giovedì 22 marzo 2012

Versi per l'ira

Quella che segue è una quanto mai incazzata "satira", un po' simile a quelle di Giovenale ma di certo dettata molto più dalla rabbia che non da altro.

L'avevo scritta giorni fa, ma in qualche modo pubblicarla oggi le dona molti nuovi significati.



Ora ho deciso, mucchietto di sassi
Coperto si sangue,
Umile e viscida casa dell'uomo,
Tempietto di pietra
Dove, davvero, i crudeli hanno vita
Più facile e lieta.
Quante ne ho preso da te, dalla vita,
Tua amante lasciva,
Dritte sul muso di botte crudeli?
Per quanto, miserrimo
Globo di sterco, ritieni si possa
Soffrire nel cuore
Senza alla fine mutarlo da carne
In nera ossidiana?
Ora il momento è venuto, per me che
Ti scrivo, di farmi
Duro e crudele coi figli bastardi
Del mondo corrotto,
Come lo furono loro con me che
Sognavo speranze.
Soffri, pianeta, soffrite voi tutti.
Ben poco m'importa,
Dico davvero, di voi che per anni
M'avete deriso
Senza provar compassione. M'avete
Mutato in un mostro
Freddo, insensibile e sadico, il quale
Sarà vostra morte.

lunedì 19 marzo 2012

I primi haiku di marzo

Questi haiku sono stati scritti nei primi giorni del mese. Contavo, in effetti, di pubblicarli prima.



Il fumo bianco
Dal camino, confuso
Col cielo grigio.

Fresca al respiro,
L'aria di marzo dona a
Me nuova vita.

Fugge nel buio,
Un passero indiscreto
Nascosto al caldo.

Nero screziato
Dalle tinte rosate, i
Petali in fiore.

L'erba invernale,
Ma sopra i fiori gialli
Di primavera.

Splende l'azzurro,
Si scioglie in fresche piogge
Il gelo inverno.

Con fredde dita
M'accarezzano il volto i
Venti di marzo.

venerdì 16 marzo 2012

Riflessioni amare

Prima della poesia, una rapida premessa: lo "ieri" a cui si fa riferimento si riferisce in realtà a quattro giorni fa.
E, se posso aggiungere qualcosa, vi suggerisco di non ubriacarvi mai con l'assenzio puro, mai.


Ieri volevo comporre dei versi
Su te, ma la penna
Ferma restava sul foglio, la mente in-
Dugiava, temendo
Forse di dare una voce a sussurri
Di carta e di fumo.
Oggi ho tentato di nuovo, ma ancora
La mano restava
Ferma, restavano fermi i pensieri
Di me, che davvero
Troppo ho sofferto per darmi di nuovo
A quel vento di fate
Dolci e bugiarde, intessute di sogni,
Chiamato speranza.
Nulla m'aspetto dal mondo, e la vita
Che vivo mi pare
Quasi la spinta d'inerzia dei giorni
Migliori, perduti
Senza speranza d'appello, quand'anche
Son stati reali. O
Forse l'attesa dei giorni a venire,
Nei quali non spero,
Nubi intessute di sogni, mi spinge
Ancora alla vita, ad
Essere pronto ogni giorno a combatte-
Re un mondo nel quale
Sono di troppo, e non trovo il mio posto,
Per quanto lo cerchi?

domenica 11 marzo 2012

Semplici haiku

Oggi è il mio compleanno, e sono ancora reduce da una bella bevuta d'assenzio.

Quindi, l'aggiornamento di oggi è composto solo da quattro brevi haiku.




Ed al mattino
Sull'agave la neve. Il
Gelo in tormenta.

Gocce di nubi
Bianche sui monti azzurri,
Tersi dal sole.

Verdi le canne
Nel fiume che, sottile,
Scorre in inverno.

Tutto si gela, E
Pure sui riami secchi i
Fiori rosati.

martedì 6 marzo 2012

Classi varianti per La Marca dell'Est

Questo è il secondo lavoro che produco per La Marca dell'Est. Stavolta ho provato a introdurre una serie di varianti alle classi del manuale, onde aggiungere un po' di brio al gioco. Spero di esserci riuscito.


Classi Varianti Per La Marca Dell'Est

domenica 4 marzo 2012

Sulla saggezza

Una poesia di qualche settimana fa. Ultimamente sto esprimendo il mio estro creativo attraverso forme decisamente meno nobili (cucina e modellismo), ma fortunatamente mi ero già "portato avanti" col "lavoro".



