martedì 12 settembre 2017

Riflessioni ludiche: il velo di Maya sul gameplay

Recentemente, funestato da uno Skyrim Special Edition che non partiva e da un Mordheim in cui ho buttato davvero troppe ore, ho colto la palla dell'offerta al balzo e ho installato e giocato i due titoli della serie Prototype.



E' dal 2009 che adocchiavo il primo titolo, e l'attesa quasi decennale non è stata vana perché così ho avuto modo di giocarlo dopo essere stato a New York City, potendo quindi apprezzare realmente l'ambientazione del videogioco.


Dunque, videogiochi carini, non troppo brevi, con reale evoluzione dal primo al secondo titolo sia dal punto di vista della trama che del gameplay, e presi a un prezzo stracciato su Steam. Da dove nascono allora le riflessioni ludiche? Beh, quello che segue è uno spoiler per chi non ha giocato i due titoli.

I protagonisti dei due videogiochi sono definiti "prototipi", ma sono in effetti stati infettati da un morbo strano, recentemente mutato, che riporta in vita le persone dopo la morte; di questi morti viventi i più sono semplici carcasse ambulanti, mentre alcuni ottengono una stazza non indifferente e diventano delle bestiacce picchiatrici di prima categoria. Solo alcuni, rari, individui risorgono senza perdere nessuna facoltà e anzi ottenendone di nuove: la capacità di guarire dalle ferite subite, la capacità di assorbire l'essenza vitale di altre creature, la capacità di fluttuare e di camminare sui muri, la capacità di ottenere nuove capacità assorbendole da altri della propria specie.


In pratica, i "prototipi" di Prototype sono vampiri; alimentati a carne e massa corporea anziché di solo sangue, ma pur sempre vampiri. La riflessione non è solo mia, e secondo una rapida ricerca su Google è venuta in mente anche ad altri giocatori; probabilmente, l'aver giocato tutti i titoli della Legacy of Kain e lo splatter di Bloodrayne ha fatto emergere più chiaramente le similitudini. In effetti, Prototype 2 è quasi una versione alternativa di Soul Reaver senza il Reame Spirituale, con più interiora e linguaggio sboccato e meno epica.

Eppure, con delle premesse molto simili basta cambiare alcuni elementi per creare due videogiochi totalmente diversi, due esperienze completamente differenti e due racconti ludici di cui uno ti rimarrà sempre nel cuore, mentre un altro tutto sommato potrai dimenticartelo qualche ora dopo averci giocato.
Il fatto è che, nei prodotti dell'immaginario, tutto ciò che monti sopra l'impalcatura è esso stesso parte della struttura: il velo di Maya che strappi dal gameplay, per dimostrare ad esempio che due videogiochi sono la stessa e identica cosa con due soli cambiamenti, o che due giochi di ruolo hanno una struttura molto simile, è l'epidermide stessa del gioco, così come la scrittura, le figure retoriche e lo stile sono parte integrante di un'opera teatrale. Strappa il velo, e avrai un prodotto scuoiato, un prodotto moribondo, un prodotto dell'immaginario che non è più il prodotto dell'immaginario in questione.

Prendi una qualsiasi edizione di Dungeons & Dragons, e stabilisci che l'esperienza si ottenga sconfiggendo mostri o conquistando tesori o ancora spendendo quei tesori in bagordi: avrai creato dei giochi con esperienze completamente diverse, nonostante la struttura portante rimanga sempre la stessa.

Prendiamo come esempio il primo titolo della Legacy of Kain, quello che ha dato inizio a tutta la saga: Blood Omen.
La storia della vendetta di Kain, risorto come vampiro in un mondo in subbuglio, coinvolto in una storia di vendetta apparentemente più grande di lui e della quale scopre in realtà di essere protagonista predestinato. Nel mondo di Nosgoth ci sono diverse aree, e per raggiungerle tutte Kain avrà bisogno di ottenere nuovi poteri: la capacità di spostare i macigni più pesanti, o di mutarsi in nebbia e camminare sulle acque senza prendere fuoco; o anche solo dovrà impugnare due asce per tagliare gli alberi che bloccano il suo percorso.

