciso questo o quel pensatore, e non l'hanno ucciso coloro che ne hanno riscontrato la morte. E non l'abbiamo ucciso noi, noi che viviamo consapevoli all'ombra del suo cadavere in putrefazione.
Siete stati voi.
Voi, che con le vostre parole fasulle di lode fraudolenta ne avete fatto un altro, l'ennesimo burattino nelle vostre mani, l'ennesima banderuola spiegata al vento del vostro orrore. Siete stati voi, voi che avete sporcato la sua perfezione con la volubilità delle vostre brame, con l'incostanza delle vostre pulsioni.
Siete voi, voi che impallidite di finto raccapriccio, voi che inveite indignati di una rabbia crudelmente vera contro di noi, noi che annunciamo a tutto il mondo l'avvenuto decesso di quel corpo putrefatto che vi ostinate a inalberare quale vessillo delle vostre perversioni, ombra minacciosa su quanti non la pensano come voi. Avete aperto la mente di un dio ormai morto, e l'avete riempita della vostra empietà; avete messo il vostro interesse al posto del suo cuore, proferite le vostre bestemmie con la sua bocca.
Voi, che chiamate relativismo, e la disprezzate, la nostra discrezione, ed elevate la vostra a saggezza. Voi, che tacciate di empietà la nostra coscienza, ed elevate le vostre bugie al rango di verità rivelata.
Siete voi, siete sempre stati voi. Voi ci avete tolto quanto era nostro, ci avete privati del nostro lume trapiantandolo in quel cadavere, il cui puzzo ormai basta a stento a coprire il fetore del vostro essere. Ci avete defraudati, chiamando sovversivi quanti si opponevano al vostro latrocinio e pazzi visionari quanti lo denunciavano.
Ma anche voi siete caduti, siete voi i dannati. Avete alimentato il vostro idolo con la vostra umanità, copiosa quanto mai è stata quella che strappaste, e ancora strappate, dai nostri corpi per mantenere l'orrida finzione con cui vi ammantate di pietà.
Siete grandi, sì, e volate alti, alti quanto gli angeli che pretendete di essere, alti quanto i nostri pensieri a cui avete strappato le ali per montarle sulle vostre spalle, parodia delle vostre stesse ambizioni.
E le vostre fila sono quanto mai folte: burattinai senz'anima, burattini privati della vista in una tenebra che spacciate per luce divina, contribuiscono entrambi alla vostra causa.
Voi siete molti.
Il vostro fetore richiama quanti non si inginocchiano davanti al cadavere che fingete di adorare, e il loro numero ingrossa le fila dei vostri.
Ma un cadavere non è vita, un cadavere è rigida necrosi e decadenza inarrestabile. E le nostre scintille pulsano e ardono nel petto del vostro burattino in capo. Si rivelano a chi sa guardarle, e la verità ineffabile che è di tutti noi, che era di tutti voi prima che ve ne privaste volontariamente offrendola in sacrificio a tutti gli incubi del vostro inferno, brilla più delle tenebre che ammantate di luce.
Voi siete molti e noi siamo pochi. Ma voi vivete nella menzogna, per noi è forza la verità.
Voi chiamate verità i vostri inganni, ma ignorate e tentate di nascondere la realtà dietro alla parola.
Voi fingete di adorare un dio, ma lo umiliate di giorno in giorno con godimento sempre maggiore.
Voi tacciate noi tutti di empietà, ma siete voi i veri empi.
Noi sappiamo vedere la vera realtà divina, che non si trova in un cadavere morto da ere, ma palpita negli uomini, è grande con loro, esiste in loro, in noi che la vediamo levarsi.
Esiste in noi, in tutti noi e in nessuno di noi, da solo. Esiste con noi, con noi tutti, ed esisterebbe anche con voi, ma voi l'avete ripudiata: avete ucciso in voi il dio che era di tutti, e in tutti, per crearne uno che fosse solo vostro e mugugnasse di piacere nello scoprire le vostre malefatte.
Tenetevi il vostro cadavere. Esso è infinitamente più piccolo quanto più infinitamente lo volete grande, e tanto più impotente quanto più riverite la sua supposta onnipotenza.
Il nostro dio è fallace, come noi tutti; il nostro dio è limitato, come noi tutti. Ma il nostro dio sa andare oltre i suoi limiti, sa superare se stesso, perché noi siamo il nostro dio, noi tutti. Non uno, elevato da voi a miraggio di cartapesta, ma tutti gli uomini assieme sanno essere dio. Un dio che soffre, che spera, che sa amare e migliorarsi. Un dio disperso, usurpato, ma vivo.
Un dio che vi giudica, e che non teme le vostre menzogne, poiché noi siamo verità.
mercoledì 15 dicembre 2010
Avventure per il mare - versione aggiornata
Alla fine, i lavori sono stati minori di quanto non avessi preventivato.