Quanto crudele il tuo bacio, saggezza?
Spietata, non doni
Calde promesse, non offri speranza,
Ma solo quel gelo
Freddo nel cuore che uccide ogni sogno,
E spinge gli umani
Lungo le strade elevate, le strade in
Salita, scoscese,
Dove s'opprime perfino il respiro.
Dicevano un tempo
Fossi concessa, enigmatico dono,
All'uomo soltanto
Dopo aver molto sofferto. Ma penso,
Saggezza, te stessa
Greve di molto soffrire: rinuncia, e
Con lei sacrificio,
Sono i tuoi tristi compagni, le scelte
Che imponi son dure,
Dura la vita che sempre proponi.
Dicevan ti fosse
Sola patrona la vergine dea,
Vestita di guerra,
Parca di baci e coi doni, lo scudo
Visione di morte.
Questo dicevano un tempo gli antichi
Sapienti di Grecia.
Quanta ragione nei versi dei grandi
Poeti, ma quanto
Grande l'invidia che provo talvolta,
Gemente, pensando a
Quanti son privi dei doni crudeli
Da te consegnati, a
Come la vita conducon più lieta
Di me, che rifletto
Ogni momento sul tutto e sul niente,
Che sempre indagando
Sopra le scelte migliori, più sagge
Da fare, mi rodo
Dentro nell'animo. E penso di quanto
Sarei più felice
Senza di te, consigliera crudele,
Mio cruccio sofferto,
Scarsa, stentata, ottenuta col sangue,
Eppure, saggezza.

giovedì 1 marzo 2012

Armi da fuoco in RuneQuest II

Queste regole mi ronzavano in testa da tempo, ma hanno visto la luce solo adesso che, dopo la laurea, ho avuto qualche giorno realmente libero.

Quello che vi presento è un piccolo supplemento volto a integrare secondo regole proprie, e per quanto mi è stato possibile verosimili, le armi da fuoco nel regolamento di RuneQuest II, edito in Italia dalla Asterion Press. So che esistono numerosi supplementi con regole simili, ma fino ad ora non mi pare che sia mai stato diffuso niente di simile nella nostra lingua.
Spero che il mio lavoro sia all'altezza della sfida.

Fuoco alle polveri

domenica 26 febbraio 2012

Versi per la laurea

Ho composto questi versi circa una settimana fa, qualche giorno prima della mia laurea. Sarebbe stata mia intenzione metterli on line il giorno stesso, ma fra un impegno e l'altro, complice l'influenza, il tutto è slittato di molti giorni.



Dioniso, al quale un tempo molti versi
Ho dato come dono, rubicondo
Signore, prole eccelsa e gran beone,
Patrono mio adorato e caro, salve!
A breve, sai, dovrò discuter tesi,
E tu ne sei soggetto in qualche modo.
Difatti parlo lì del bomolochos,
Buffone greco e tu, Dioniso caro,
Sei spesso quel buffon del qual ho scritto.
Ricordi ancora quando in versi grevi
Di mille doppi sensi sconci e sporchi
Venivi celebrato in Grecia antica?
Si basa infatti questa tesi sulla
Commedia scritta avendo qual soggetto
Il tuo discender giù nell'Ade, un tempo,
Per riportare in patria un gran poeta.
Ben poca lode, ahimè, ti posso offrire
Con questa tesi qui, Dioniso bello:
Ben poca cosa ho scritto. Eppure l'offro
A te, pancione caro, a te signore
Dell'arte dei teatri e del buon vino
E del governo al popol tutto dato.
Ti prego, dammi aiuto come puoi, e
Concedi a me, che t'ho lodato in versi,
Quei doni lieti e grati e molto amati
Pei quali adesso levo questi fiati.

lunedì 20 febbraio 2012

Caratteristiche alternative per La Marca dell'Est

Dopo troppo, troppo tempo, ritorno finalmente a pubblicare qualcosa per un GdR.

Trattasi di un paio di rapide regole realizzate per La Marca dell'Est, un retroclone molto interessante di origine spagnola che è stato recentemente tradotto in Italiano (qui il link al relativo blog).

Queste regolette hanno lo scopo di introdurre nel gioco in questione il "feeling" che le caratteristiche dei personaggi hanno sviluppato in edizioni di D&D successive a quella su cui il retroclone è basato.
L'operazione non è molto "filologica", ma spero che risulti almeno divertente.