Ora, pensiamo a un altro videogioco (anzi, a una coppia di videogiochi) che hanno ugualmente dato il via, nella seconda metà degli anni '90, a una serie di videogiochi molto fortunata e più longeva della Legacy of Kain: i primi due titoli di Pokemon.
Il nostro protagonista, un ragazzino proveniente dalla più pallosamente campagnola delle cittadine, deve catturare, allenare e far evolvere i suoi mostriciattoli tascabili per diventare l'allenatore e collezionista di pokemon numero uno della regione. Alcune aree del continente, però, sono impossibili da raggiungere senza fare ricorso ad alcune mosse speciali che i suoi pokemon dovranno imparare: serve che sappiano spostare i macigni, che siano in grado di trasportarlo sull'acqua, che possano tagliare gli alberi...
Vi ricorda niente?
Diavolo, anche a livello grafico Blood Omen è una versione più sviluppata dei primi Pokemon! E, come se non bastasse, a completare la corrispondenza fra "poteri di movimento" di Blood Omen e macchine nascoste (MN)/equipaggiamento di Pokemon, abbiamo da un lato il potere della luce, la forma di pipistrello per viaggiare e la forma di lupo per correre, dall'altro l'MN "flash", l'MN "volo" e la bicicletta.


Eppure, le due esperienze ludiche che i diversi titoli forniscono sono completamente diverse!

Non basta un "rapporto genetico" per fare di due videogiochi, o di due romanzi, o di due giochi di ruolo, "la stessa cosa". Il fatto che Luciano abbia scritto la sua Storia Vera quasi duemila anni fa non rende la fantascienza satirica un genere smorto, l'epica non è diventata impossibile da scrivere dopo Omero, non è con Menandro che si è smesso di scrivere opere teatrali avendo il genere già espresso cinque maestri.

Similitudini di trama, o di gameplay, o di stile, o di quel che si vuole non sono abbastanza per fare di due titoli la stessa cosa. Le differenze, le scelte strutturali anche minime (l'esempio di D&D di cui sopra) sono spesso sufficienti per cambiare tutta l'esperienza che si ha nel godere di un prodotto di intrattenimento.
Ma non solo: spesso basta anche cambiare il sottile velo che si poggia sulle meccaniche e dinamiche essenziali per cambiare tutto. Prototype 2 non è Soul Reaver, perché anche se interpreti un (simil-)vampiro intenzionato a far fuori il proprio creatore, che uccide i propri "fratelli" rubandone i poteri e ottenendo così le capacità di cui ha bisogno per progredire nella trama, guidato da figure esterne di cui una femminile fortemente legata al "nemico finale" con cui comunque ti sfidi anche a metà gioco, i protagonisti e l'ambiente in cui si muovono è completamente diverso: un mondo fantasy disabitato e ormai in rovina fa da contraltare a una New York contemporanea dove le persone tentano ancora di sopravvivere, i due protagonisti sono un militare stereotipato in cerca di vendetta per la sua famiglia e *contrario* a tutte le brutalità del morbo contro un vampiro-mietitore d'anime in cerca di vendetta per se stesso contro chi ha violato il legame di sangue contro il quale lui stesso nulla aveva finché era il primogenito onorato da tutti, un dio lovecraftiano e uno spirito intrappolato si contrappongono a preti e hacker e militari.




In tanti casi, quello che per alcuni è colore si fa sostanza: nessuno farebbe vedere a un bambino una rappresentazione completa e corretta dell'Amleto di Shakespeare, mentre invece Il Re Leone della Disney è più a misura d'infanzia. E non parliamo del racconto tradizionale da cui il Bardo avrebbe preso ispirazione, in cui la dolce Ofelia era in realtà una meretrice assoldata per vedere se il principe era davvero ammattito o se piuttosto, vista una donna penetrare nottetempo nelle sue stanze, non avrebbe dimostrato di essere dannatamente padrone di sé facendo volar via coperte e veli inibitori!

Perché, per i giochi di ruolo, dovrebbe andare diversamente?
Piccolo spoiler ulteriore: infatti non lo fa. ^^

Per questo, nell'ambito del game design, bisogna stare attenti non solo alle scelte meccaniche, ma anche a quelle apparentemente più semplici. Entrambe possono creare delle grosse conseguenze sul gioco risultante. Come trasformare un aristocratico vampiro che si nutre di sangue con un bacio sul collo in un mostro che si nutre di carne e interiora (come vorrei che l'italiano avesse una parola unica per "gore"), o in uno spettro che ruba le anime dei moribondi, o in un vampiro cinico che il sangue lo fa levitare dritto nella sua bocca senza neanche spaccarsi le mani. Attenzione, eh: alcune sono anche scelte meccaniche, ma hanno e avranno effetti concreti anche sul "tono", sul colore direbbero alcuni, del gioco.

Tutto questo perché, in conclusione? Perché da troppo tempo sto sognando un adattamento della Legacy of Kain ad Anime e Sangue. Ecco, l'ho detto.

mercoledì 6 settembre 2017

Il teorema della pipi di cane: la pisstorm

I commenti ricevuti dal mio ultimo progetto modellistico completato sono stati, in certi casi, davvero offensivi; non è stato un grande lavoro, ed è un lavoro che sta già venendo risistemato grazie ai suggerimenti che mi ha dato uno dei modellisti italiani più capaci, ma la mediocrità del pezzo era sproporzionata alla cosiddetta shitstorm piovutami sopra in un gruppo facebook.

