Ci ho messo più tempo di quanto pensassi, ma alla fine il quadro geografico dell'ambientazione Per il mare è completo.
In origine doveva essere un lavoro rapido, ma si è portato via quasi dieci cartelle e un bel po' del mio tempo libero.
La buona notizia è che, da qui in poi, il lavoro sull'ambientazione sarà tutto in discesa.
Per il mare: navigando per le isole
Se l'economia del mondo è prevalentemente marinara e commerciale, con poche regioni realmente autosufficienti e una vasta rete di commerci internazionali, questo è legato alla scarsissima percentuale di terre emerse. Nella disposizione di alcune isole è possibile talvolta scorgere la sagoma di una catena montuosa, o perfino di un continente, ma buona parte delle terre sono state sommerse dalle acque ere fa.
Questa particolare caratteristica geografica ha da un lato favorito lo sviluppo di numerose culture autonome in regioni pressoché prive di contatti con il mondo esterno, ma dall'altro ha contribuito a diffondere rapidamente la cultura e la civiltà di quelle popolazioni capaci di spostarsi per mare. Allo stato attuale delle cose, e già da molti secoli, pressoché tutte le terre emerse di una qualche importanza sono state scoperte, esplorate, catalogate e soggiogate dall'Ordo Orbis, ma non per questo è impossibile che nuove, enormi isole ancora sconosciute siano in attesa dei loro Pipionum e Voltae: i mari sono immensi, e i segreti che nascondono sopra la loro superficie non hanno nulla da invidiare a quelli celati nelle loro profondità. La trattazione seguente, dunque, più che un catalogo esaustivo delle terre emerse è da considerarsi una rapida trattazione delle principali isole, regioni e culture.
Fulcro delle azioni in seguito alle quali sorse l'Ordo Orbis, il Vecchio Mondo è tradizionalmente rappresentato al centro delle carte nautiche. Numerose isole costituiscono quello che un tempo doveva essere un unico, grande continente, dando vita a un immenso arcipelago dove le culture più disparate sorgono a pochi giorni di navigazione le une dalle altre.
Le terre più settentrionali del Vecchi Mondo sono quelle di Skannort, l'Isola dei Barbari; tale nome è dovuto al fatto che, quando nel resto dell'arcipelago le diverse culture avevano raggiunto un livello di urbanizzazione notevole, gli abitanti di Skannort vivessero ancora ai margini della civiltà, impegnati in innumerevoli razzie ai danni dei propri vicini. La Militia Marium prima e l'Ordo Orbis poi riuscirono dopo numerose guerre a sottomettere le genti di Skannort, ma l'Isola dei Barbari fu la prima regione a dichiararsi indipendente in seguito all'ascesa di Vigon Asrigue. Ancora oggi, gli abitanti di queste fredde terre mantengono la loro fiera indipendenza, continuano la loro vita di razzie e saccheggio, offrono porti franchi a chiunque sventoli la bandiera pirata o le insegne dell'Armata della Libertà, e offrono frequenti brindisi alla memoria di Asrigue nel nome dei loro dei barbarici.
Abbondantemente a sud-ovest di Skannort, ma non abbastanza da essere immune agli occasionali sbarchi dei razziatori nordici, sorgono le due isole gemelle di Enland e Fianland. L'Enland è l'isola maggiore, e fin da quando i semplici arcieri coscritti erano ancora la sua maggiore forza bellica ha sempre cercato di prevalere sulla più arretrata e meno estesa Fianland. In seguito, il Consortium Mercatorum ha trovato conveniente appoggiare l'Enland, nella cui capitale Londerum hanno oggi sede i suoi magazzini principali del Vecchio Mondo, nella lunga guerra contro i vicini più poveri. Allo stato attuale delle cose, la Fianland è una colonia dell'Enland, dove la povertà regna sovrana fra la popolazione; pure, i seguaci della Furia Rivoluzionaria sono sempre molto attivi nell'isola, e i loro attentati contro gli odiati enlandiani si fanno sempre più frequenti. Dato che la popolazione della Fianland è stata convertita all'ideale della Legge Universale ben prima della sua perversione in Lex Omnium, la componente religiosa ha un grosso peso nella definizione dell'identità locale. La Lex Omnium è infatti la fede ufficiale dell'Enland, caratterizzata da un bigottismo spesso inimmaginabile in una terra così avanzata dal punto di vista economico e sociale, ma di sicuro funzionale al potere re-fantoccio Victor Beth III e dei suoi padroni del Consortium Mercatorum.
Poco sotto la Fianland, sorge l'isola più grande del vecchio mondo, il regno di Erania. L'economia di Erania è sempre stata, complici le grandi distese pianeggianti, incentrata sull'agricoltura; questo ha permesso allo stato di essere presto autosufficiente, e di avviarsi per primo lungo la strada delle conquiste oltremare: le vicine isole meridionali delle Carie, così come quelle orientali delle Balarie, sono state fra le primissime conquiste dell'Erania e hanno costituito la testa di ponte per la tentata invasione del Vecchio Mondo, conclusasi e sprofondata nel nulla a seguito della costituzione del Consortium Marium. L'Erania è retta da un feudalesimo stretto, ed è caratterizzata dal peculiare modo di fare della sua classe nobiliare parassitaria, dedita per prima cosa ai piaceri della guerra: non deve stupire che molti degli alti ufficiali della Militia Marium provengano dall'Erania. Il regno possiede alcune colonie oltreoceano, grazie alla sua illuminata opera di supporto agli esploratori: fu proprio un avo dell'attuale monarca Carlos Aburio V a finanziare il viaggio di Oderio Pipionum. La frangia più settentrionale dell'Erania, occupata in epoche passate da una migrazione relativamente pacifica di skannortiani, è nota come Bataveria ed è sempre stata caratterizzata da una cultura marcatamente commerciale e distinta da quella nazionale; ai tempi delle imprese di Asrigue, l'Ordo Orbis ha spinto l'Erania a concedere una maggiore indipendenza a tale regione per scongiurarne la defezione.
Situate al centro del Vecchio Mondo, le tre isole principali dei principati di Talia sono sempre state caratterizzate da una cultura sostanzialmente unitaria declinata però in varie forme nelle diverse valli e isole. Fortemente montuose, le isole di Talia presentano terre coltivabili soltanto a meridione, ma sono discretamente ricche di metalli. La presenza di numerose rovine delle ere passate sembra suggerire un'importante storia culturale, e in effetti è stato proprio il linguaggio di Talia a dar vita alla lingua franca attualmente parlata in pressoché tutto il mondo. Furono i mercanti taliani a spingere i loro colleghi nelle altre nazioni alla creazione del Consortium Mercatorum, e in effetti gli intraprendenti e spregiudicati abitanti dell'arcipelago hanno sempre occupato posti chiave all'interno del governo mondiale. Grazie a questo posto privilegiato, Talia gode di una maggiore indipendenza: non è organizzata come regno unico, ma sotto forma di tanti piccoli principati e repubbliche indipendenti gli uni dagli altri, confederati in campo economico ma spesso in guerra fra loro. Uno di questi staterelli, la repubblica di Aeletiae, è di fatto una nazione a sé stante, dotata di numerose colonie sparse per gli arcipelaghi: buona parte del potere dello stato è amministrato nei suoi affascinanti palazzi, costruiti su palafitte e piccole isole come ogni altra costruzione aeletiana. La città più antica e ricca di rovine della Talia, Viria, sorge sull'isola centrale, e secondo alcuni studiosi sarebbe stata trasportata nella sua attuale posizione sopraelevata da una qualche forza soprannaturale, che la salvò dalle acque. Soprannominata Città Sempiterna per via delle sue incredibili difese, Viria è stata scelta come sede organizzativa ed estremo baluardo dalla Militia Marium.
Le tre isole abitate dagli ardani, e note collettivamente come Ardania, costituiscono chiaramente i resti di una antica isola fortemente a rilievo ormai parzialmente sommersa dalle acque: nei giorni in cui il mare è più limpido è possibile scorgere sui fondali che le separano le rovine di antiche città e strade. L'isola principale, la più orientale, è separata da un lungo e stretto braccio di mare fortemente battuto dai venti dalla sua gemella più piccola; un solo, piccolo isolotto intermedio consente di vigilare il passaggio e di transitare in relativa sicurezza da un'isola all'altra. La terza isola principale, disposta a settentrione, è molto più montuosa e priva di quelle risorse minerarie e agricole che hanno sempre reso appetibile l'Ardania. Le sue isole si trovano infatti fra l'Erania e l'isola centrale di Talia, e sono state a lungo contese fra le due nazioni, che si alleavano di volta in volta con i vari iudices locali allo scopo di metterli l'uno contro l'altro. Poco dopo la sua costituzione, l'Ordo Orbis assegnò definitivamente l'Ardania a una città taliana in qualità di colonia, esautorando l'ultimo iudex locale. Il destino del piccolo arcipelago sembrava segnato, ma tutto cambiò con la venuta di Vigon Asrigue: impegnando personalmente le proprie forze migliori, la Furia Rivoluzionaria riuscì a liberare l'isola principale e i suoi pochi approdi sicuri dalle forze della Militia Marium, riconsegnandole all'attuale iudex Lonora. A distanza di decadi, l'Ardania resta ancora una regione libera, posta nel cuore del Vecchio Mondo proprio di fronte al porto di Viria quasi a ricordare quotidianamente ai magistri dell'Ordo Orbis che la loro epoca giunge al termine.
In qualche modo, il vasto arcipelago della Lenia è affine all'Ardania: tante piccole isole montuose, abitate da una popolazione fiera e coraggiosa, dotata di una profonda cultura locale e conscia del proprio glorioso passato grazie alle molte, grandiose rovine. La maggiore differenza fra i due stati, però, risiede nel fatto che la Lenia è stata infine piegata dall'azione combinata dei vicini regni di Talia e Al-Hatbia. Gli abitanti delle diverse isole, organizzati in tante città-stato indipendenti, sono stati sapientemente spinti a impegnarsi in una estenuante guerra intestina che li ha poi resi facile preda dei conquistatori stranieri; attualmente, le isole più occidentali appartengono ad Aeletiae, mentre quelle più orientali sono colonie di Al-Hatbia. Solo alle due isole centro-meridionali, e alle due città di Lademe e Thena che ne sono capitali, è stata riconosciuta un'indipendenza formale previo insediamento di due governatori scelti dall'Ordo Orbis al posto dei rispettivi regimi di governo.
Al-Hatbia è il regno più orientale del Vecchio Mondo, e secondo gli studiosi sarebbe stato colonizzato non troppi secoli dopo l'avanzata delle acque da un clan di magiati. Crudeli guerrieri in patria, i nuovi venuti trovarono una raffinata popolazione locale con la quale si fusero ben presto, non senza numerosi conflitti. Attualmente, gli alhatbiani sono un popolo molto caratteristico, dotato di una cultura raffinata tanto nel sapere quanto nell'esercizio di nuove forme di crudeltà, maestri di filosofia e arti come di metallurgia e guerra. La Lex Universalis è stata coniugata in una forma piuttosto particolare in modo da adattarla a questa cultura così tradizionalista, e pertanto la fede locale presenta numerosi tratti distintivi. Al-Hatbia è governata attualmente dall'emiro Ben Alad III, e si dimostra ferocemente leale nei confronti dell'Ordo Orbis.