Caratteristiche La Marca Dell'Est

sabato 18 febbraio 2012

Haiku d'un inverno gelido

Avevo scritto questi haiku fra la la fine di gennaio e i primi di febbraio, e avevo deciso di dedicarne uno a ciascuno degli animali di casa. Purtroppo, l'inverno ha reclamato la vita d'uno dei miei due gatti, un micio sempre malaticcio ma che fino ad ora era uscito indenne da dieci anni di vta.
Perciò ho scritto altri due haiku dedicati alla sua memoria; penso che sia facile riconoscerli.


Piove sul verde;
Le lacrime di gioia
Del padre inverno.

Grigio, flessuoso,
Soffri il male del gelo. I
versi, un sussurro.

Fragile cosa,
Tu resisti, spavaldo.
“Ancora un anno.”

Non più la luce:
Sotto le stelle fredde,
Spentosi al gelo.

Morto di morte
Fredda, vita vissuta
In spregio al cielo.

Salti, carezze
La pioggia; tu non temi
L'umido vento.

Brilla la terra,
Come un velo la copre
Pioggia lucente.

Candide, piovve
Lacrime il cielo grigio,
Freddo assassino.

Erbe palustri,
Steli bianchi sul lago
Bianco d'azzurro.

Schizzi di verde
Che sull'ocra ingiallito
Gridano: “Inverno.”

domenica 12 febbraio 2012

Una poesia in sospeso per mesi

Prima di venir completata una decina di giorni fa, questa poesia è rimasta incompiuta e "in sospeso" per circa due mesi.
Non sono ancora pienamente soddisfatto di quel che ne ho tirato fuori, principalmente perché alla fin fine son cambiate le sensazioni che ci stavo "mettendo dentro".
Magari potrete apprezzarla più di quanto non faccia io.


Quanto per gli altri è soltanto un sussurro,
Lo sento gridare
Come la furia d'un demone dentro
Di me. Nelle cose
Note del vivere nostro, io scorgo
Gli ambrati riflessi,
Caldi di mille pensieri e speranze,
Dei sogni dell'uomo.
Provo emozioni diverse da voi, che
Strisciate la vita
Sempre sull'oggi, ignorando i rintocchi
Di ieri, voi ciechi ai
Voli sottili nei quali risplende il
Domani, voi ignavi
Verso quei sogni nei quali saggezza
Dimora, voi stolti,
Sempre convinti dell'essere in giusto,
Voi saldi nel nulla,
Vuoti di mente e morale, voi tutti
Dall'animo spento.
Vivo nel dubbio, incertezza è compagna
Fedele, la sola
Forse che possa accettare, accettarmi.
Ma ditemi adesso:
Siete sicuri di vivere voi per
Davvero? Pensate
Quello che fate, tirare a campare, al
Piacere ed al nulla,
Essere degno d'un uomo? Sprecate
La vita campando,
Quasi che foste dei porci votati al
Macello, ignorando
Cosa potreste provare se solo,
Scopertivi umani,
Foste disposti a donarvi a quei dubbi
D'incerto sentire,
Dolci ricordi dell'oggi sognato,
Nei quali si perde
Sempre la mente che, libera, vaga
Sperando e soffrendo.

martedì 7 febbraio 2012

Dopo un mese, il ritorno

Sì, è stato più di un mese in effetti, ma era una pausa necessaria: dal 26 di dicembre fino al 26 di gennaio, infatti, sono stato impegnatissimo con la stesura della tesi. Solo nell'ultima settimana ho trovato il tempo di riprendere in mano qualche poesi lasciata in sospeso, e solo oggi ce la faccio nuovamente ad aggiornare il blog. E non preoccupatevi: ho materiale pronto per almeno altre due settimane.

La poesia di oggi è stata scritta nel giro degli ultimi cinque giorni, e trae spunto da un incontro, stavolta deliberato, che ha in qualche modo riaperto vecchie ferite e vecchi ricordi.