Ma, dal versante antropologico, è stata un'esperienza interessante, che mi ha fatto riconsiderare lo stesso termine "shitstorm".
Perché no, un certo comportamente non assomiglia tanto a un lancio generico di cacca contro il bersaglio, quanto a un comportamento che hanno i cani.
Molto spesso, fiutati gli escrementi di un altro loppide o qualcosa di ugualmente "odoroso", capita che un cane ci faccia la pipì sopra; tempo dopo ecco che un secondo cane passa là vicino, fiuta il sovrapporsi di piscio ed escrementi, ci passa ben bene il tartufo e magari la lingua per maggior sicurezza e provvede a lasciare anche il proprio marchio urinario. Un terzo, un quarto, un quinto e altri cani ancora faranno la stessa cosa: sniffata, leccata per accertarsi degli odori lasciati e, infine, pisciatina personale; alcuni cani arrivano anche a sforzare il proprio intestino per lasciare un marchio odoroso che sia più, come dire, solido.

Morale della favola? La cosa che ha scatenato la catena di pisciate cagnesche, la pisstorm appunto, magari era anche una cacca, una merda, una stronzata... però loro non hanno potuto fare a meno, prima di scatenare la propria tempesta di piscio, di venirne attratti, di sniffarla, di assaggiarla e di assaggiare lo schifo lasciato lì dagli altri cani fermatisi in precedenza.

I due comportamenti sono davvero dannatamente simili. Dopotutto, anche chi rinuncia alla propria umanità divertendosi ad attaccare il prossimo diventa tecnicamente sub-umano, esattamente come un cane. Solo che è mediamente meno peloso, meno tenero, meno coccoloso e talvolta anche meno devoto al suo padrone, ché il pisstormatore seriale spesso lo fa sulla scia di un cane capopiscia (come accade, ad esempio, sul profilo di certi leader politici che non si chiamano certo Dannatone).

Peraltro, la bestialità interiore di tanti pisstormatori seriali non è esattamente di consolazione a chi si trova sommerso dai loro fluidi, e anzi può far male, molto male, a chi è in quel momento debole e vulnerabile.

Ma il vero dramma è un altro: il vero dramma è che ci sia gente che dedica il suo tempo a dare addosso al prossimo quando potrebbe spenderlo in maniera più proficua. Imparando a scrivere in italiano, ad esempio, come da testimonianza allegata.


sabato 2 settembre 2017

Dopo un lustro, Custode dei Segreti di Slaanesh dipinta e pronta all'uso (scratchbuilt Keeper of Secrets of Slaanesh)

Ci ho messo molto tempo, davvero tanto, tanto tempo, se considero che ho iniziato a modificare il pezzo nel 2012.

Ma, d'altro canto, quando mi sono messo a lavorarci sul serio sul serio l'ho finito, e soprattutto sono riuscito a finirlo il 31 notte prima di coricarmi. Entro agosto.
E' un traguardo superato, per quanto miserrimo.

Una cosa che ho pensato di fare, per questo come il non ancora terminato pezzo gemello, è stata realizzare diverse fotografie anche dei lavori in corso, non solo del pezzo ultimato: una sana abitudine che, da che pubblico sul blog, avevo iniziato a perdere.

Questo, ad ogni modo, era lo stato dei pezzi qualche giorno fa: deciso definitivamente il colore degli elementi freddi sul principe demone di Khorne, avevo deciso di accompagnare al demone maggiore di Slaanesh un piccolo elemento scenico, un segnalino obiettivo senza troppe pretese fatto riciclando la basetta di una demonetta-statua e la spada che, in origine, doveva andare nella mano del demone.







La vittima sacrificale, almeno a livello pittorico, era già pronta. Ma mi sembrava che mancasse qualcosa, un piccolo tocco demoniaco e inquietante, un piccolo "questi tentacoli, magari?"

Parimenti, la maschera del demone non poteva essere semplicemente bianca, serviva un qualcosa di ulteriore, magari qualcosa di viola e luccicoso che trapelava da sotto, forse la vera essenza del demone seduttore rivestito di carne fittizia.



Sì, decisamente sì.



I colori, ad ogni modo, erano decisi.



Volendo finire almeno un pezzo entro tempi non biblici, ho trascurato il principe demone di Khorne, limitandomi a dare qualche ritocco mentre invece ci andavo pesante con la demone(ssa?).






 Finalmente, il pezzo concluso.








L'arte è ancora lunga: devo diventare uno scultore più paziente, capace di concretizzare davvero le mie idee, e devo diventare un pittore dal tratto più pulito.