L'ultimo e più meridionale dei regni insulari comunemente noti come Vecchio Mondo, l'Aighept, ha in realtà sempre intrattenuto rapporti commerciali con le non troppo lontane Isole Vergini: da sempre, i signori dell'Aighept si sono serviti di servitori catturati in tali terre, dando vita a un vero e proprio sistema schiavistico ben prima che le altre nazioni vi si affidassero. L'isola aveva una cultura propria molto fiera e antica, basata sul culto di innumerevoli divinità personali e sulla convinzione che, in futuro, i grandi sovrani del passato antidiluviani sarebbero tornati per guidare i loro successori verso una nuova era di potere e potenza. Restii ad accettare la Lex Universalis come propria fede, gli aigheptiani vennero considerati fin da subito una possibile minaccia; per risolvere il problema alla radice, l'Ordo Orbis impose al regno di Al-Hatbia di organizzare una crociata contro gli “infedeli” dell'Aighept. In poco tempo, il regno meridionale venne conquistato e trasformato in una replica dello stato invasore, governato a sua volta da un califfo e rigidamente sottomesso al governo mondiale. Ma la popolazione, mai placata, non si sottomise mai alla classe dirigente straniera e continuò a venerare di nascosto le reliquie del passato. Fu proprio per evitare che Vigon Asrigue potesse usare questi simboli per condurre gli aigheptiani alla rivolta che ventisette anni fa i magistri dell'Ordo Orbis diedero ordine di demolire il più antico fra i templi dell'Aighept, quello in cui si diceva che fosse sepolto il più grande sovrano del passato. I resoconti ufficiali si fermano qui: tutto quello che si sa è che il tempio non venne mai distrutto, la squadra di demolizione e la sua nutrita scorta svanirono nel nulla, e un enigmatico individuo, sempre ammantato e col volto perennemente celato, riorganizzò in forme autonome la resistenza aigheptiana. Dichiarandosi indipendente sia dall'Ordo Orbis che dall'Armata della Libertà, il misterioso capopopolo scacciò ogni presenza straniera -fatta eccezione per quella schiavile- dal suo nuovo regno, e si nominò domideo dell'Aighept, proprio come i sovrani del passato. Ancora oggi, l'Aighept resta l'unico regno di grandi dimensioni non inserito in nessuno dei due schieramenti politici, ma in tregua armata con entrambi.
A oriente rispetto al Vecchio Mondo, separandolo dall'arcipelago della Dabhati, sorge la catena insulare comunemente nota come Terre dei Magiati. Questi selvaggi, barbari dediti alle razzie con una ferocia pari solo a quella degli skannortiani, hanno a lungo ostacolato con le loro razzie i contatti fra i due regni: sebbene la scarsa tecnologia di cui dispongono non consenta loro di organizzare razzie su vasta scala, le piccole imbarcazioni di cui dispongono hanno a lungo flagellato i numerosi stretti fra le isole principali. E, per lungo tempo, quanti si arrischiavano a sbarcare su tali isole per fare provviste potevano stare certi che a breve sarebbero stati attaccati e forse annientati dai feroci barbari a cavallo. Tullio Voltae, per evitare questo pericolo nel corso del suo viaggio di esplorazione, dovette seguire una rotta molto meridionale aggirando di fatto le isole e doppiando il temuto Capo della Disperazione; ma l'Ordo Orbis non poteva accettare una situazione del genere. Poco tempo dopo la sua costituzione, il governo mondiale occupò l'isola più centro-occidentale fra le Terre dei Magiati, ribattezzata Pons, e la fortificò per farne una vera e propria testa di ponte; in seguito, la Militia Marium riuscì a conquistare lo stretto posto di fronte a Pons, strappando col sangue le terre ai magiati e insediandovi numerosi coloni-soldati, adeguatamente difesi da impenetrabili mura di pietra. Tale avamposto ha creato una rotta sicura dal Vecchio Mondo alla Dabhati, ma non è raro che qualche capo tribù particolarmente intraprendente guidi i suoi guerrieri in audaci spedizioni contro gli insediamenti più isolati.
Giungendo nella Dabhati vera e propria a partire dal Vecchio Mondo, il primo stato nel quale ci si imbatte è la colonia peninsulare di Simhopura. Simhopura, la Città del Leone, è rimasta a lungo un principato indipendente e una spina nel fianco del maharaja dabhatiano; l'Ordo Orbis ha dunque provveduto fin dalla sua costituzione a combattere, assoggettare e assegnare come colonia all'Enland il piccolo staterello. Attualmente, Simhopura è uno dei porti principali dell'arcipelago, nonché la sede della Militia Marium e del Consortium Mercatorum in quelle acque ricolme di vascelli pirati. Un modo di dire molto diffuso nella Dabhati sostiene che tutto possa essere comprato e venduto a Simhopura, perfino la propria dannazione o salvezza. E, in effetti, molti dei corsari al servizio dell'ordine mondiale hanno l'abitudine di fare frequentemente scalo nella Città del Leone. Simhopura è nota anche come la Aeletiae dell'Oriente, dato che per esigenze difensive gli edifici civili sono stati ridislocati su delle palafitte esterne alla cinta muraria e alla città vera e propria.
Simhopura, nata su una piccola penisola, mostra ai viaggiatori un preludio delle enormi, ricche e affascinanti rovine che adornano la Dabhati vera e propria: superata la piccola colonia, ci si addentra nel golfo di Kalanagari, chiamato così dall'omonima città. Kalanagari è il porto principale dello stato della Dabhati, eppure i suoi ritmi e il suo aspetto sono incredibilmente diversi rispetto a quelli di un tipico porto commerciale: i beni di consumo giungono all'isola da Simhopura, e Kalanagari ha solo la funzione di permettere l'imbarco e lo sbarco ai frequenti viaggiatori e pellegrini desiderosi di ricercare l'illuminazione lungo gli itinerari di fede della Dabhati. Fra le case e gli alti templi in pietra nera della città, i viaggiatori possono avere un assaggio dell'aria che si respira nell'intera isola: una forte spiritualità, adesione totale e spesso declinata in varie forme alla Lex Omnium e ai suoi ceppi più antichi, l'idea di trovarsi in una terra ricca di storia e destinata a sopravvivere ad ogni sciagura e disastro in quanto centro del mondo. Numerose città, un tempo principati indipendenti e ora governate da piccoli sovrani sottoposti al maharaja di Yodhya, punteggiano la grande isola specialmente lungo il corso della Nagari, il fiume sacro del paese che sfocia appunto a Kalanagari. La capitale amministrativa della Dabhati è Yodhya, una città di antichissima tradizione e regno, secondo le leggende, del mitico Dharmaraja unificatore; tuttavia, il centro spirituale della nazione, nonché sede della Lex Omnium, è un altro. Il più santo fra tutti i monasteri, Taibat, sorge sulla cima dell'altissimo monte Tebat, considerato l'altura più elevata del mondo; un lunghissimo sentiero, costellato di piccoli eremi e luoghi di culto, permette l'accesso all'imponente edificio sacro. Tuttavia, l'intera Dabhati è ricca di monasteri e luoghi sacri, spesso organizzati in particolari sette relative a un singolo aspetto della fede. Nell'isola si dice anche che sorga il Carcer Aeternus, una terribile prigione nascosta fra le montagne più inaccessibili dove l'Ordo Orbis rinchiude i criminali e gli oppositori più pericolosi.
Al di sotto della Dabhati si trova l'arcipelago della Dabhani, un agglomerato di isole da sempre legate alla cultura dominante del nord; le due isole principali, Samatran e Dayakan, in passato sono state rette da due maharaja formalmente indipendenti, mentre gli atolli e gli isolotti vulcanici che le circondano sono sempre stati considerati terre di scarso interesse, e lasciati per la maggior parte in mano alle tribù indigene. Solo molto recentemente, per rafforzare la propria posizione nella regione e far fronte alle incursioni dell'Armata della Libertà, l'Ordo Orbis ha privato i due stati della propria indipendenza, assoggettandoli a dei governatori di propria nomina e sterminando senza troppe remore i membri delle famiglie regnanti. Soltanto il principe ereditario di Dayakan, il giovane Vyahkan, riuscì a sfuggire alla carneficina, e giurò vendetta contro il governo mondiale; imbattutosi nelle forze della Furia Rivoluzionaria, entrò a far parte della ciurma di Vigon Asrigue e continuò a seguirne l'esempio anche dopo la sua scomparsa. Attualmente, Vyahkan la Tigre e i suoi pirati hanno la propria base nell'isolotto di Prakan, ma l'ormai maturo principe sogna sempre di riuscire a riconquistare la sua antica terra, e da lì di poter liberare tutto l'oriente dal giogo dell'Ordo Orbis.
Procedendo ulteriormente a oriente, oltre la cosiddetta zona delle Acque Bollenti e gli innumerevoli vulcani sottomarini ed effimeri isolotti vulcanici che rendono disagevole la traversata, si giunge all'Arcipelago di Coquer. Le isole che lo compongono, abitate per la maggior parte da popolazioni semiselvagge originarie della Dabhani, devono il loro nome al capitano enlandiano che per primo riuscì a superare l'ostacolo delle Acque Bollenti tracciando una rotta diretta da Simhopura a Vectorian. Oggi, tuttavia, la maggior parte dei naviganti preferisce la meno rapida ma infinitamente più sicura rotta meridionale, che aggira i pericoli delle Acque Bollenti e si serve di alcuni isolotti disposti molto a sud e appositamente colonizzati dall'Erania come scali di sosta e rifornimento. Nella zona più orientale dell'arcipelago, talmente orientale da essere ormai considerata occidente dagli abitanti del Vecchio Mondo, si trova il gruppo di isole note collettivamente come Requies Coqueris, unica colonia enlandiana nella zona e luogo della morte dell'omonimo capitano, ucciso dagli indigeni nel corso del suo ultimo viaggio di esplorazione.