Piove. Spalancano i cieli le nubi
E freddo di goccia un
Manto ricopre ogni cosa di specchi
Gelati. Mi scopro
Arido, privo del fuoco bruciante
D'un tempo, perfino
Privo del gelo che prese il suo posto.
Nei campi, sui prati,
Cresce a rigogli un'erbetta sottile;
Nei monti lontani
Cade la neve gelata, la vita
Si copre di morte. E
Pure, nell'animo mio, lacerato in
Passato, non svetta il
Verde dell'erba, e neppure, coperto
Di candida neve,
Dorme il silenzio d'un sonno di morte.
Ma tristo, provato
Lungo la vita da molte ferite,
Dolente e confuso,
Simile sono nell'animo al suolo,
Seccato e dissolto,
Dove la vita non cresce, portata
Da piogge gentili,
Dove la neve non stende alcun manto
Di candida morte,
Dove la terra riarsa dal sole
Non coglie le gocce, e
Scioglie ogni brina mordendone il cuore
Con fesso calore.
Sono il deserto, la pace dei sensi un
Miraggio crudele.

lunedì 26 dicembre 2011

Haiku di dicembre

Come impone la legge non scritta delle vacanze, è un periodo nel quale si ha molto da fare ma non si combina mai un cavolo.

Per questo motivo, il mio aggiornamento di ora sono solo questi brevi haiku, scritti in tutto l'arco del mese festaiolo ormai prossimo alla conclusione.



Volti degli astri
Caduchi, le splendenti
Luci in inverno.

Un sole forte,
Come un bimbo che ride
Mostrando il volto.

Squarci di sole, il
Manto grigio di nubi
Copre ogni cosa.

E piove tenute il
Cielo radioso, terra
Che si raggela.

Alto sovrano,
La corona dei raggi, il
Volto celato.

Freddo di fuori, un
Gelo più grande morde
L'anima trista.

Nubi d'uccelli in
Fuga, avanza l'inverno
Dal volto freddo.

Dopo le piogge,
D'un terso che ferisce, il
Cielo di ghiaccio.

Inaspettato il
Sole d'antevigilia
Splende beffardo.

venerdì 16 dicembre 2011

Nell'uscire dal roveto.

Non commento la poesia, si commenta da sola.

Il brutto del molto "sentire" è che ci si brucia con una scintilla, e che si soffre per quella bruciatura come per un coltello nel fegato.



Cenere grigia, nient'altro rimane
Nel vento che un tempo
Lieve spirava di brezze e profumi.
Mi persi, seguendo
Dolci fragranze di rosa, fin dentro un
Roveto, cercando, in
Vano, trafitto da spine nel corpo,
Nell'animo, un'ombra
Fresca che fosse ristoro per me. Ma
Quei rovi eran fitti,
Lacero e stanco dovetti accettare
Che quello non era il
Luogo bramato: il profumo portato
Dal vento spirava
Solo per me, che sentivo nel cuore il
Bisogno d'un prato,
Fresco di fiori, laddove potessi
Trovare ristoro.
Eccomi adesso, in ginocchio nel fango,
Lo sguardo soffermo
Sopra quel cielo nel quale la luna
Svanisce sottile, il
Cielo che piange con lacrime fredde
Per me che lo guardo.

martedì 13 dicembre 2011

Due componimenti gemelli

Queste due brevi poesie sono idealmente l'una il seguito dell'altra.
Una riflessione a margine può essere che, a quanto pare, sono un "innamorato mannaro", di quelli che si struggono di più quando la luna è piena. Chissà come sarei depresso su un pianeta con sette lune.


Muoiono i sogni di ieri, ricordi
Di quando speravo in
Stelle diverse. Mi paion lontane
Adesso, ne scorgo
Solo un'immagine spenta: son fredde,
Son morte, da quando
Sorse nel cielo una stella più grande,
Una luce radiosa,
Piena ogni istante di grazia maggiore.
Talvolta la sfioro,
Tese le dita in un gesto impacciato
D'amore, carezza
Lieve, stentata, di timido amante
Che sogna, rapito.


Oggi la luna era piena, uno specchio
Di luci e di sogni.
Pallida luce emanava dall'astro,
Sfumata nel bianco:
Nubi sottili velavano il volto, i
Contorni confusi
Come da lacrime calde. Non posso,
Mia luna, non posso
Dire di più su di te, su quel volto
Che sogno ogni notte.
Sembri vicina, il tuo nome al mattino
Sul labbro, ogni giorno, e
Pure distante, celata da un velo
Sommesso di nubi.

mercoledì 7 dicembre 2011

Dalla mitologia a me

L'ennesima, seria ma non troppo, poesia da innamorato autorepresso e timido.