Ho bisogno di padroneggiare la giusta diluizione del colore, che ora mi risulta difficile da raggiungere senza poi trasformare il colore in una tinta colante che spesso fa più danni rispetto a un colore secco.



Tutte criticità emerse da questo lavoro più che da altri.
Però cacchio, è un lavoro grandioso del quale posso andare fiero!



La piccola spada-obiettivo, ad ogni modo, è stata di certo più facile da dipingere.




Ed eccola qua, la custode, con due demonette di Slaanesh. Alla fine è una grossa soddisfazione aver completato un lavoro che davo per scontato avrei sempre visto a metà nel cassetto della vergogna.



Aggiornamento dopo un giorno, o "la nostra soddisfazione non implica il gradimento altrui, ma anche dalla merda che alcuni spalano possono nascere fiori o, quantomeno, erbetta".


Dire che il pezzo e la mia autostima sono stati martellati di critiche, spesso mosse con la delicatezza e l'educazione di una nutria vissuta nel ghetto dei ratti, è dire poco. Però, quando le critiche sono state mosse in maniera accorta, ho realizzato oltre ai limiti tecnici del pezzo uno, per così dire, "contenutistico": per me che l'ho ideato è ovvio che si tratti di un demone che salta fuori dalla terra a metà evocazione, con forme seducenti perché la forma adottata non è quella reale ma un aspetto illusorio; non così per chi vede un pezzo con una gonna enorme che si confonde nel terreno.

E' così che sono nati alcuni piccoli ritocchi.


La questione più urgente era far capire meglio che, uscendo il demone dal terreno, la sua gonna è in realtà uno strato di roccia come quella della basetta.


Ho deciso quindi di inserire su tutto il grigio dei sassi e delle macchie d'erba. Ora, se non altro, il fatto che stia uscendo dal terreno appare più evidente.


Un'altra cosa che ho fatto è stata armarmi di penna da modellismo, santa pazienza e tracciare alcuni tatuaggi sulla pelle, per rendere meno vuoto lo spazio.




E questa è la foto migliore che sia riuscito a scattare. Sì, come fotografo faccio schifo; il pezzo, in foto, è circa il doppio di quanto sia realmente, eh.
Dal vivo, se non si fosse capito (ché c'è chi era convito la base fosse una Barbie, essendo evidentemente poco esperto di scala e dimensioni relative), il pezzo è alto sì e no una spanna, tutto compreso; in linea coi nuovi demoni maggiori, quindi.



Non è un lavoro perfetto, indubbiamente; ma è una cosa che faccio come passatempo, dopotutto, e come passatempo secondario. Però sì, le critiche da parte di chi forse sente il bisogno di sputare altrove il veleno che lo rode da dentro tendono a far male. Ma che posto sarebbe internet senza il malessere seriale?

martedì 29 agosto 2017

Ho sognato / E non sapevo / per te

Qualche giorno fa ho pubblicato il resoconto narrativizzato di un sogno inquietante, accennando al fatto che un altro sogno mi aveva ispirato un'altra composizione destinata a finire sul blog.


Ho sognato
Che eri persa, perduta, eri scomparsa
E non sapevo se ti amavo,
O se soltanto
Soffrivo di empatia per te,
Che ti eri persa.


Anche in questo caso, il sogno galeotto è stato qualcosa di angosciante da vivere, un incubo però senza mostri né orrori apparenti dal quale ti risvegli solo quando riesci a capirne la vera essenza. Nella mia realtà onirica, una ragazza che conosco era scomparsa nel nulla, come volatilizzata; parenti e amici la cercavano, ma nessuno riusciva a capire che fine avesse fatto e, come sempre accade, poco a poco la speranza scemava e dava vita ai peggiori timori.



Una ragazza che conosco, ma con cui non ci è incontrati più di una manciata di volte; la reputo simpatica, ha degli occhi fantastici in cui ci si potrebbe perdere, ma la distanza a cui ormai mi tengo abitualmente da pressoché chiunque ha sempre bloccato ogni ipotetica velleità sentimentale. Nel sogno, però, il sentimento c'era e c'era eccome; un sentimento inespresso, ma non per questo meno intenso, quantomeno da parte mia: proprio perché inespresso, era stato condannato a non venir mai ricambiato.
Da questo scaturiva la mia angoscia. Una angoscia da cui non riuscivo a uscire in nessun modo, una sofferenza che mi attanagliava mentre la mancanza di notizie si susseguiva con ricerche sempre meno convinte.
Poi, alla fine, il dubbio risolutivo, la certezza di un'incertezza che in qualche modo scioglieva la tensione e mi permetteva di uscire dall'incubo: davvero ero innamorato di lei? O la mia non era, piuttosto, semplice empatia, l'umanissima sofferenza per le sventure di qualcuno che conosciamo, qualcuno che non possiamo considerare "un altro" di cui può lecitamente non importarci niente?
Questo dubbio mi ha svegliato; o, forse, era sempre stata questa la più grande angoscia che pativo durante il sogno. La poesia, scritta di getto, è stata vista e rivista e riscritta e ricorretta per una settimana, ma ancora non ho una risposta all'ultimo quesito.