Relativamente pochi giorni di navigazione separano le Requies Coqueris dall'enorme arcipelago di Oderia, grande da solo quanto un continente e benedetto dalle due terre emerse più grandi del mondo. A seguito della loro scoperta, si aprì un vero e proprio conflitto in seno al Vecchio Mondo fra l'Erania e l'Enlandia, entrambe interessate alle vaste potenzialità delle due terre. Il Consortium Mercatorum e la Militia Maris non fecero nulla per ostacolare tale guerra, approfittandone anzi per rafforzare ulteriormente la propria posizione in seno ai due regni e nel nuovo arcipelago. Tuttavia, dopo la sua costituzione l'Ordo Orbis dovette formalmente intervenire per sanare la questione. Così, vennero assegnate all'Enlandia tutte le terre al di sopra di un parallelo, e all'Erania tutte quelle al di sotto di esso: ognuno dei due regni aveva a disposizione una delle due isole maggiori da utilizzare come propria colonia, più una serie di isole minori. L'Ordo Orbis riservò a se stesso, attraverso una serie di governatori a nomina diretta, il controllo delle isole centrali dell'arcipelago e di due piccole enclavi nelle isole principali; si trattava della penisola di Florea a nord e del golfo di Marecabeum a sud. Pure, le scaramucce fra le due potenze continuarono a lungo seppure in forma meno evidente, spesso foraggiate e istigate dal Consortium Mercatorum che trovava in esse nuove occasioni di guadagno. Tuttavia, questa poco oculata politica da parte dell'Ordo Orbis rafforzò alla lunga la pirateria nel Golfo Oderiano: ben prima che Vigon Asrigue desse vita alla propria armata, l'arcipelago era già infestato da numerose ciurme di pirati ed ex-corsari, ormai troppo numerosi per poter essere eliminati totalmente. La tratta di schiavi da destinare al lavoro nelle colonie, schiavi prelevati dalle vicine Isole Vergini, non fece altro che rafforzare la presenza di dissidenti nella zona: a un aspirante capitano pirata bastava liberare qualche schiavo per avere un pur ridotto numero di fedelissimi assetati di vendetta contro il governo mondiale.
Un'isola in particolare, Jambauga, finì per fungere da polo di attrazione per tutte queste ciurme allo sbaraglio: relativamente estesa e dotata di numerosi approdi, e trascurata dai governatori eraniani, Jambauga divenne ben presto il punto di ritrovo, reclutamento e programmazione delle prossime imprese per pirati, ex-schiavi, corsari, ribelli e -in seguito- rivoluzionari. Dopo alcune decadi di caos più totale, i più potenti fra i capitani pirati che facevano sosta a Jambauga decisero di siglare un accordo, stabilendo una serie di norme comportamentali alle quali si sarebbero dovuti attenere quanti attraccavano ai porti dell'isola; loro stessi sarebbero stati i garanti di questi principi. Era nata la Confraternita delle Coste, la fazione ideale che teoricamente riunisce sotto la sua egida tutti i vascelli pirati dei mari. La Militia Marium non riuscì mai a scacciare definitivamente la confraternita da Jambauga, e con l'avvento di Vigon Asrigue l'Ordo Orbis dovette concentrare le sue forze su altri bersagli, permettendo così ai pirati oderiani di ampliare i propri orizzonti e la propria influenza. Oggi, sebbene molti ex-pirati si siano formalmente dichiarati seguaci della Furia Rivoluzionaria, le norme della Confraternita delle Coste sono riconosciute da praticamente tutti i vascelli sui quali sventola la bandiera pirata, anche al di fuori dell'arcipelago di Oderia.
Più vicina all'isola di Jambauga, l'Oderia Meridionale è la colonia che più di tutte soffre le frequenti razzie e scorribande dei pirati lungo le proprie coste. Per questo, è nella sua capitale Exicana che ha sede la principale guarnigione oderiana della Militia Marium. Exicana, sede del governatore eraniano, era un tempo la capitale di una delle grandi civiltà che abitavano l'Oderia, civiltà oggi praticamente scomparse a seguito della violenta colonizzazione. Secondo alcune leggende, fu la grande arte magica degli indigeni a salvare queste terre dalla Grande Inondazione; quale che sia la verità, dai brandelli di essa noti agli archeologi, e dalle imponenti rovine che ancora si incontrano nell'Oderia Meridionale, appare evidente che la civiltà di queste popolazioni dovesse essere in origine molto avanzata. È probabile che i conquistatori del Vecchio Mondo l'abbiano colta impreparata a un'invasione e in fase di declino, altrimenti non si spiegherebbe la loro rapida vittoria. I discendenti degli antichi abitanti, spesso ritornati a un livello di organizzazione tribale e preistorico, abitano ancora le vaste foreste dell'interno. Di loro, i coloni eraniani si curano molto poco, limitandosi a tenerne sotto controllo le incursioni e a qualche rapida e avventata spedizione punitiva o di razzia. L'Oderia Meridionale ha nel corso dei secoli svolto la funzione di “serbatoio di terre” per i figli cadetti delle nobili famiglie d'Erania e per i numerosi nullatenenti del Vecchio Mondo, fornendo loro un luogo dove riproporre su piccola scala la struttura feudale della madrepatria; il numero relativamente ridotto di schiavi nel meridione consente anche ai semplici braccianti di vivere con relativo decoro, cosa che incoraggia l'immigrazione e la progressiva distruzione delle foreste vergini più interne.
Anche l'Oderia Settentrionale rappresenta per i numerosi migranti la terra della speranza, ma in una maniera diversa: se la colonia eraniana offre la possibilità di vivere altrove la stessa vita dei propri padri, quella enlandiana si fa forte della possibilità, offerta a chiunque vi si trasferisca, di vivere una vita migliore rispetto ai suoi avi. In realtà, le cose non funzionano proprio così: solo i coloni di provenienza rigorosamente enlandiana trovano nell'Oderia Settentrionale tutte le possibilità che cercano, mentre i più frequenti immigrati di altre nazionalità spesso finiscono per correre dietro a un miraggio per tutta la loro vita. Se si aggiunge a questo che la maggior parte dei lavori umili, dalla bassa manovalanza nelle numerose miniere e piantagioni fino alle mansioni servili nelle dimore padronali, è svolta da schiavi appositamente catturati nelle Isole Vergini, si capisce bene quanto sia disperata la situazione delle innumerevoli masse di disperati giunti nell'Oderia inseguendo un sogno fasullo. Trovando troppo complessa la situazione della colonia, l'Enland ha permesso all'Oderia Settentrionale una pur limitata autonomia governativa, facendo di fatto dell'isola l'unico stato governato direttamente dal Consortium Mercatorum. Le iniziative del consorzio non si sono fatte attendere: Vectorian, già capitale dell'Oderia Settentrionale e sede del Consortium Mercatorum, è stata trasformata nella patria d'elezione di tutti i maggiori studiosi e architetti attraverso una sapiente politica di incentivi e mecenatismo. Alle masse di diseredati e nullatenenti, è stata offerta la possibilità di colonizzare le terre più interne dell'isola, ancora in mano ai nativi, fondando in quelle zone delle nuove comunità e creandosi un posto nel mondo a spese dei “selvaggi”. Di fatto, questa politica ha dato all'Oderia Settentrionale un duplice volto: se le zone dell'interno sembrano quasi un arcipelago di piccole colonie, lungo le coste sorgono città all'avanguardia, caratterizzati da palazzi grandiosi e meraviglie tecnoarcane di ogni tipo. Recentemente, il Consortium Marium è riuscito finalmente ad attirare a Vectorian il celebre inventore e artista taliano Vincenzo Leardo, le cui prodigiose macchine stanno rapidamente cambiando il volto di una città già ai limiti della meraviglia. L'ultima invenzione di Leardo è un ambizioso progetto per portare l'energia vaporea in tutte le principali città dell'isola, sfruttando inoltre gli enormi tubi ricolmi di vapore come canale lungo il quale far scorrere una sorta di navi di terra, alimentate dal vapore stesso. Il progetto originario, che prevedeva inoltre di collegare la rete vaporea anche all'Oderia Meridionale, è attualmente bloccato a seguito di un attentato, rivendicato dall'Armata della Libertà, che ha fatto saltare in aria una conduttura proprio durante il viaggio inaugurale della nave di terra con a bordo il governatore di Vectorian.
L'ultimo fra i grandi arcipelaghi del mondo è quello delle cosiddette Isole Vergini: situate in una posizione molto meridionale, a sud-ovest del Vecchio Mondo e a est dell'Oderia Meridionale, queste isole di modeste dimensioni sono abitate da numerose popolazioni ancora allo stato barbarico. Le poche civiltà esistenti sono state rapidamente piegate e annientate dall'Aighept prima e dall'Ordo Orbis poi, in modo da trasformare tutta la zona in un immenso terreno di caccia per gli schiavisti di tutto il mondo. Vigon Asrigue ha più volte impegnato le proprie forze a favore dei nativi delle Isole Vergini, riuscendo a liberare molti schiavi e a insediare su numerose isole forze sufficienti a garantirne la difesa, ma alla sua scomparsa non tutti i suoi seguaci hanno deciso di seguire le sue orme anche in questo campo. In ogni caso, sono ancora molti gli eredi spirituali della Furia Rivoluzionaria, che predano le navi degli schiavisti allo scopo di liberarne i prigionieri; e molto spesso questi individui, entrati a loro volta nell'Armata della Libertà, vengono incontrati in ogni porto ad ogni angolo del mondo, fieri delle proprie idee e devoti oltre ogni modo alla causa dello scomparso Asrigue.
Principalmente giochi di ruolo, ma anche modellismo. Riflessioni e poesie, quando sono in vena. Quel che di volta in volta mi sento di condividere, insomma.
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martedì 17 agosto 2010
martedì 10 agosto 2010
Per il mare: storia del mondo
Eccovi l'ultima parte di Per il mare, la -spero non troppo- corposa storia del mondo.
Il prossimo lavoro, la geografia del mondo, mi porterà via un po' più di tempo dato che è ancora in gran parte in fase di ideazione.
Per il mare: la storia del mondo
Nel mondo si sa molto poco della storia mondiale: l'alba delle diverse civiltà, il processo e i conflitti che hanno portato alla nascita dell'Ordo Orbis sono apparentemente andati perduti nella catastrofe che ha riplasmato le terre. Perché, se la storia propriamente detta è sconosciuta anche ai migliori studiosi, di conto ben pochi lungo le rotte maggiori ignorano le mille leggende fiorite attorno alle civiltà del passato e alla loro scomparsa.
Secondo tali racconti, il mondo non è sempre stato quale si presenta ora: in passato, le terre emerse erano molto più ampie, e dove ora sorgono arcipelaghi di piccole isole un tempo si trovavano ampie estensioni di terreno punteggiate da rare montagne. Queste voci, si dice, sono avvalorate dagli avvistamenti di antiche rovine sui fondali marini più bassi, avvistamenti particolarmente frequenti nelle aree di più antica civilizzazione.
Non si sa se le antiche civiltà furono colte impreparate dalla Grande Inondazione: c'è chi dice che esse avessero previsto il fenomeno, e costituito l'embrione dell'Ordo Orbis come rimedio all'imminente sciagura; c'è chi dice che fossero ormai precipitate nella barbarie e che le acque si siano limitate a sommergere le effigi di culture ormai morte. E c'è anche chi sostiene che molti fra gli abitanti delle enigmatiche città sommerse avessero raggiunto un livello di progresso talmente elevato da permettere loro di lasciare il mondo mediante gigantesche navi volanti, dirigendosi alla ricerca di una nuova patria fra le stelle.