In questo caso, però, ai soliti temi ho aggiunto un riferimento mitologico (con rovesciamento finale) che viene chiarito solo nel quartultimo verso.
Intanto, il grande componimento del quale parlo ormai da un mese non è ancora stato concluso. Son lento, lo so, ma sono tanti, tanti versi.



Narrano i miti che solo il Signore,
L'Asceta Divino,
Unico in tutti i tre mondi del cosmo,
Poté senza affanno
Rendersi immune alle frecce d'Amore.
Lo vinse, si dice,
Solo la Figlia del Monte, quand'ella
decise di darsi al
Duro patire d'ascesi, impietosa,
Per rendersi degna,
Simile in tutto al bramato compagno,
D'essergli sposa.
Questo si narra. Ma come potrebbe
Un uomo comune, in
Preda ai tumulti del cuore, riuscire
Laddove soltanto
Uno poté di siffatta natura?
E come, mi chiedo,
Posso resistere essendo qual sono,
Sensibile e stolto,
Lesto a bruciarmi col fuoco provato
Nell'animo? E come
Posso resistere all'anima pura
Di lei, lei radiosa
D'ogni sognata virtù, della grazia
Bramata da sempre,
Giovane fiore di loto dal volto
Di luna? Ma lei non
Prova per me la passione che sento
Nel solo a pensarle ,
Lei certamente non m'ama, lo vedo.
Ma donami allora,
Figlia del Monte, una salda fortezza
Nell'animo, dammi,
Grande signora, la forza interiore
Di spirito saldo
Grazie alla quale potesti, soffrendo
Con gioia l'ardore,
Renderti simile ai sogni di Śiva,
Che possa anche io stesso
Rendermi simile ai sogni di lei,
Che mi prese nel cuore.

venerdì 2 dicembre 2011

Armi, metalli e battaglie in RuneQuestII

Dopo lungo e sofferto travaglio di nascita, ho finalmente dato forma apprezzabile a tutta una serie di regolette per RuneQuestII che mi ronzavano in testa da mesi.

Trovate tutto in questo PDF, parzialmente illustrato e probabilmente prossimo a essere entro breve aggiornato, cosa sulla quale -perdonatemi il gioco di parole- vi aggiornerò.

Armi, Metalli e Battaglie

giovedì 1 dicembre 2011

Satira I

Breve introduzione filologica: la satira latina, definita come il primo genere "nato a Roma", pur derivando da modelli greci per le tematiche si differenziava notevolmente da esse in virtù dell'adozione di un metro "alto", quell'esametro dattilico dell'epica che da tempo mi balocco a rendere in Italiano.
Vuole il caso che io stia frequentando in facoltà un corso monografico sulla satira latina, e vuole la mia natura che io sia portato a comporre basandomi anche e soprattutto su quel che studio.

Avrete ormai capito qual'è la conseguenza delle due premesse.

Quella che vi presento è la seconda "satira" che ho iniziato a scrivere, ma la prima a esser stata completata; la sua sorella maggiore, difatti, è un satirone "di viaggio" che, pur coi suoi 700 e passa versi, non ho ancora completato.
In questo caso, invece, il tema è una sorta di polemica contro quanti attaccano la morale atea, come contro quanti agiscono senza alcuna morale reale, e si conclude con un piccolo accenno personale a quei problemi che ultimamente mi stanno un po' levando il sonno.



Molti lo so, non si pongono questi
Problemi: non seguon
Codici, alcuna morale, al di fuori
Del fare soltanto il
Proprio piacere. Non pensano poi a
Che cosa potrebbe, ef-
Fetto inatteso, accadere per causa
Di quanto compiuto.
Peggio, parecchi non mostrano cura
Degli altri, di quello
Che essi potrebber soffrire a ragione
Dei loro voleri.
Sono diverso, lo so, o quantomeno
Da tempo mi sforzo
D'esser diverso, seguendo dei duri
Principi morali.
Molti ritengon che noi, i “senza dio”,
Siam privi del tutto
D'ogni possibile sano valore; im-
Becilli: seguiamo
Codici nostri, e bizzarri talvolta,
Ma rigido e serio
Quello di quanti si pongono l'uomo
Qual solo obiettivo.
Spesso, è più duro seguire la legge
Dell'uomo rispetto ai
Mille supposti mandati divini:
Lo so, io lo soffro.
Quanto sarebbe più facile agire,
Seguendo soltanto i
Propri volevi, oltre i limiti, oppure
Peccare sapendo
Sempre a portata di mano una qualche am-
Nistia dei peccati.
Io non ricorro a mezzucci di questa
Miserrima specie:
Giudice sono, e carnefice spesso, a
Me stesso. E pertanto
Ora, da tempo, m'impongo una calma
Che certo non sento
Dentro, nel cuore: m'impongo freddezza -od
Almeno ci provo:
Quanto è difficile rendere muto
L'alato, il crudele!