domenica 27 agosto 2017

Sogni inquietanti di sabato notte

Questo aggiornamento del blog non è qualcosa che avessi pensato o previsto; avevo sì in mente di scrivere qualcosa, ma pensavo che sarebbe stato un che di diverso. Purtroppo, ho la mano sinistra molto indolenzita e devo rinunciare per un po' alla pittura, con la conseguenza di non poter fornire aggiornamenti modellistici, e non ho ancora finito di rivedere la poesia che avrei voluto pubblicare.

Per fortuna, la notte mi ha portato un inquietante consiglio: un incubo molto fastidioso e disturbante, una potenziale tragedia che poi si risolve in farsa, se non altro la testimonianza di quanto un sogno possa essere angosciante e rivoltarsi in commedia.

E no, prima che ve lo chiediate proprio ieri non ho fatto baldoria in alcun modo, non c'è nessuna inesistente sbornia alcolica a cui imputare il sogno, frutto unicamente di quegli strani passaggi mentali che ci prendono di tanto in tanto e producono novità interessanti collegando frammenti di ricordi e di idee in un


Incubo di una notte di fine estate.

(immagine totalmente a caso)


Non sapevo come fosse iniziato, quando presi a interessarmi a lui era già un personaggio noto in tutta la comunità, uno su cui solo la mia ritrosia nell'approcciarmi al contemporaneo mi aveva impedito di informarmi a dovere.
E che personaggio che era! A tutt'oggi penso che nessuno sappia da dove avesse avuto origine, per quanto il solo pensiero che possano esisterne o esserne esistiti altri come lui è abbastanza per farmi accapponare la pelle. Era venuto alla civiltà abbandonando una zona boschiva, forse luogo di indicibili esperimenti o sede di antiche civiltà, dopo che qualcosa lo aveva risvegliato dal suo sonno millenario, ultimo della sua specie; o, quantomeno, questo era quello che lui sosteneva. Non lo si poteva definire umano, né assomigliava a qualsivoglia altra creatura della cui esistenza l'uomo avesse mai avuto sentore; impacciato e strabordante di obesità, più ombra che carne, si era dimostrato subito un abile conversatore, rapido nel padroneggiare la nostra lingua e capace di accattivarsi le simpatie di tutti. Quasi di tutti.

Qualcosa, in lui, non mi convinceva; non era il solito personaggio del momento, l'atteso fenomeno dell'estate, il cantante destinato a sparire nell'oblio dei suoi epigoni, la moda passeggera da mettere nello scatolone del dimenticatoio fino alla prossima mania del vintage. No, ero sicuro che ci fosse qualcosa di inquietante nei suoi modi affabili, che la sua melensa cordialità nascondesse in realtà un ingegno molto più sinistro. Egli, che aveva sempre fame, veniva invitato a tutti i più esclusivi banchetti che si tenevano nella città, dove la crema della società si deliziava del modo in cui, fra una osservazione sagace e un forbito complimento, questa reliquia vivente divorava le più elaborate pietanze come se fossero listelli di patatine fritte nell'olio stantio di un qualche fast food.

Mi interessai a lui perché, d'improvviso, la sua fame insaziabile iniziò a generare dei frutti: dalla materia organica che fagocitava avevano avuto origine uno stuolo di esseri antropomorfi, come lui più ombra che carne, quasi sagome o sacche di oscurità tenuta in piedi da un'esoscheletro di nera notte. Da pochi che erano, gli esseri divennero sempre di più, una visione comune nelle sere cittadine, quando già uscivano dai loro nascondigli diurni e ancora la pallida luce del tramonto permetteva di scorgerli.
Come il loro progenitore, anche questi esseri erano famelici e insaziabili; ma, a differenza di ciò che li aveva generati, non erano attratti da pietanze raffinate quanto dalla carne, tiepida di sangue, di tutto ciò che in città respirava e viveva. Le prime sparizioni passarono inosservate: senzatetto, immigrati e altri "invisibili" a cui nessuno aveva mai prestato reale attenzione. Forse, se fossimo intervenuti allora sarebbe ancora stato possibile evitare le peggiori conseguenze; come se lo sterminio discreto degli ultimi non fosse già una terribile, disumana conseguenza.
La ferocia delle progenie esplose apertamente quando ogni maschera di benevolenza scomparve dal volto grottesco e indefinibile dell'entità che le aveva messe al mondo. Ben presto le strade furono affollate dalle loro sagome mute, i pochi che ancora si venturavano fuori dalle abitazioni facile preda di quelle ombre nere che li fagocitavano e divoravano, senza lasciare un solo resto dei miserabili e sfortunati pasti. La notte sembrava non avere mai fine, e forse il giorno era ormai un ricordo lontano di tempi migliori, di quando la luce non era più l'ambito sprazzo di un lampione malfunzionante ma un ambito dono che  noi sciocchi davamo banalmente per scontato. Vivevamo barricati ai piani superiori delle nostre case, le porte sprangate e gli occhi vigili a indagare dalle finestre, come mesmerizzati dall'incomprensibile schema delle ombre che camminavano lente fuori dai nostri cortili, una minaccia muta e costante.