Quale che sia stato il destino degli abitanti delle terre sommerse, i superstiti alla catastrofe precipitarono nella barbarie; si ritiene che vi sia stato un periodo di lotta per la sopravvivenza, un vero e proprio medioevo della cultura e delle coscienze, della durata di qualche secolo. Poi, nel cosiddetto Vecchio Mondo, qualcosa iniziò a cambiare: mentre le rivalità fra i piccoli stati insulari continuavano, le principali gilde mercantili delle diverse comunità trovarono più vantaggioso allearsi fra loro allo scopo di garantire i propri commerci; era nato, con il Consortium Mercatorum, il primo nucleo da cui si sarebbe in seguito sviluppato l'Ordo Orbis.
Il potere del Consortium Mercatorum crebbe col passare degli anni: nel giro di poche decadi, i potenti principes mercatores erano in grado di dettare l'agenda politica di buona parte dei regni situati nel Vecchio Mondo. Col passare degli anni, le guerre si fecero sempre meno frequenti, salvo quando conformi agli interessi del Consortium, e in questa nuova era di pace imposta col potere del denaro i viaggi e le esplorazioni si fecero più frequenti. Vennero scoperte innumerevoli isole, e molte di esse finirono per essere assoggettate come colonie o protettorati ai regni del Vecchio Mondo; poche comunità, i cui capi furono rapidi nel porsi al servizio del Consortium Mercatorum, mantennero un'indipendenza formale.
Fu nel corso di queste esplorazioni che due messi del Consortium, entrambi nativi del regno di Talia, si imbatterono in due isole stupefacenti: Oderio Pipionum scoprì l'arcipelago battezzato Oderia in suo onore, mentre Tullio Voltae approdò nell'enigmatica terra di Dabhati.
Due, fra le isole che costituivano l'arcipelago di Oderia, avevano dimensioni ragguardevoli e incredibili, ed erano ricche di risorse naturali; gli indigeni non accettarono di piegarsi al Consortium Mercatorum, né di cedere le proprie preziose terre ai nuovi venuti, e da questo conflitto nacque una guerra quale non se ne erano mai viste. Il Consortium spinse i regni del Vecchio Mondo ad allestire una flotta senza rivali, e decine di imbarcazioni cariche di armati attraversarono l'oceano per sottomettere le isole dell'Oderia; la guerra durò più a lungo di quanto i principes mercatores si aspettassero, e fu nel corso di questo conflitto che alcuni giovani nobili colsero l'occasione per creare un esercito fisso e permanente, una forza armata al servizio del Vecchio Mondo e solo formalmente sottoposta al Consortium Mercatorum. Alla fine, fu solo grazie all'impiego di questa incredibile armata di guerrieri ben addestrati e armati, la Militia Marium, che le terre di Oderia vennero trasformate in colonie del Vecchio Mondo.
Se le cose andarono diversamente nella Dabhati, è probabile che ciò fu dovuto alla differenza di carattere esistente fra Oderio Pipionum e Tullio Voltae: quanto il primo era intransigente, arrivista e altezzoso, tanto il secondo era di larghe vedute e altruista. Va aggiunto il fatto che, al contrario degli apparentemente barbarici indigeni di Oderia, gli abitanti del Dabhati erano gli eredi di una civiltà antica quanto e forse più di quella del Vecchio Mondo. Voltae passò molti anni assieme a loro, diventando perfino un ministro del sovrano di quell'enorme isola, e stringendo numerosi patti e accordi con i seguaci della Legge Universale, una raffinata dottrina religiosa dabhatiana.
Tornando in patria, Tullio Voltae fu accompagnato da alcuni emissari del regno di Dabhati, così come da alcuni sacerdoti della Legge Universale. E fu in occasione di questo incontro che maturò l'embrione dell'Ordo Orbis: il Consortium Mercatorum e la Militia Marium detenevano entrambe un enorme potere politico, e la forza economica del primo era pari solo a quella militare della seconda; ma a entrambi gli ordini mancava un'ideologia potente, un'idea attorno alla quale costruire un nuovo ordine mondiale. La Legge Universale, ribattezzata nel Vecchio Mondo Lex Omnium, era proprio quell'ideologia: con lunghi viaggi per mare, vennero inviati messi e legati plenipotenziari; vennero stretti patti e alleanze, vennero accettati e imposti compromessi.
Nel giro di poche decadi dall'impresa di Voltae, l'alleanza fra i tre grandi poteri era cosa fatta: i numerosi governi restii ad accettare il nuovo ordine mondiale, fra cui quello della Dabhati, vennero rovesciati dalla potenza della Militia Marium, enormemente accresciuta dopo l'impiego a scopo bellico della prodigiosa polvere esplosiva inventata secoli prima -ironia della sorte- propria nella Dabhati. Nel frattempo, il verbo opportunamente riveduto e corretto della Lex Omnium, era stato diffuso fra la popolazione per abituare tutti i sudditi al nuovo potere; il supporto economico del Consortium Mercatorum provvedette a stabilizzare i nuovi governi e, nel giro di pochi anni, tutte le terre emerse vennero formalmente assoggettate alla giurisdizione dell'Ordo Orbis.
Le tre fazioni che avevano costituito il nuovo ordine mondiale mantennero una forte indipendenza, stabilendosi ciascuna in uno dei tre arcipelaghi principali: il Consortium Mercatorum si stabilì a Oderia, nella città di Vectorian appositamente fondata per essere al centro di tutte le rotte commerciali; la Militia Marium rimase stanziata nel Vecchio Mondo, da dove i suoi ufficiali potevano facilmente reclutare soldati di provata fedeltà; infine, la Lex Omnium ebbe la sua sede formale nelle antichissime terre della Dabhati, dove gli antichi monasteri che per primi avevano ospitato i seguaci della Legge Universale aumentavano notevolmente il prestigio della religione ufficiale mondiale.
Per parecchi secoli, l'Ordo Orbis governò tutte le isole senza incontrare alcuna opposizione degna di tale nome: le sparute sacche di resistenza venivano schiacciate e annientate una ad una, quando non erano ancora in condizione di nuocere al potere costituito. Poi, cinquant'anni fa, tutto questo ebbe termine.
È probabile che le mosse di Vigon Asrigue siano state programmate da questi ben prima dei primi attacchi ufficiali della sua armata, altrimenti non si spiegherebbe il modo in cui la sua Armata della Libertà riuscì a raggruppare sotto un'unica bandiera tutte le forze di opposizione all'ordine mondiale, portandole a costituire una forza militare, economica e ideologica degna di rivaleggiare con il potere che governava le terre da secoli. La crociata di Asrigue contro l'Ordo Orbis diede ben presto i suoi frutti: nel giro di poche decadi, le gesta del misterioso capo mascherato portarono alla ribellione numerose isole, e molti incrociatori della Militia Marium vennero attirati in trappole letali.
L'Armata della Libertà era specializzata nei gesti dal forte carattere ideologico, capaci di spezzare il morale al nemico e di mostrarne la fragilità intrinseca; emblematico è il caso dell'attacco contro Vectorian: Vigon Asrigue guidò in persona quattro dei suoi sette luogotenenti durante l'assedio alla città, provocando danni ridotti alla popolazione civile ma avendo cura di distruggere ogni magazzino e ufficio amministrativo del Consortium Mercatorum. Quando le sue forze si ritirarono misteriosamente, i membri dell'Ordo Orbis si dissero che era stato l'approssimarsi di una enorme flotta della Militia Marum ad allontanare i ribelli. Solo più tardi, i cittadini di Vectorian si accorsero del fatto che sulle torri più alte della città, compresa la sede del consorzio mercantile, sventolava la bandiera dell'Armata della Libertà. Lo stesso accadeva, nello stesso momento, nei porti principali del Vecchio Mondo e di Dabhati, assaliti a sorpresa dai seguaci di Asrigue: l'intero attacco non era stato che un diversivo volto a far lasciare sguarnite le altre capitali dell'Ordo Orbis, allo scopo di distruggere i principali edifici amministrativi.
Poi ventiquattro anni or sono, quando le forze di Vigon Asrigue sembravano ormai inarrestabili, quando i magistrii dell'Ordo Orbis erano quasi giunti a prendere in considerazione l'ipotesi della resa, il misterioso capo rivoluzionario svanì nel nulla. Il governo mondiale diffuse la voce di averlo catturato e giustiziato seduta stante, ma lo stesso boia sapeva che quel condannato non era la Furia Rivoluzionaria.
Pure, per quanto l'ordine mondiale sperasse di porre così fine all'Armata della Libertà, le gesta dei seguaci di Asrigue non si placarono: pur privati della loro guida, i seguaci della Furia mantenevano il proprio addestramento e il proprio numero. Anche se ben presto la grande flotta si suddivise in numerose squadre, più o meno fedeli agli ideali propugnati da Vigon Asrigue e più o meno dedite alla pura e semplice pirateria, la minaccia rappresentata dalle vestigia dell'Armata della Libertà non venne mai meno.
Per combattere questa nuova piaga contro la propria influenza, l'Ordo Orbis istituì il corpo dei cosiddetti ordinarii, soldati scelti totalmente indipendenti dai tre poteri che costituiscono il governo mondiale e formalmente soggetti soltanto ai magistrii dell'ordine. Facendo leva sulla loro avarizia, i migliori diplomatici del Consortium Mercatorum riuscirono anche a portare dalla propria parte alcuni degli ex-seguaci della Furia Rivoluzionaria, ai quali venne formalmente riconosciuto il diritto di predare le isole dichiaratesi indipendenti dall'Ordo Orbis.
Ma nel frattempo il seme piantato da Vigon Asrigue continuava a dare i suoi frutti, e la forza dell'ordine mondiale sempre più frazionata aveva difficoltà a intervenire ovunque col giusto tempismo: sempre più navi salpavano l'ancora sventolando una bandiera pirata, e sempre più isole si dichiaravo indipendenti. Istituzioni che erano rimaste solide e immutabili per secoli erano state scosse profondamente e costrette ad adattarsi a un mondo in continuo fermento.
Quale che sia stato il suo destino, Vigon Asrigue ha forse raggiunto il suo vero scopo: qualsiasi cosa abbia in serbo il futuro per le isole, difficilmente tutto ritornerà come prima.
Il prossimo lavoro, la geografia del mondo, mi porterà via un po' più di tempo dato che è ancora in gran parte in fase di ideazione.
Per il mare: la storia del mondo
Nel mondo si sa molto poco della storia mondiale: l'alba delle diverse civiltà, il processo e i conflitti che hanno portato alla nascita dell'Ordo Orbis sono apparentemente andati perduti nella catastrofe che ha riplasmato le terre. Perché, se la storia propriamente detta è sconosciuta anche ai migliori studiosi, di conto ben pochi lungo le rotte maggiori ignorano le mille leggende fiorite attorno alle civiltà del passato e alla loro scomparsa.
Secondo tali racconti, il mondo non è sempre stato quale si presenta ora: in passato, le terre emerse erano molto più ampie, e dove ora sorgono arcipelaghi di piccole isole un tempo si trovavano ampie estensioni di terreno punteggiate da rare montagne. Queste voci, si dice, sono avvalorate dagli avvistamenti di antiche rovine sui fondali marini più bassi, avvistamenti particolarmente frequenti nelle aree di più antica civilizzazione.