martedì 29 novembre 2011

Haiku a fine novembre

Ultimamente mi son dedicato prevalentemente ai miei distici, trascurando le altre forme di poesia che mi stavo abituando a praticare. E' per questo motivo che nelle ultime settimane ho deciso di darmi un po' da fare con gli haiku, tirando fuori questa serie di componimenti brevi.
E, visto che ci sono, ho deciso che spiegherò brevemente le circostanze di nascita di ciascuno di essi.

Il primo risale a uno spunto di qualche anno fa, che avevo già messo in versi in passato ma al quale ho preferito dare una nuova forma di haiku, dato il suo carattere di impressione momentanea. E per la cronaca gli occhi in questione erano assonnati per la sveglia alle sei e sono stati appena scorti in un pullman strapieno, ma il bello della poesia è la sua capacità di mascherare ed eternare anche i momenti di più assurda banalità.
"Banalità" che trionfa nella seconda e nella terza poesia; la seconda fa riferimento specificamente a una tecnica pittorica, la terza al mitologico amore fra terra e cielo sotto forma di pioggia.
La quarta poesia, invece, fa riferimento a una brutta situazione, durata alcuni giorni, nella quale mi son trovato qualche settimana fa. Ne sono uscit, ma in principio ero veramente così abbattuto che neppure un tuono mi avrebbe scosso.
Il quinto e il sesto haiku fanno sia riferimento a quello stato interiore, sia alla mia situazione sentimentale "deamorosa": anche la rugiada ghiaccia in brina se la notte è gelida, e anche un cristallo che pensiamo esser duro e resistente, formato dal gelo, va facilmente in frantumi.
Ma con il settimo haiku, composto quando ho risolto il problema universitario che tanto mi stava facendo penare, ho cercato di fissare la gioia che veramente sentivo in quel momento nell'animo.
Peccato che poi gli altri problemi, svanita l'euforia, mi siano tornati in mente. Da qui l'ottavo e il nono haiku, metafore naturalistiche di come una volta tramontato il sole del momento di gioia serva veramente un'altra luce per non gelare di solitudine.
La decima poesia, prettamente naturalistica, è nata semplicemente osservando alcuni fiori caduti a terra durante la pioggia della notte precedente; e, riflettendo sulle differenze fra quei bouganville e quelli che, sempre a terra, vedo ogni estate, è nato l'undicesimo haiku.
Anche il dodicesimo è derivato semplicemente dall'osservazione di un esile ramo di quercia, strappato dal vento, ai piedi della pianta, mentre nel tredicesimo ho unito all'esperienza visiva della passiflora, rampicante tenacissimo e infestante ma quanto mai discreto in inverno, l'idea di un'altra passione che allo stesso modo si ferma, pur volendo effondersi in mille abbracci, in attesa della primavera.



Ammiro, ardendo
Di un'insana passione,
Occhi di brace.

Un velo grigio
Le nubi, pennellate
D'acqua sul sole.

Dolce carezza
L'erba sottile, bacia
La terra amata.

Lampi distanti:
Ormai neppure il tuono
Mi dona nulla.

E la rugiada
Si gela in brina in queste
Notti crudeli.

Rigido, saldo,
Un cristallo di ghiaccio
Fragile in cuore.

Svanite, nubi:
Oggi risplendo come
Sole tenace.

Ma poi nel buio,
Costante, ad ogni sera,
Sprofonda il sole.

Oggi non sorge
La luna, resto solo
Nel buio, al freddo.

Bouganville tenui,
Come un bacio di viola
Perso nel fango.

Bouganville tenui,
Come un manto di viola
Nel suolo fesso.

Ramo di quercia.
Cadde a terra, col vento,
L'esile prole.

La passiflora,
L'abbraccio trattenuto,
Ferma, in attesa.

venerdì 25 novembre 2011

Pochi rapidi versi

Mentre finisco e rifinisco gli ultimi componimenti, tanto per non dire che non aggiorno mai il blog, vi propongo questi rapidi versi scritti alcune settimane fa.