Qualche temerario osava uscire nei balconi, per vigilare meglio e altrettanto inutilmente sulle onnipresenti sagome; io ero fra questi, sprezzante di un pericolo che non correvo, troppo timoroso per affrontare realmente le creature della notte.
Nel tempo libero mi ero sempre interessato di esoterismi e mitologie varie, sia reali che fittizie, e dei vari sogni e deliri nei quali gli uomini avevano nel corso del tempo riposto la loro fede e speranza. Il soprannaturale, per me, era finito per diventare un banale luogo della mente, un insieme di cognizioni e nozionismo inutile al cui studio mi dedicavo per meglio comprendere l'uomo, l'animale che quelle favole aveva elaborato; non avevo mai escluso la possibilità che ci fosse in almeno alcune di quelle leggende o visioni un che di reale, ma semplicemente avevo sempre ritenuto e ritenevo ancora che, nel momento in cui si fosse palesato come reale, il soprannaturale avrebbe smesso di essere tale e sarebbe entrato a buon diritto fra i fenomeni naturali, percettibili e studiabili del nostro mondo.

Eppure, perfino uno scettico disilluso come me era costretto a riconoscere l'innaturalità di quegli esseri di tenebra che ci tenevano prigionieri, invisibili e famelici carcerieri d'ombra. Le armi avevano fallito, poiché non esiste lama per quanto affilata, proiettile per quanto rovente, che possa fendere l'oscurità e impedirle di riformarsi nuovamente. La luce del sole ci aveva protetto, ma ora la tenebra era la sola sovrana del nostro mondo.
Posto davanti a un fenomeno di tale portata, mi trovai come tutti costretto a rivedere quelle posizioni che davo per assodate: non un diavolo ci aveva condannato con le sue illusioni tentatrici, non un dio era intervenuto per salvare gli eletti e i devoti, non una voce aveva risposto a suppliche e preghiere, non un patrono aveva accettato le offerte dei disperati. I teologi e i sacerdoti giacevano, muti, in preda allo sconforto, tacevano per non dar voce alla disperazione di chi scopre, nel momento del bisogno, di aver consacrato se stesso a un'illusione.
Tuttavia, fra le mie molte e diverse letture, c'era forse stato qualcosa che ricordava l'orrore in cui eravamo precipitati. Non ricordavo di preciso il testo, ma ne ricordavo l'autore, e ricordavo come nel cosmo di cui egli parlava ci fosse un'entità suprema, un sovrano immondo e innominabile che, cieco e folle, incuteva timore in tutto l'esistente. L'esistenza degli esseri di tenebra sembrava aver dato improvviso credito e privilegio di veridicità a quelle che, fino ad allora, mi erano parse semplici storie e novelle dell'orrore.
Superata l'infanzia, non ero mai stato timoroso di entità e dei: uomo fra gli umani, umanista fra gli uomini, non consideravo la blasfemia una colpa, non più di quanto considerassi un peccato l'insulto a una qualsivoglia opera dell'ingegno umano. Per quanto le mie esperienze recenti mi avessero costretto ad ammettere la veridicità di almeno una di quelle favole nere, pure non sarebbe stato certo il rispetto per una divinità oscura a fermarmi: non ne temevo l'ira, non temevo di pronunciare il Suo nome invano, ma contavo sul fatto che esso fosse in grado di incutere timore alle entità che, in qualche modo, al Suo potere doveva l'esistenza loro e del proprio genitore.