Non si sa se le antiche civiltà furono colte impreparate dalla Grande Inondazione: c'è chi dice che esse avessero previsto il fenomeno, e costituito l'embrione dell'Ordo Orbis come rimedio all'imminente sciagura; c'è chi dice che fossero ormai precipitate nella barbarie e che le acque si siano limitate a sommergere le effigi di culture ormai morte. E c'è anche chi sostiene che molti fra gli abitanti delle enigmatiche città sommerse avessero raggiunto un livello di progresso talmente elevato da permettere loro di lasciare il mondo mediante gigantesche navi volanti, dirigendosi alla ricerca di una nuova patria fra le stelle.
Quale che sia stato il destino degli abitanti delle terre sommerse, i superstiti alla catastrofe precipitarono nella barbarie; si ritiene che vi sia stato un periodo di lotta per la sopravvivenza, un vero e proprio medioevo della cultura e delle coscienze, della durata di qualche secolo. Poi, nel cosiddetto Vecchio Mondo, qualcosa iniziò a cambiare: mentre le rivalità fra i piccoli stati insulari continuavano, le principali gilde mercantili delle diverse comunità trovarono più vantaggioso allearsi fra loro allo scopo di garantire i propri commerci; era nato, con il Consortium Mercatorum, il primo nucleo da cui si sarebbe in seguito sviluppato l'Ordo Orbis.
Il potere del Consortium Mercatorum crebbe col passare degli anni: nel giro di poche decadi, i potenti principes mercatores erano in grado di dettare l'agenda politica di buona parte dei regni situati nel Vecchio Mondo. Col passare degli anni, le guerre si fecero sempre meno frequenti, salvo quando conformi agli interessi del Consortium, e in questa nuova era di pace imposta col potere del denaro i viaggi e le esplorazioni si fecero più frequenti. Vennero scoperte innumerevoli isole, e molte di esse finirono per essere assoggettate come colonie o protettorati ai regni del Vecchio Mondo; poche comunità, i cui capi furono rapidi nel porsi al servizio del Consortium Mercatorum, mantennero un'indipendenza formale.
Fu nel corso di queste esplorazioni che due messi del Consortium, entrambi nativi del regno di Talia, si imbatterono in due isole stupefacenti: Oderio Pipionum scoprì l'arcipelago battezzato Oderia in suo onore, mentre Tullio Voltae approdò nell'enigmatica terra di Dabhati.
Due, fra le isole che costituivano l'arcipelago di Oderia, avevano dimensioni ragguardevoli e incredibili, ed erano ricche di risorse naturali; gli indigeni non accettarono di piegarsi al Consortium Mercatorum, né di cedere le proprie preziose terre ai nuovi venuti, e da questo conflitto nacque una guerra quale non se ne erano mai viste. Il Consortium spinse i regni del Vecchio Mondo ad allestire una flotta senza rivali, e decine di imbarcazioni cariche di armati attraversarono l'oceano per sottomettere le isole dell'Oderia; la guerra durò più a lungo di quanto i principes mercatores si aspettassero, e fu nel corso di questo conflitto che alcuni giovani nobili colsero l'occasione per creare un esercito fisso e permanente, una forza armata al servizio del Vecchio Mondo e solo formalmente sottoposta al Consortium Mercatorum. Alla fine, fu solo grazie all'impiego di questa incredibile armata di guerrieri ben addestrati e armati, la Militia Marium, che le terre di Oderia vennero trasformate in colonie del Vecchio Mondo.
Se le cose andarono diversamente nella Dabhati, è probabile che ciò fu dovuto alla differenza di carattere esistente fra Oderio Pipionum e Tullio Voltae: quanto il primo era intransigente, arrivista e altezzoso, tanto il secondo era di larghe vedute e altruista. Va aggiunto il fatto che, al contrario degli apparentemente barbarici indigeni di Oderia, gli abitanti del Dabhati erano gli eredi di una civiltà antica quanto e forse più di quella del Vecchio Mondo. Voltae passò molti anni assieme a loro, diventando perfino un ministro del sovrano di quell'enorme isola, e stringendo numerosi patti e accordi con i seguaci della Legge Universale, una raffinata dottrina religiosa dabhatiana.
Tornando in patria, Tullio Voltae fu accompagnato da alcuni emissari del regno di Dabhati, così come da alcuni sacerdoti della Legge Universale. E fu in occasione di questo incontro che maturò l'embrione dell'Ordo Orbis: il Consortium Mercatorum e la Militia Marium detenevano entrambe un enorme potere politico, e la forza economica del primo era pari solo a quella militare della seconda; ma a entrambi gli ordini mancava un'ideologia potente, un'idea attorno alla quale costruire un nuovo ordine mondiale. La Legge Universale, ribattezzata nel Vecchio Mondo Lex Omnium, era proprio quell'ideologia: con lunghi viaggi per mare, vennero inviati messi e legati plenipotenziari; vennero stretti patti e alleanze, vennero accettati e imposti compromessi.
Nel giro di poche decadi dall'impresa di Voltae, l'alleanza fra i tre grandi poteri era cosa fatta: i numerosi governi restii ad accettare il nuovo ordine mondiale, fra cui quello della Dabhati, vennero rovesciati dalla potenza della Militia Marium, enormemente accresciuta dopo l'impiego a scopo bellico della prodigiosa polvere esplosiva inventata secoli prima -ironia della sorte- propria nella Dabhati. Nel frattempo, il verbo opportunamente riveduto e corretto della Lex Omnium, era stato diffuso fra la popolazione per abituare tutti i sudditi al nuovo potere; il supporto economico del Consortium Mercatorum provvedette a stabilizzare i nuovi governi e, nel giro di pochi anni, tutte le terre emerse vennero formalmente assoggettate alla giurisdizione dell'Ordo Orbis.
Le tre fazioni che avevano costituito il nuovo ordine mondiale mantennero una forte indipendenza, stabilendosi ciascuna in uno dei tre arcipelaghi principali: il Consortium Mercatorum si stabilì a Oderia, nella città di Vectorian appositamente fondata per essere al centro di tutte le rotte commerciali; la Militia Marium rimase stanziata nel Vecchio Mondo, da dove i suoi ufficiali potevano facilmente reclutare soldati di provata fedeltà; infine, la Lex Omnium ebbe la sua sede formale nelle antichissime terre della Dabhati, dove gli antichi monasteri che per primi avevano ospitato i seguaci della Legge Universale aumentavano notevolmente il prestigio della religione ufficiale mondiale.
Per parecchi secoli, l'Ordo Orbis governò tutte le isole senza incontrare alcuna opposizione degna di tale nome: le sparute sacche di resistenza venivano schiacciate e annientate una ad una, quando non erano ancora in condizione di nuocere al potere costituito. Poi, cinquant'anni fa, tutto questo ebbe termine.
È probabile che le mosse di Vigon Asrigue siano state programmate da questi ben prima dei primi attacchi ufficiali della sua armata, altrimenti non si spiegherebbe il modo in cui la sua Armata della Libertà riuscì a raggruppare sotto un'unica bandiera tutte le forze di opposizione all'ordine mondiale, portandole a costituire una forza militare, economica e ideologica degna di rivaleggiare con il potere che governava le terre da secoli. La crociata di Asrigue contro l'Ordo Orbis diede ben presto i suoi frutti: nel giro di poche decadi, le gesta del misterioso capo mascherato portarono alla ribellione numerose isole, e molti incrociatori della Militia Marium vennero attirati in trappole letali.
L'Armata della Libertà era specializzata nei gesti dal forte carattere ideologico, capaci di spezzare il morale al nemico e di mostrarne la fragilità intrinseca; emblematico è il caso dell'attacco contro Vectorian: Vigon Asrigue guidò in persona quattro dei suoi sette luogotenenti durante l'assedio alla città, provocando danni ridotti alla popolazione civile ma avendo cura di distruggere ogni magazzino e ufficio amministrativo del Consortium Mercatorum. Quando le sue forze si ritirarono misteriosamente, i membri dell'Ordo Orbis si dissero che era stato l'approssimarsi di una enorme flotta della Militia Marum ad allontanare i ribelli. Solo più tardi, i cittadini di Vectorian si accorsero del fatto che sulle torri più alte della città, compresa la sede del consorzio mercantile, sventolava la bandiera dell'Armata della Libertà. Lo stesso accadeva, nello stesso momento, nei porti principali del Vecchio Mondo e di Dabhati, assaliti a sorpresa dai seguaci di Asrigue: l'intero attacco non era stato che un diversivo volto a far lasciare sguarnite le altre capitali dell'Ordo Orbis, allo scopo di distruggere i principali edifici amministrativi.
Poi ventiquattro anni or sono, quando le forze di Vigon Asrigue sembravano ormai inarrestabili, quando i magistrii dell'Ordo Orbis erano quasi giunti a prendere in considerazione l'ipotesi della resa, il misterioso capo rivoluzionario svanì nel nulla. Il governo mondiale diffuse la voce di averlo catturato e giustiziato seduta stante, ma lo stesso boia sapeva che quel condannato non era la Furia Rivoluzionaria.
Pure, per quanto l'ordine mondiale sperasse di porre così fine all'Armata della Libertà, le gesta dei seguaci di Asrigue non si placarono: pur privati della loro guida, i seguaci della Furia mantenevano il proprio addestramento e il proprio numero. Anche se ben presto la grande flotta si suddivise in numerose squadre, più o meno fedeli agli ideali propugnati da Vigon Asrigue e più o meno dedite alla pura e semplice pirateria, la minaccia rappresentata dalle vestigia dell'Armata della Libertà non venne mai meno.
Per combattere questa nuova piaga contro la propria influenza, l'Ordo Orbis istituì il corpo dei cosiddetti ordinarii, soldati scelti totalmente indipendenti dai tre poteri che costituiscono il governo mondiale e formalmente soggetti soltanto ai magistrii dell'ordine. Facendo leva sulla loro avarizia, i migliori diplomatici del Consortium Mercatorum riuscirono anche a portare dalla propria parte alcuni degli ex-seguaci della Furia Rivoluzionaria, ai quali venne formalmente riconosciuto il diritto di predare le isole dichiaratesi indipendenti dall'Ordo Orbis.
Ma nel frattempo il seme piantato da Vigon Asrigue continuava a dare i suoi frutti, e la forza dell'ordine mondiale sempre più frazionata aveva difficoltà a intervenire ovunque col giusto tempismo: sempre più navi salpavano l'ancora sventolando una bandiera pirata, e sempre più isole si dichiaravo indipendenti. Istituzioni che erano rimaste solide e immutabili per secoli erano state scosse profondamente e costrette ad adattarsi a un mondo in continuo fermento.