Chiara la luna, nel cielo, al mattino,
Ricolma di grazia,
Oggi mi inebria col viso lucente,
Lo sguardo di miele
Tutto mi prende nell'animo, e dolce
Sorrido, rapito.

giovedì 17 novembre 2011

Sull'albatro e sull'uomo

Questa volta, il punto di partenza della poesia è Baudelaire, con il suo celebre componimento che assimila l'albatro caduto in terra al poeta, anche se ho tratto alcune espressioni direttamente da Alcmane (e nello specifico da un componimento che ho tradotto e proposto sempre sul blog qualche mesetto fa).

E' una poesia abbastanza lunga, e spero che per questo mi perdionate l'interminabile ritardo negli aggiornamenti. Ma ho in cantiere un altro grosso componimento, ancora incompiuto, che quando sarà terminato si aggirerà sui 750 versi.

Intanto, godetevi quel che ho già scritto e revisionato.



Alto con l'ali d'un angelo, enormi, im-
Ponenti, nel cielo
L'albatro vola, sovrano davvero
Dell'aria e dei nembi.
Vola, sospeso dai venti più caldi,
Sul fiore dell'onda.
Battiti lievi gli bastano infatti,
Con l'ali gentili
Tese per cogliere l'aria, ad alzarsi
Fin oltre le nubi.
Pure, talvolta precipita al suolo
L'uccello divino,
Come tradito dal vento nel quale,
Fedele, sperava.
Altri hanno scritto di come si muova,
Ridicola e goffa,
Sopra la terra la misera bestia,
Dal corpo forgiato
Certo per stare nei cieli, inadatto
Al mondo crudele.
Vive una vita sofferta, reietta,
Macchiate di grigio e
Sporco le candide piume d'un tempo.
Ma pure dal suolo
L'albatro sente talvolta una brezza
Spirare leggera, e
Spera che possa sospingerlo in alto,
Nei cieli. Talvolta
Presto svanisce quel soffio, speranza
Fasulla, talaltra
Forte si mostra, capace di fargli
Sfiorare di nuovo il
Cielo con l'ala. Bramando nel cuore
Le nubi ed il vento,
L'albatro certo vorrebbe seguire
Quel soffio, ma teme
Sempre che possa mostrarsi la brezza,
Cui dona l'abbraccio,
Flebile, un vento che dura soltanto un
Istante, e che presto
Lascia da solo, in rovina, l'alato,
Caduto nel fango.
Dunque, spiegando le piume nel darsi a
Quel soffio bramato,
L'albatro, in preda al timore, non cede
Del tutto alla brezza.
Lui, combattuto fra sogno e paura,
Tra dubbio e speranze,
Vola provando un confuso sentire:
Andare, donatosi al
Soffio celeste, fin oltre le nubi,
Oppure lottare
Contro la forza impetuosa del vento,
Tenersi vicino
Al suolo terreno, volevo soffrire
Di meno qualora il
Vento dovesse cessare, cadendo
Dal cielo distante
Senza toccarne con mano, impietoso
Ricordo, le nubi.
Simile l'albatro pare ad un uomo privato d'amore:
Molto vorrebbe una nuova passione
Nel cuore, ma molto
Teme di un nuovo abbandono il tormento
Dei dolci ricordi.

giovedì 10 novembre 2011

Partendo da Yeats

Già qualche tempo fa, molto tempo fa in effetti, avevo scritto una poesia che prendeva le mosse da Easter 1916 di Yeats, specificamente dai versi secondo i quali "too long a sacrifice/can make a stone of the heart" e "a terrible beauty is born".

Ma stavolta la riflessione porta a esiti differneti, a una constatazione amara. Dopotutto son cambiato in questi anni, e non solo nell'aver acquistato più padronanza con i metri poetici.