Ero nella veranda del piano superiore di casa mia, a scrutare la strada illuminata appena da un lampione semifulminato, quando questa epifania mi colse, la rivelazione che forse esisteva un modo per tenere a bada le creature. D'improvviso seppi cosa potevo fare per combattere gli esseri d'ombra, e come lo potevo fare.
Fissando uno degli esseri, mi sporsi dal balcone; congiunsi le mani e poi le spalancai a formare la figura di un quadrato, prigione di quattro mura, le portai davanti al volto e, con voce tremante, sussurrai il nome del dio-che-non-è-un-dio attraverso il segno che stavo tracciando; il mio respiro divenne luce, un lampo abbagliante che scaturì dalle mani e andò a investire la creatura, sciogliendo la sua nera corazza e liberando il mondo dalla sua inquietante sembianza.
Il mio gesto folle e disperato aveva avuto successo, il nome del sovrano, del demone-dio muto, era stato sufficiente per colpire con l'anatema ultimo le progenie dell'ombra oscura e ingannatrice.

Ero euforico: ripetei lo stesso assurdo gesto e l'improbabile rituale in direzione di ogni altra entità che riuscissi a scorgere; sempre dal quadrato delle mie mani balenava un rapido lampo, sempre in quella luce accecante le ombre scomparivano per non mostrarsi mai più. In poco tempo, tutto il circostante fu libero da quelle creature e il cielo sembrò finalmente tornare a brillare diurno come non faceva più da non sapevo quanto tempo.
Non avevo ancora parlato a nessuno della mia scoperta, e fu con orgoglio e folle gioia che entrai dentro casa per informare i miei familiari del mio successo, per dire loro che l'assedio era spezzato, che la battaglia era vinta e che saremo stati finalmente in grado di difenderci, riconquistando agli esseri umani la città strappata dalle grinfie delle tenebre.
Lo stupore fu grande, così come lo scetticismo iniziale, ma ancor più grande fu la contentezza nel sapersi finalmente liberi. Ricordo che festeggiammo, ma non ricordo come; forse con uno di quei banchetti per cui la nostra città era giustamente famosa, quelle pantagrueliche tavolate a cui tante volte si era seduto, ospite d'onore, l'essere da cui la nostra disperazione aveva avuto origine.

Proprio per via di questa gioia, immane e festosa, il risveglio nell'incubo fu ancora più traumatico. I miei gesti avevano forse richiamato la luce e scosso le ombre, ma non erano stati capaci di annullare il nucleo di materia a cui si aggrappavano per infestare il nostro mondo.
La luce le aveva spaventate, ma ancora una volta le oscure creature risposero al richiamo del loro progenitore, e presero forma di incubo portando nuovamente le tenebre. Ancora una volta, alla pallida luce dei lampioni potevamo scorgere le loro sagome, ed essi erano ora dei giganti, ombre umanoidi di dimensioni inumane racchiuse nel nero brillante di un'armatura oscura.
Non sapevo, e non volevo sapere, se più entità si fossero coagulate in quei nuovi esseri, o se invece esse fossero cresciute nutrendosi degli euforici illusi usciti allo scoperto ai quali la mia apparente vittoria aveva indotto una vana speranza.

Ora le creature ci guardavano negli occhi, scrutavano le finestre delle nostre case con volti ciechi e beffardi, superavano con le spalle quelle balconate da cui ci eravamo sentiti sicuri a osservarle non visti. Ci barricammo nuovamente, e ci sentivamo sicuri, ma per quanto?
In maniera inattesa, uno degli esseri fece infine il passo successivo, e mostrò che non più era vincolato alle lunghe ombre sottili del terreno: con gesti lenti ma inarrestabili l'entità si arrampicò sul nostro balcone, il suo corpo nuovamente tornato a dimensioni umane, e con un incedere cupo si diresse verso una porta. Feci appena in tempo a serrarla a chiave che l'ombra della sua mano inconsistente era lì, ad armeggiare sulla fragile maniglia.

Ormai il gesto ritualistico di prima sarebbe stato inutile, ne ero certo.
Ero stato sconfitto, le mie risposte folli vane quanto le preghiere dei pochi tenaci credenti che ancora riponevano fede in una conclamata menzogna. Non c'era più spazio per l'inquietudine: la disperazione più completa mi attanagliava con tutta se stessa.
Era finita; io - e tutto il mondo con me - ero finito.

La salvezza giunse, alla fine, quasi posticcia e inattesa, imprevedibile. Non la fede, non la luce, non gli scongiuri poterono dissolvere definitivamente le creature, ma il più apparentemente innaturale dei fenomeni naturali: la radioattività.
C'era, nella città, una vecchia centrale nucleare, relitto di un'era energetica passata, fonte di rischi e preoccupazioni che solo il nuovo orrore era stato capace di farci dimenticare. La radiazione è onda e particella, come la luce; ma, a differenza della luce scaturita dal nome impronunciabile e dai miei gesti, le radiazioni dei materiali impropriamente accumulati presso la centrale si rivelarono capaci di sciogliere definitivamente l'esoscheletro degli esseri oscuri e di farne svanire le carni d'ombra.
Scorie radioattive in mano, quanti si erano in precedenza asserragliati nella centrale riconquistarono la città strada per strada, quartiere per quartiere. Assieme alla sua prole, scomparve sotto le onde radioattive anche l'enigmatico essere dal quale quello strano incubo aveva avuto origine.
Non ero stato io a salvare la città, anche se forse - mi dicevo - il mio impegno aveva suggerito ad altri la via da seguire.