Quale che sia stato il suo destino, Vigon Asrigue ha forse raggiunto il suo vero scopo: qualsiasi cosa abbia in serbo il futuro per le isole, difficilmente tutto ritornerà come prima.
domenica 8 agosto 2010
Per il mare: ambientazione per Pathfinder
Per il mare è il nome che ho deciso di dare a una nuova ambientazione di mia ideazione per Pathfinder. Si tratta di un lavoro molto agile, che conto di riuscire a concludere entro la settimana entrante, volto a creare un piccolo mondo di gioco nel quale ambientare una breve campagna piratesca che a breve inizierò.
Man mano che creerò nuovi documenti, li posterò separatamente come documenti di testo, e solo come ultima cosa creerò un PDF contenente l'ambientazione completa.
Intanto, per ora, eccovi l'introduzione.
PER IL MARE: INTRODUZIONE
“Ricordate, governatore, che come vicario nelle vostre terre dell'Ordo Orbis avete il preciso dovere morale e spirituale di garantire a tutti i vostri sudditi e sottoposti la pace e la sicurezza sulle quali si regge il precario equilibrio terreno del nostro mondo. Tale pace e tale sicurezza non possono prescindere dall'ordine, in quanto là dove vi è anarchia proliferano i razziatori, e gli agnelli vengono predati dai lupi; perciò che voi siate come pastore per il vostro gregge, guidandolo nei momenti perigliosi e proteggendolo dai flagelli dei mari, questi seguaci delle tenebre che nulla bramano se non la devastazione, la morte e l'annientamento della pace di cui l'Ordo Orbis è incarnazione terrena.”
Estratto dalla parte finale di una lettera inviata dai magistri dell'Ordo Orbis al governatore di Marecabeum in occasione del suo insediamento.
“Sono ventate di piombo che le due navi si scambiano, squarciando le fiancate delle imbarcazioni e aprendo orribili ferite nei petti dei combattenti. Infine, mentre il suo vascello si sta ormai sfasciando, Paulo il Nero urla con la sua formidabile voce: “A me, filibustieri! All'arrembaggio!”"
Da “Le ultime imprese di Paulo il Nero”, libro scritto da Romeo Saligarum, attualmente inserito nell'indice dei libri proibiti come tutti i testi di tale autore.
“E vi diranno che lo fanno per il bene del mondo, contro la vostra volontà ma per la vostra stessa salvezza. Non dovete credere loro! Non prestate fede alle parole di quanti dicono di volervi proteggere e poi sopprimono la vostra libertà di tracciare da soli il vostro stesso destino. Voi, voi soli siete i padroni di voi stessi. Se il governo mondiale detiene un qualche potere sopra le vostre persone, un potere che talora arriva finanche al diritto di vita e di morte, questo accade solo perché voi avete rinunciato a esercitare autonomamente tale potestà su voi stessi. Reclamate ciò che è vostro! Io non vengo a comandarvi, ma per guidarvi lungo il vostro stesso sentiero. Non cerco servi adulanti o schiavi genuflessi, come fa invece l'ordine mondiale. Io ricerco compagni, uomini che siano in grado di liberare il prossimo essendo loro stessi liberi. Non c'è bene al mondo che valga quanto la libertà di un essere umano, e non è vera pace quella che viene ottenuta a spese del proprio diritto all'autodeterminazione.”
Brano tratto dal discorso tenuto da Vigon Asrigue in occasione del suo ormai leggendario attacco contro la città di Vectorian.
Per il mare è il nome di una mini-ambientazione di mia ideazione per il sistema di gioco Pathfinder. Questo lavoro nasce dal desiderio di disporre d'un mondo di gioco coerente e adeguato a giocare una campagna esclusivamente marinara, mischiando i toni di alcuni dei più famosi prodotti d'intrattenimento contemporanei e non aventi come tema i pirati.
Nello specifico, sono pesantemente debitore nei confronti dei film della serie Pirati dei Caraibi, così come del manga One Piece, senza dimenticare il grandissimo debito mai saldato verso le letture giovanili dei romanzi di Salgari; un'altra notevole e apparentemente inusuale fonte di ispirazione per questa ambientazione è stata la trilogia di Queste Oscure Materie. Ma, chiaramente, mi sono ispirato anche a molte altre fonti che sarebbe lungo elencare; dico solo che quanto vi è di mio in questa ambientazione è più un lavoro di rielaborazione e di fusione che non di creazione vera e propria.
Addentrandovi nella lettura, troverete molti nomi e luoghi chiaramente ispirati a luoghi e personaggi reali o dell'immaginario piratesco comune. Tutto ciò è chiaramente intenzionale: come game master, trovo che la presenza in un'ambientazione di elementi che rimandano a oggetti presenti nell'immaginario comune aiutino i giocatori a interagire più agevolmente con tali elementi. Inoltre, trattando di un genere codificato come quello dei pirati, non posso esimermi dal rendere omaggio ad alcuni dei capisaldi di tale genere.
Dal punto di vista tematico, Per il mare è un'ambientazione incentrata su avventure che si svolgono appunto nei mari e nelle innumerevoli isole che sorgono lungo le rotte più o meno note. Tutte queste isole sono formalmente poste sotto la giurisdizione dell'Ordo Orbis, una vera e propria teocrazia mondiale che, nel nome della giustizia e della pace, governa con il pugno di ferro ogni terra emersa. Nel corso dei secoli numerose persone si sono opposte all'ordine mondiale e ai suoi agenti, gli ordinarii; ma mai, fino a cinquant'anni fa, tali forze riuscirono a mettere seriamente in crisi l'Ordo e la sua sovranità. Tutto cambiò con la venuta di Vigon Asrigue e del suo esercito: Asrigue riuscì a organizzare timidi intellettuali, sparuti gruppuscoli rivoluzionari, pirati senza arte né parte e soldati sbandati in cerca di una causa, unendoli in una prodigiosa armata sotto lo stendardo della libertà. Anche se dopo la sua scomparsa, ventiquattro anni or sono, l'esercito di Vigon Asrigue si frazionò in numerose ciurme di pirati, più o meno fedeli al loro progetto originario, l'Ordo Orbis era ormai entrato nella sua fase discendente: sempre più persone mettevano in discussione i suoi metodi di governo, le privazioni a cui sottoponeva e sottopone le persone, i suoi moralismi e le sue ipocrisie.
È in questo mondo squarciato dalla guerra, dove speranza e disperazione si intrecciano beffarde, dove grandi pericoli e grandi occasioni attendono gli avventurieri lungo il corso del loro destino, che si svolgono le avventure Per il Mare.
Man mano che creerò nuovi documenti, li posterò separatamente come documenti di testo, e solo come ultima cosa creerò un PDF contenente l'ambientazione completa.
Intanto, per ora, eccovi l'introduzione.
PER IL MARE: INTRODUZIONE
“Ricordate, governatore, che come vicario nelle vostre terre dell'Ordo Orbis avete il preciso dovere morale e spirituale di garantire a tutti i vostri sudditi e sottoposti la pace e la sicurezza sulle quali si regge il precario equilibrio terreno del nostro mondo. Tale pace e tale sicurezza non possono prescindere dall'ordine, in quanto là dove vi è anarchia proliferano i razziatori, e gli agnelli vengono predati dai lupi; perciò che voi siate come pastore per il vostro gregge, guidandolo nei momenti perigliosi e proteggendolo dai flagelli dei mari, questi seguaci delle tenebre che nulla bramano se non la devastazione, la morte e l'annientamento della pace di cui l'Ordo Orbis è incarnazione terrena.”
Estratto dalla parte finale di una lettera inviata dai magistri dell'Ordo Orbis al governatore di Marecabeum in occasione del suo insediamento.
“Sono ventate di piombo che le due navi si scambiano, squarciando le fiancate delle imbarcazioni e aprendo orribili ferite nei petti dei combattenti. Infine, mentre il suo vascello si sta ormai sfasciando, Paulo il Nero urla con la sua formidabile voce: “A me, filibustieri! All'arrembaggio!”"
Da “Le ultime imprese di Paulo il Nero”, libro scritto da Romeo Saligarum, attualmente inserito nell'indice dei libri proibiti come tutti i testi di tale autore.
“E vi diranno che lo fanno per il bene del mondo, contro la vostra volontà ma per la vostra stessa salvezza. Non dovete credere loro! Non prestate fede alle parole di quanti dicono di volervi proteggere e poi sopprimono la vostra libertà di tracciare da soli il vostro stesso destino. Voi, voi soli siete i padroni di voi stessi. Se il governo mondiale detiene un qualche potere sopra le vostre persone, un potere che talora arriva finanche al diritto di vita e di morte, questo accade solo perché voi avete rinunciato a esercitare autonomamente tale potestà su voi stessi. Reclamate ciò che è vostro! Io non vengo a comandarvi, ma per guidarvi lungo il vostro stesso sentiero. Non cerco servi adulanti o schiavi genuflessi, come fa invece l'ordine mondiale. Io ricerco compagni, uomini che siano in grado di liberare il prossimo essendo loro stessi liberi. Non c'è bene al mondo che valga quanto la libertà di un essere umano, e non è vera pace quella che viene ottenuta a spese del proprio diritto all'autodeterminazione.”
Brano tratto dal discorso tenuto da Vigon Asrigue in occasione del suo ormai leggendario attacco contro la città di Vectorian.
Per il mare è il nome di una mini-ambientazione di mia ideazione per il sistema di gioco Pathfinder. Questo lavoro nasce dal desiderio di disporre d'un mondo di gioco coerente e adeguato a giocare una campagna esclusivamente marinara, mischiando i toni di alcuni dei più famosi prodotti d'intrattenimento contemporanei e non aventi come tema i pirati.
Nello specifico, sono pesantemente debitore nei confronti dei film della serie Pirati dei Caraibi, così come del manga One Piece, senza dimenticare il grandissimo debito mai saldato verso le letture giovanili dei romanzi di Salgari; un'altra notevole e apparentemente inusuale fonte di ispirazione per questa ambientazione è stata la trilogia di Queste Oscure Materie. Ma, chiaramente, mi sono ispirato anche a molte altre fonti che sarebbe lungo elencare; dico solo che quanto vi è di mio in questa ambientazione è più un lavoro di rielaborazione e di fusione che non di creazione vera e propria.
Addentrandovi nella lettura, troverete molti nomi e luoghi chiaramente ispirati a luoghi e personaggi reali o dell'immaginario piratesco comune. Tutto ciò è chiaramente intenzionale: come game master, trovo che la presenza in un'ambientazione di elementi che rimandano a oggetti presenti nell'immaginario comune aiutino i giocatori a interagire più agevolmente con tali elementi. Inoltre, trattando di un genere codificato come quello dei pirati, non posso esimermi dal rendere omaggio ad alcuni dei capisaldi di tale genere.