C'era la volontà di aggiungere nuove regole, di chiarire alcuni misteri, di parlare più diffusamente di alcune fonti di ispirazione...
... ma poi ho realizzato che le nuove regole avrebbero appesantito la lettura (davvero, con l'ottima guida per il game master di Pathfinder serve sul serio che ci siano già nel manuale d'ambientazione le regole per ogni città?), i misteri una volta chiariti avrebbero perso il loro fascino, e le fonti di ispirazione sono talmente numerose che per parlare di tutte loro come si deve servirebbe direttamente un altro manuale.
Perciò, le modifiche sono state alla fine piuttosto irrisorie: ho corretto qualche erroraccio di qua e di là, ho modificato una regola in base a quanto abbiamo stabilito in fase di playtest coi miei giocatori, e infine ho aggiunto alcuni tratti tipici dell'ambientazione.
Tutto qui.
Ora, il mio prossimo grande progetto per Pathfinder che non so quando vedrà la luce è un'ambientazione dark fantasy che potrà essere o meno collegata ad Avventure per il mare.
Avventure Per Il Mare - versione aggiornata
C'era la volontà di aggiungere nuove regole, di chiarire alcuni misteri, di parlare più diffusamente di alcune fonti di ispirazione...
... ma poi ho realizzato che le nuove regole avrebbero appesantito la lettura (davvero, con l'ottima guida per il game master di Pathfinder serve sul serio che ci siano già nel manuale d'ambientazione le regole per ogni città?), i misteri una volta chiariti avrebbero perso il loro fascino, e le fonti di ispirazione sono talmente numerose che per parlare di tutte loro come si deve servirebbe direttamente un altro manuale.
Perciò, le modifiche sono state alla fine piuttosto irrisorie: ho corretto qualche erroraccio di qua e di là, ho modificato una regola in base a quanto abbiamo stabilito in fase di playtest coi miei giocatori, e infine ho aggiunto alcuni tratti tipici dell'ambientazione.
Tutto qui.
Ora, il mio prossimo grande progetto per Pathfinder che non so quando vedrà la luce è un'ambientazione dark fantasy che potrà essere o meno collegata ad Avventure per il mare.
Avventure Per Il Mare - versione aggiornata
venerdì 10 dicembre 2010
Frammento numero uno
Ho deciso, a partire da oggi, di pubblicare sul blog anche un nuovo genere di testi che, pur scrivendo da anni, sono sempre stato molto restio a far circolare.
I primi di questi testi risalgono al 2008 e, collettivamente, li ho chiamati "frammenti". Frammenti perché, pur essendo tutti in prosa, hanno ciascuno tematiche e caratteristiche formali proprie.
I frammenti sono, complessivamente, delle riflessioni personali. Risalgono a periodi diversi, ma hanno tutti in comune l'essere nati da un'impressione, un'idea, un frammento di immaginazione dilatato in breve testo.
Nelle prossime settimane, cercherò di pubblicare i diversi frammenti che ho scritto fino ad ora.
Il primo frammento risale al settembre del 2008; l'ho pensato quand'ero in vacanza, mentre la trascrizione risale a qualche settimana dopo.
La furia di Achille ebbe il suo aedo: eternata da parole immortali, la memoria è sopravvissuta nelle ere.
La sua furia non avrà un aedo.
Gilgamesh eternò la sua stessa impresa, impressa in una stele che svetta fra le tenebre dei millenni perduti.
Egli sa che non potrà fare altrettanto.
La sua ira sarà senza cantore, e le sue parole si perderanno nel vento del tempo, flebili come un sussurro: si perderà la memoria di colui che è stato veramente, e resterà soltanto un ricordo distorto, un'oscura leggenda tramandata da subdoli nemici come storia buona solo a spaventare i bambini e screditare i sovversivi.
Egli lo sa.
E questo alimenta la sua ira: non sarà la parola, non sarà il verso, non sarà la pietra né la pergamena a tramandare le sue gesta. Saranno le sue gesta a tramandare se stesse.
Dove non arriverà il messaggio arriveranno le opere. Per questo raddoppia le forze, per questo alimenta l'ira con la furia, in un'aristia che non ha fine.
Piange di rabbia e freme, sa che di lui resterà solo un'ombra, poiché il gesto è muto: come un gigante di pietra, non testimonia altro se non se stesso. La sabbia del tempo si deposita su di esso, lo corrode, e dagli eoni emerge solo una sagoma scalfita e infranta, impossibile capire chi o cosa fosse, chi l'abbia costruito o perché. Resta solo lui, l'enigma, l'evidenza e lo stupore, forse l'ammirazione per chi ha saputo concepire qualcosa di tanto maestoso.