Drammatizzazione e scrittura elaborata e citazionistica sì, questo è stato il mio sogno della scorsa notte. L'ennesimo sogno inquietante, ma il primo realmente orrorifico che ho avuto da diverso tempo a questa parte. Le reminiscenze lovecraftiane direi che sono palesi, motivo per cui ho cercato in alcuni tratti di scimmiottare proprio la prosa del Solitario di Providence, ma il tocco comico del flash con le mani per dissolvere i mostri è un chiaro riferimento all'altra ispirazione del sogno, qualcosa di dannatamente giallo, televisivo e pop.
Se la commedia è quel genere letterario in cui la situazione, inizialmente critica e disperata, va in direzione di un ribaltamento e di una felice risoluzione, allora suppongo che il mio possa essere definito un sogno comico.
Al di là di tutto, potrebbe offrire un'ottima ispirazione per diverse avventure con diversi giochi di ruolo.
O, se non altro, potrebbe essere una buona lettura per una pallosissima domenica pomeriggio di fine agosto.

venerdì 25 agosto 2017

Pittura che prende forma sulla Custode dei Segreti di Slaanesh (Keeper of Secrets) e sul Principe Demone di Khorne (Khorne Daemon Prince)

In tutta sincerità, non posso lamentarmi di quello che ho realizzato quest'anno dal punto di vista modellistico: ho terminato di dipingere, e in alcuni casi anche assemblato o addirittura modificato ex novo, più di 60 miniature diverse; molte le ho fatte in serie, è vero, ma se avessi mantenuto una media di trenta a quadrimestre, avendo iniziato a darmi seriamente al modellismo da sette anni e un quadrimestre, avrei 660 miniature (gioco demoni del Caos per un motivo, no? E ho iniziato con Slaanesh, guarda tu i cas(e)i della vita).

Pur con l'agosto che mi rema contro e la catartica esperienza del condizionatore sparato quando dipingo, pur con il pollice indolenzito che mi impedisce di dipingere quanto vorrei, pur nei ritagli di tempo, la pittura va avanti anche sugli ultimi due pezzi grossi che rimangono da completare per la mia armata di demoni, due pezzi che finalmente hanno preso qualcosa di più che lo schema di colore, due pezzi che voglio completare assolutamente prima della fine dell'estate.

La "strana" coppia di cui in foto ha trovato il suo schema di colore definitivo, per quanto lui sia a uno stadio pittorico più avanzato di lei/lui/l?i.


La pelle è terminata, mentre il metallo va rifinito; sarà acciaio con inserti in ottone; il pelo e i capelli saranno color castano, mentre invece per il gonnellino non ho ancora deciso, forse riprenderà il colore delle fiamme - verdi o blu?



La carne-demoniaca-standard, ovviamente, verrà lumeggiata e forse virata al rosso con un glaze. Ma anche così, in sfumato, sembra quasi a posto.



Per la Custode sono molto indietro, anche se come potete vedere ho aggiunto qualche ulteriore dettaglio e stabilito finalmente lo schema di colore: pelle chiara, capelli neri con riflessi verdi, maschera bianca, lingerie viola e gioielli in argento e oro.



Sono più volte intervenuto sui capelli perché c'erano aree in cui sentivo di dover aggiungere qualcosa, come la parte dietro la mano.



La silhouette del pezzo è, secondo me, il suo punto forte. 



La povera vittima incatenata è a uno stadio pittorico più avanzato, esatto.



Peraltro, anche la simbologia allusiva non è male: il demone maggiore di Slaanesh sembra una donna statuaria, ma due aguzze punte letali si protendono in avanti dalla schiena, e gli spietati tentacoli trafiggeranno il nemico mesmerizzato prima che questi possa anche solo sfiorare le morbide carni.



Indovinate di che colore è la lavatura con cui ho ombreggiato i capelli?



Ah, sì, ovviamente i due ciuffi e le corna e il viso sono pesantemente da finire.





Questa sporca truppaglia verrà finita dopo i due demoni, se pure la finirò e non rivenderò certe cose (se inizio a collezionare anche Caos mortale e non solo demoni è finita, per le mie finanze quantomeno).




PS: sapete quanto è difficile usare la tastiera senza il pollice della mano sinistra?
Molto, psicologicamente.