Dal punto di vista tematico, Per il mare è un'ambientazione incentrata su avventure che si svolgono appunto nei mari e nelle innumerevoli isole che sorgono lungo le rotte più o meno note. Tutte queste isole sono formalmente poste sotto la giurisdizione dell'Ordo Orbis, una vera e propria teocrazia mondiale che, nel nome della giustizia e della pace, governa con il pugno di ferro ogni terra emersa. Nel corso dei secoli numerose persone si sono opposte all'ordine mondiale e ai suoi agenti, gli ordinarii; ma mai, fino a cinquant'anni fa, tali forze riuscirono a mettere seriamente in crisi l'Ordo e la sua sovranità. Tutto cambiò con la venuta di Vigon Asrigue e del suo esercito: Asrigue riuscì a organizzare timidi intellettuali, sparuti gruppuscoli rivoluzionari, pirati senza arte né parte e soldati sbandati in cerca di una causa, unendoli in una prodigiosa armata sotto lo stendardo della libertà. Anche se dopo la sua scomparsa, ventiquattro anni or sono, l'esercito di Vigon Asrigue si frazionò in numerose ciurme di pirati, più o meno fedeli al loro progetto originario, l'Ordo Orbis era ormai entrato nella sua fase discendente: sempre più persone mettevano in discussione i suoi metodi di governo, le privazioni a cui sottoponeva e sottopone le persone, i suoi moralismi e le sue ipocrisie.
È in questo mondo squarciato dalla guerra, dove speranza e disperazione si intrecciano beffarde, dove grandi pericoli e grandi occasioni attendono gli avventurieri lungo il corso del loro destino, che si svolgono le avventure Per il Mare.
venerdì 6 agosto 2010
Un bel poemetto
La settimana scorsa è stata dedicata totalmente e unicamente al riposo e al modellismo, ma questo martedì ho avuto l'ispirazione per creare di nuovo qualcosa di corposo.
La forma metrica è quella ormai tipica dei miei ultimi lavori, endecasillabi a ritmo dattilico, in questo caso organizzati in quartine. Tramite l'inserimento di un ritornello facilmente orecchiabile ho cercato di dare il tono d'una ballata al componimento.
Il tema del poemetto vorrebbe essere fantastico, e presenta molti riferimenti a varie tematiche e opere fantasy.
Ho cercato, chiaramente, di dare al tutto un valore più universale dell'essere semplice evasione. Spero di esserci riuscito.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Fredda, una luce splendeva nel buio;
Rigide stelle marcavano il corso
Delle battaglie, ed intanto accorreva
Cupo il dolore, affilando il suo morso.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Molti i campion, d'ogni parte vocati.
Grandi massacri, le stragi insensate
Erano sorte, compagne ai dannati,
Quando le faglie si fur spalancate.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Faglie sul cuore di tenebre oscure,
Come tumori nei cuori mortali,
S'erano aperte portando sciagure
Empie, una guerra che mai ebbe uguali.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Giunsero poi dalle faglie dannate,
Come dei feti abortiti dal male,
Neri gli araldi, le forze elevate
Oltre ogni modo, nessuna morale.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Forti, le braccia recavano morte,
Senza rimorsi annientavan nazioni.
Solo era salvo chi aperte le porte
Tutto s'offriva alle lor perversioni.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Quale d'un nembo di tenebre l'ombra
Buia ricopre di sagome cupe
Terre, e una valle di vita fa sgombra,
Tale era il mondo, qual preda alle lupe.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Lupe crudeli nei loro ululati,
Eran le stirpi dei molti seguaci
Giunti agli araldi da tenebra nati
Come scherani crudeli e rapaci.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Pure, non tutti allor strinsero l'armi
Quale masnada del cancro profondo
Né, questo è certo, mai posso scordarmi
Della grandiosa riscossa del mondo.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Chi disperato cercando vendetta,
Altri volendo soltanto aiutare
Quanti soffrivano in terra negletta,
Molti allor giunsero il mondo a salvare.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Dura battaglia, crudeli i nemici:
Pallida e spenta, speranza sfumare
Quasi sembrava in quei giorni infelici.
Pure, non smisero mai di lottare.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Risero, prima, gli araldi tiranni:
Nulla, si disser, ci possono fare.
Venne poi il tempo, coi mesi e con gli anni,
Nostro, e i tiranni facemmo tremare.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Passo per passo ripresa è la terra.
Vengon respinti i gran soggiogatori
Quando anche i giusti si infiammano in guerra.
Forti, essi avanzano, liberatori.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Fino a quei cancri di tenebra oscura
Donde son nati ricacciano gli empi,
Sì che la terra ritorni a esser pura,
Sì che mai più si rivedan tal scempi.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Chiusa ecco infine ogni faglia dannata;
Morti gli oscuri, son liber gli oppressi.
Gioia per molti, la tenebra è andata,
Pure gli eroi non saran più se stessi.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Empia, la guerra ha corrotto i soldati:
Essa richiama al massacro il cuor loro,
Sembra lor spingere ai gesti passati
Degli aguzzini, non lascia ristoro.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Sanno i campioni che cosa hanno dato:
Persa è purezza, il coraggio non vale,
Ogni campione sa che è condannato.
Rende la guerra ogni uomo animale.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Dunque, essi vanno in ritiro dal mondo.
Grande è il dolore, svaniti gli eroi.
Pur, v'è conforto al dolore profondo:
Resta ancor forte il messaggio, arde in noi.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Questo dovere, fratelli, ci è dato:
Nostro dover raccontare la storia,
Fare che al mondo non venga scordato
Quanto è accaduto, servarne memoria.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
La forma metrica è quella ormai tipica dei miei ultimi lavori, endecasillabi a ritmo dattilico, in questo caso organizzati in quartine. Tramite l'inserimento di un ritornello facilmente orecchiabile ho cercato di dare il tono d'una ballata al componimento.
Il tema del poemetto vorrebbe essere fantastico, e presenta molti riferimenti a varie tematiche e opere fantasy.
Ho cercato, chiaramente, di dare al tutto un valore più universale dell'essere semplice evasione. Spero di esserci riuscito.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Fredda, una luce splendeva nel buio;
Rigide stelle marcavano il corso
Delle battaglie, ed intanto accorreva
Cupo il dolore, affilando il suo morso.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Molti i campion, d'ogni parte vocati.
Grandi massacri, le stragi insensate
Erano sorte, compagne ai dannati,
Quando le faglie si fur spalancate.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Faglie sul cuore di tenebre oscure,
Come tumori nei cuori mortali,
S'erano aperte portando sciagure
Empie, una guerra che mai ebbe uguali.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Giunsero poi dalle faglie dannate,
Come dei feti abortiti dal male,
Neri gli araldi, le forze elevate
Oltre ogni modo, nessuna morale.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Forti, le braccia recavano morte,
Senza rimorsi annientavan nazioni.
Solo era salvo chi aperte le porte
Tutto s'offriva alle lor perversioni.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Quale d'un nembo di tenebre l'ombra
Buia ricopre di sagome cupe
Terre, e una valle di vita fa sgombra,
Tale era il mondo, qual preda alle lupe.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Lupe crudeli nei loro ululati,
Eran le stirpi dei molti seguaci
Giunti agli araldi da tenebra nati
Come scherani crudeli e rapaci.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Pure, non tutti allor strinsero l'armi
Quale masnada del cancro profondo
Né, questo è certo, mai posso scordarmi
Della grandiosa riscossa del mondo.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Chi disperato cercando vendetta,
Altri volendo soltanto aiutare
Quanti soffrivano in terra negletta,
Molti allor giunsero il mondo a salvare.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Dura battaglia, crudeli i nemici:
Pallida e spenta, speranza sfumare
Quasi sembrava in quei giorni infelici.
Pure, non smisero mai di lottare.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Risero, prima, gli araldi tiranni:
Nulla, si disser, ci possono fare.
Venne poi il tempo, coi mesi e con gli anni,
Nostro, e i tiranni facemmo tremare.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Passo per passo ripresa è la terra.
Vengon respinti i gran soggiogatori
Quando anche i giusti si infiammano in guerra.
Forti, essi avanzano, liberatori.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Fino a quei cancri di tenebra oscura
Donde son nati ricacciano gli empi,
Sì che la terra ritorni a esser pura,
Sì che mai più si rivedan tal scempi.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Chiusa ecco infine ogni faglia dannata;
Morti gli oscuri, son liber gli oppressi.
Gioia per molti, la tenebra è andata,
Pure gli eroi non saran più se stessi.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Empia, la guerra ha corrotto i soldati:
Essa richiama al massacro il cuor loro,
Sembra lor spingere ai gesti passati
Degli aguzzini, non lascia ristoro.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Sanno i campioni che cosa hanno dato:
Persa è purezza, il coraggio non vale,
Ogni campione sa che è condannato.
Rende la guerra ogni uomo animale.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Dunque, essi vanno in ritiro dal mondo.
Grande è il dolore, svaniti gli eroi.
Pur, v'è conforto al dolore profondo:
Resta ancor forte il messaggio, arde in noi.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
Questo dovere, fratelli, ci è dato:
Nostro dover raccontare la storia,
Fare che al mondo non venga scordato
Quanto è accaduto, servarne memoria.
Quelli eran gli anni dei tempi nefasti,
Pochi ricordi ne sono rimasti.
Trema chi sa, le celate memorie
Sfumano ormai nelle pallide storie.
domenica 25 luglio 2010
Altri haiku
E dopo un esame andato bene, prima di una settimana di riposo totale nella quale forse creerò qualcosa di nuovo e forse no, vi regalo gli ultimi haiku composti.
I primi due risalgono a sabato scorso, il secondo l'ho scritto ieri.
Risa distratte
In trionfo gioioso.
Bagni di luce.
Pura m'inebria
Luna di vento oscuro,
Fresco ristoro.
Piena e non vista.
Tiranno, il tempo inganna
Con venti freddi.
I primi due risalgono a sabato scorso, il secondo l'ho scritto ieri.
Risa distratte
In trionfo gioioso.
Bagni di luce.
Pura m'inebria
Luna di vento oscuro,
Fresco ristoro.
Piena e non vista.
Tiranno, il tempo inganna
Con venti freddi.
giovedì 15 luglio 2010
Tentativi di haiku
Da qualche tempo sto provando a realizzare qualcosa di simile agli haiku giapponesi.
Più che la tematica, mi attrae molto la "sfida" insita nel creare un componimento di senso compiuto -e in una lingua "abbondante" come l'italiano- in soli tre versi di ridotte dimensioni.
Per l'adattamento formale sono ricorso allo schema quinario/settenario/quinario, cercando talvolta di rendere possibile leggere in sinalefe la conclusione di un verso e l'inizio del successivo in modo da formare un endecasillabo.
Per quanto riguarda le tematiche, sono principalmente autobiografiche e "mediate" in modo da inserire qualche riferimento alla natura; invece, la collocazione stagionale è spesso assente, anche se nell'ultimo verso ho sempre cercato di rendere un po' conto della "stagione interiore" a cui ogni componimento corrisponde.
Sfiorisce il sogno,
Il freddo inverno avanza:
Ecco la notte.
Attesa vana,
Al volgere del sole;
Anni sprecati.
Rosa oscurata
Aprendosi alla luna,
Amante mesta.
Senza una notte
Le giornate meschine,
Falso splendore.