Ma la sua furia non è maestosa, non esiste carneficina che lo sia. Uccide, mostro fra i mostri, belva fra le belve, e si distingue dai caduti solo per la sua tenacia.
Esistono ragioni per la sua ira. Motivi e ragioni ineludibili, ed essa è ineluttabile come la morte, forse è la morte.
Egli sa; conosce le ragioni, e le conoscono i suoi avversari.
Ma le ragioni si perderanno, senza memoria: la ragione viaggia con la parola, la ragione è nella parola, e la logica del suo agire non trasparirà dalle gesta, pur grandiose, che sta compiendo. Di esse resterà solo l'orrore presente, eternato nel futuro.
Non gli è data la grazia dei vinti. Per Ettore caduto furono versate lacrime, e continueranno ad esserlo. Turno vive, fra i vinti tutti, nella memoria di quei vincitori che sanno vedere il cupo circolo della fortuna, nella memoria di quanti vedono nella rovina altrui il sopraggiungere della propria.
Ma egli sarà vincitore, oggi. Padrone del campo, abbattitore delle fila nemiche.
E vinto.
Unico, realmente vinto, schiacciato dai secoli che gli impongono il silenzio e lo privano della ragione agli occhi della posterità.
E sapendo questo, egli ride; una smorfia appena fra le lacrime, e il sangue.
I primi di questi testi risalgono al 2008 e, collettivamente, li ho chiamati "frammenti". Frammenti perché, pur essendo tutti in prosa, hanno ciascuno tematiche e caratteristiche formali proprie.
I frammenti sono, complessivamente, delle riflessioni personali. Risalgono a periodi diversi, ma hanno tutti in comune l'essere nati da un'impressione, un'idea, un frammento di immaginazione dilatato in breve testo.
Nelle prossime settimane, cercherò di pubblicare i diversi frammenti che ho scritto fino ad ora.
Il primo frammento risale al settembre del 2008; l'ho pensato quand'ero in vacanza, mentre la trascrizione risale a qualche settimana dopo.
La furia di Achille ebbe il suo aedo: eternata da parole immortali, la memoria è sopravvissuta nelle ere.
La sua furia non avrà un aedo.
Gilgamesh eternò la sua stessa impresa, impressa in una stele che svetta fra le tenebre dei millenni perduti.
Egli sa che non potrà fare altrettanto.
La sua ira sarà senza cantore, e le sue parole si perderanno nel vento del tempo, flebili come un sussurro: si perderà la memoria di colui che è stato veramente, e resterà soltanto un ricordo distorto, un'oscura leggenda tramandata da subdoli nemici come storia buona solo a spaventare i bambini e screditare i sovversivi.
Egli lo sa.
E questo alimenta la sua ira: non sarà la parola, non sarà il verso, non sarà la pietra né la pergamena a tramandare le sue gesta. Saranno le sue gesta a tramandare se stesse.
Dove non arriverà il messaggio arriveranno le opere. Per questo raddoppia le forze, per questo alimenta l'ira con la furia, in un'aristia che non ha fine.
Piange di rabbia e freme, sa che di lui resterà solo un'ombra, poiché il gesto è muto: come un gigante di pietra, non testimonia altro se non se stesso. La sabbia del tempo si deposita su di esso, lo corrode, e dagli eoni emerge solo una sagoma scalfita e infranta, impossibile capire chi o cosa fosse, chi l'abbia costruito o perché. Resta solo lui, l'enigma, l'evidenza e lo stupore, forse l'ammirazione per chi ha saputo concepire qualcosa di tanto maestoso.
Ma la sua furia non è maestosa, non esiste carneficina che lo sia. Uccide, mostro fra i mostri, belva fra le belve, e si distingue dai caduti solo per la sua tenacia.
Esistono ragioni per la sua ira. Motivi e ragioni ineludibili, ed essa è ineluttabile come la morte, forse è la morte.
Egli sa; conosce le ragioni, e le conoscono i suoi avversari.
Ma le ragioni si perderanno, senza memoria: la ragione viaggia con la parola, la ragione è nella parola, e la logica del suo agire non trasparirà dalle gesta, pur grandiose, che sta compiendo. Di esse resterà solo l'orrore presente, eternato nel futuro.
Non gli è data la grazia dei vinti. Per Ettore caduto furono versate lacrime, e continueranno ad esserlo. Turno vive, fra i vinti tutti, nella memoria di quei vincitori che sanno vedere il cupo circolo della fortuna, nella memoria di quanti vedono nella rovina altrui il sopraggiungere della propria.
Ma egli sarà vincitore, oggi. Padrone del campo, abbattitore delle fila nemiche.
E vinto.
Unico, realmente vinto, schiacciato dai secoli che gli impongono il silenzio e lo privano della ragione agli occhi della posterità.
E sapendo questo, egli ride; una smorfia appena fra le lacrime, e il sangue.
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