Dicono alcuni che possa, col tempo,
Un gran sacrificio il
Cuore mutarti in un sasso di pietra
Che, freddo, crudele,
Certo non batte per nulla, non prova
L'amore né l'odio:
Quasi una statua, nel marmo scolpita,
Superba, esemplare,
Duro modello perfetto e spietato,
Non vivo, inumano.
Pure, talvolta a mutarti non sono
Le gesta compiute
Senza egoismo, il donare te stesso
In nome di cause
Nobili, o forse soltanto credute es-
Ser tali, ma solo il
Lento dolore provato nei giorni
Vissuti soffrendo.
Niente di nobile allora, soltanto
Di rozzo granito, a
Tratti sbozzato, diventi nel cuore,
Giammai qualcheduno in
Te cercherà d'un esempio la forza.
Rimani soltanto un
Uomo che molto ha lottato col mondo,
Che perse le proprie
Sfide, talvolta per poco valore,
Talvolta per troppo
Grande sentire d'amore, consunto-
Si in nulla, da solo,
Mentre il suo cuore batteva, ogni istante
Più lento, per niente.

sabato 5 novembre 2011

La bestia

Causa viaggio e conseguente malattia sono rimasto fermo per un bel po' di tempo. Ma ho in lavorazione un enorme componimento basato proprio su tale viaggio.

Inoltre, negli ultimi tre giorni ho praticamente buttato giù quanto segue: un altro componimento vagamente goticheggiante, costituito attorno all'idea di una bestia che non so identificare neppure io, nella quale ho cercato di inserire tutta una serie di richiami orrorifici.
Non è un genere per il quale impazzisco, ma dopotutto è abbastanza riposante da comporre.



Ora vi chiedo, prestiate attenzione al
Contesto dei versi,
Questo provate a pensare: una bestia
Crudele, letale,
Figlia dell'uomo, può darsi, dotata
Di mente e pensiero.
Essa, nel dare la morte, riflette
Sul proprio sentire,
Pensa alla propria natura, e talvolta,
La testa chinata,
Piange, gemendo per quanti ella uccide,
Temuta ed odiata.
Questo, ritengo, potrebbe la bestia
Pensare, una notte,
Mentre la chiama l'istinto di caccia,
La sete di sangue.
“Corro su zampe veloci, con l'unghia
che fende la terra
Fredda, ghiacciata al mio tocco: la vita
Si spegne d'attorno,
Sempre procedo compagno di morte,
Le piante si seccan
Ogni qual volta, incurante, le sfioro
Col corpo possente.
Ora lo sento, m'inebria l'odore
Dell'uomo che fugge,
Quasi impazzito, sentendo nel cuore
La morte ed il gelo
Spandersi al solo passaggio di me che
L'inseguo, spietato.
Forse ha sentito le voci, le tetre
Leggende che in molti
Spesso raccontano attorno ad un fuoco, al
Sicuro, protetti,
Sulle mie cacce notturne. Di certo
Conosce, quest'uomo, il
Fato che adesso l'attende: per quanto
S'illuda, sperando
Possa sfuggirmi con passi veloci,
Nascondersi, forse,
Nulla di questo potrebbe salvarlo
Da me, dalla bestia.
Fiuto l'odore, perfino, di quello
Che prova, ne annuso,
Sempre più forte, il terrore. Ne sento il
Pulsare del sangue
Farsi più intenso man mano che fugge,
L'illuso. Da sempre
Son predatore dell'uomo, conosco
La preda: mi basta
Qualche secondo, ho raggiunto il mio pasto
Notturno, tremante.
Squarcio il suo collo con zanne affilate,
Un morso pietoso;
Sento il sapore, metallico e caldo,
Del sangue che sgorga
Scorrermi lungo la gola, assaporo
L'istante. Poi, quando
Guardo quel corpo pietoso, straziato ed
Esangue, mi cola
Lungo la faccia imbrattata di sangue u-
Na lacrima amara.
Certo quell'uomo, ridotto ad un corpo
Contorto, ha lasciato
Dietro di sé, nella morte, una vita
Trascorsa con altri,
Forse lo piange un'amore, od un figlio
L'attende alla casa.
Forse era un saggio, od un santo, o magari un
Poeta, oppure,
Spero, un crudele assassino che uccisi a
Ragione. L'ignoro:
Ora soltanto un cadavere, freddo,
Rimane di quello
Ch'era in passato. Di nuovo ho preteso il
Tributo dall'uomo,
Come ogni notte di caccia. La sete
Mi lascia, si placa.
Torno sui passi percorsi, mi colma il
Disgusto pestando
L'erba contorta e distrutta da me sul-
La terra gelata.
Sempre compagno di morte, da sempre as-
Setato di sangue.
Questa la vita che vivo da sempre, uc-
Cisore bestiale.
Spero che un giorno la sete si plachi
Per sempre, che possa
Smettere d'essere un empio terrore
Per l'uomo, ma so di
Certo che mai la condanna avrà fine
Per loro, per me.