Fiore fasullo,
Non ti cercherò più:
Hai quel che vuoi.
Non mi commuovo
Più per questi tuoi loti:
Tu l'hai voluto.
Passano i giorni,
Verdi prati d'affanni.
Vedo la meta.
Boccioli persi,
Naufragati nel gelo
Del tuo inverno.
Inebriante,
Bacio della natura.
Ora non più.
Più che la tematica, mi attrae molto la "sfida" insita nel creare un componimento di senso compiuto -e in una lingua "abbondante" come l'italiano- in soli tre versi di ridotte dimensioni.
Per l'adattamento formale sono ricorso allo schema quinario/settenario/quinario, cercando talvolta di rendere possibile leggere in sinalefe la conclusione di un verso e l'inizio del successivo in modo da formare un endecasillabo.
Per quanto riguarda le tematiche, sono principalmente autobiografiche e "mediate" in modo da inserire qualche riferimento alla natura; invece, la collocazione stagionale è spesso assente, anche se nell'ultimo verso ho sempre cercato di rendere un po' conto della "stagione interiore" a cui ogni componimento corrisponde.
Sfiorisce il sogno,
Il freddo inverno avanza:
Ecco la notte.
Attesa vana,
Al volgere del sole;
Anni sprecati.
Rosa oscurata
Aprendosi alla luna,
Amante mesta.
Senza una notte
Le giornate meschine,
Falso splendore.
Fiore fasullo,
Non ti cercherò più:
Hai quel che vuoi.
Non mi commuovo
Più per questi tuoi loti:
Tu l'hai voluto.
Passano i giorni,
Verdi prati d'affanni.
Vedo la meta.
Boccioli persi,
Naufragati nel gelo
Del tuo inverno.
Inebriante,
Bacio della natura.
Ora non più.
lunedì 5 luglio 2010
Mostri Mitologici per Pathfinder/Monsters of Mythology
Un po' in ritardo causa problemi di salute, eccovi un nuovo lavoro per Pathfinder.
Si tratta di un riadattamento di alcune creature mitologiche presenti sul Bestiario volto a renderle più attinenti alle loro versioni originali.
Spero che possiate trovarlo utile e stimolante.
Monsters of Mythology
Si tratta di un riadattamento di alcune creature mitologiche presenti sul Bestiario volto a renderle più attinenti alle loro versioni originali.
Spero che possiate trovarlo utile e stimolante.
Monsters of Mythology
mercoledì 30 giugno 2010
Luuuunga pausa più breve poesia
Ho avuto un po' di problemi a causa di un esame che è slittato da inizio giugno a fine mese, e in effetti *continuo* ad avere un po' di problemi, ma poco a poco spero finalmente di poter tornare a una cadenza di aggiornamenti regolare.
Intanto, per farmi perdonare ecco una poesia.
E spero, entro la settimana, di poter proporre un qualche altro lavoro per Pathfinder.
Dita sottili, donate dall'arte,
Venute al mondo senza alcuno scopo,
Senza quel dove dal quale si parte,
Dubbie, senza alcun fine, e senza un dopo.
Dita capaci di mischiar le carte
Del destino, e di sgusciar come un topo
Fra le maglie dell'usbergo di Marte
Fino al segreto del suo canopo.
Dita da santo, da ladro, dottore,
Se strette a pugno forti nel colpire
Ma capaci di carezze d'amore.
Dita destinate anch'esse a morire,
Come ogni cosa dentro questo mondo,
Quando si sarà spenta la loro ora,
Senza aver compreso il senso profondo
Di esse stesse, senza aver visto l'aurora.
Intanto, per farmi perdonare ecco una poesia.
E spero, entro la settimana, di poter proporre un qualche altro lavoro per Pathfinder.
Dita sottili, donate dall'arte,
Venute al mondo senza alcuno scopo,
Senza quel dove dal quale si parte,
Dubbie, senza alcun fine, e senza un dopo.
Dita capaci di mischiar le carte
Del destino, e di sgusciar come un topo
Fra le maglie dell'usbergo di Marte
Fino al segreto del suo canopo.
Dita da santo, da ladro, dottore,
Se strette a pugno forti nel colpire
Ma capaci di carezze d'amore.
Dita destinate anch'esse a morire,
Come ogni cosa dentro questo mondo,
Quando si sarà spenta la loro ora,
Senza aver compreso il senso profondo
Di esse stesse, senza aver visto l'aurora.
martedì 1 giugno 2010
Ritorno poetico
Rieccomi qui.
Per quanto la situazione sia ancora quella che è, ritorno con un aggiornamento di poesia.
Nello specifico, un tentativo di quartine d'endecasillabi con ritmo dattilico (schema ABAB). Sto man mano acquisendo confidenza con questa forma metrica, e spero in futuro di riuscire a proporvi qualcosa di migliore sempre con lo stesso schema.
Credi davvero, mio povero amico,
Quanto ci impongono i falsi sapienti?
Odi tu dunque ora quanto ti dico:
Sono soltanto schiavisti di genti,
Questi maestri di false speranze,
Vuoti cantori di favole stanche,
Sempre più presi da squallide danze,
Spenti i loro occhi, le nocche ormai bianche;
Bianche di sforzo crudele e beffardo,
Teso a rinchiuderci nelle gran file
Fatte di schiavi, a piegarci lo sguardo
Verso le loro menzogne di bile.
Quindi, ti prego, non dare mai retta
Ai condannati che regnano al mondo:
Tieni, ti prego, la mente ben stretta.
Loro ci voglion portare a quel fondo
Dove son scesi per primi essi stessi
Alla ricerca di nuovo potere
-Vogliono solo, ricorda, gli ossessi,
Qualche gingillo per le anime nere
Ch'hanno nel petto, e ne vanno ben fieri-
Sopra le cose cui senza diritto
Danno dei nomi non certo sinceri,
Quasi che fosse una sorta d'affitto
Questo, richiesto da un qualche padrone
Vuoto, fasullo, ben simile a loro,
Sì da ottenerne legittimazione
Nell'appropriarsi del nostro tesoro.
Per quanto la situazione sia ancora quella che è, ritorno con un aggiornamento di poesia.
Nello specifico, un tentativo di quartine d'endecasillabi con ritmo dattilico (schema ABAB). Sto man mano acquisendo confidenza con questa forma metrica, e spero in futuro di riuscire a proporvi qualcosa di migliore sempre con lo stesso schema.
Credi davvero, mio povero amico,
Quanto ci impongono i falsi sapienti?
Odi tu dunque ora quanto ti dico:
Sono soltanto schiavisti di genti,
Questi maestri di false speranze,
Vuoti cantori di favole stanche,
Sempre più presi da squallide danze,
Spenti i loro occhi, le nocche ormai bianche;
Bianche di sforzo crudele e beffardo,
Teso a rinchiuderci nelle gran file
Fatte di schiavi, a piegarci lo sguardo
Verso le loro menzogne di bile.
Quindi, ti prego, non dare mai retta
Ai condannati che regnano al mondo:
Tieni, ti prego, la mente ben stretta.
Loro ci voglion portare a quel fondo
Dove son scesi per primi essi stessi
Alla ricerca di nuovo potere
-Vogliono solo, ricorda, gli ossessi,
Qualche gingillo per le anime nere
Ch'hanno nel petto, e ne vanno ben fieri-
Sopra le cose cui senza diritto
Danno dei nomi non certo sinceri,
Quasi che fosse una sorta d'affitto
Questo, richiesto da un qualche padrone
Vuoto, fasullo, ben simile a loro,
Sì da ottenerne legittimazione
Nell'appropriarsi del nostro tesoro.
domenica 9 maggio 2010
Problemi e Pausa
Mi scuso con tutti per la drammatica assenza di nuovi contenuti in questo mese e mezzo.
Purtroppo, sto attraversando un brutto periodo nel quale praticamente non riesco più a comporre poesie e a scrivere regole per i GdR.
Non so quanto possa durare, e fino a che durerà non sarò in grado di proporvi nuovi aggiornamenti.
Mi scuso con voi, e vi assicuro che sono il primo a sperare di avere nuovamente modo di proporvi nuovi contenuti il prima possibile.
Purtroppo, sto attraversando un brutto periodo nel quale praticamente non riesco più a comporre poesie e a scrivere regole per i GdR.
Non so quanto possa durare, e fino a che durerà non sarò in grado di proporvi nuovi aggiornamenti.
Mi scuso con voi, e vi assicuro che sono il primo a sperare di avere nuovamente modo di proporvi nuovi contenuti il prima possibile.
giovedì 25 marzo 2010
Nuovi endecasillbi
L'idea di base dietro a questa poesia mi gironzolava in testa da molti anni, come minimo sette o otto. E' ironico che io sia riuscito a elaborarla proprio in un periodo di crisi creativa.
Non un urlo, non le grida violente
Sono vera libertà, presenza grata,
Sogno futuro, balsamo presente.
Solo una voce, appena sussurrata,
Può fregiarsi di questo amato nome.
La voce di chi sa, di chi possiede
Se stesso, con la sua vita, come
Un uomo che è certo, anche se non vede
Il proprio volto, di essere se stesso
In ogni istante, e non deve gridare
La sua identità al mondo. Eppure, spesso,
Troppo spesso ormai, il poter reclamare
La propria identità è un privilegio
Concesso a pochi, e un urlo di dolore
Contro questo nuovo potere regio,
Voce estrema di libertà che muore,
È quel poco che oggi ancora ci resta.
Il potere strilla, urla a voce piena
La sua ingiustizia violenta, la festa
Delle angherie e della nostra pena.
Non imitarlo: non devi coprire
I sussurri di tutti gli altri oppressi
Con un grido: non può certo morire
Così il potere, neppure se facessi
Tremare la terra di indignazione,
Neppure fra cento stelle in caduta.
Se non l'accompagnano altre persone,
Una sola voce è sempre perduta.
Han più vigore dell'urlo più forte
Mille sussurri sinceri, compatti:
Essi soltanto daranno la morte
Alla tirannia ed ai suoi misfatti.
Non un urlo, non le grida violente
Sono vera libertà, presenza grata,
Sogno futuro, balsamo presente.
Solo una voce, appena sussurrata,
Può fregiarsi di questo amato nome.
La voce di chi sa, di chi possiede
Se stesso, con la sua vita, come
Un uomo che è certo, anche se non vede
Il proprio volto, di essere se stesso
In ogni istante, e non deve gridare
La sua identità al mondo. Eppure, spesso,
Troppo spesso ormai, il poter reclamare
La propria identità è un privilegio
Concesso a pochi, e un urlo di dolore
Contro questo nuovo potere regio,
Voce estrema di libertà che muore,
È quel poco che oggi ancora ci resta.
Il potere strilla, urla a voce piena
La sua ingiustizia violenta, la festa
Delle angherie e della nostra pena.
Non imitarlo: non devi coprire
I sussurri di tutti gli altri oppressi
Con un grido: non può certo morire
Così il potere, neppure se facessi
Tremare la terra di indignazione,
Neppure fra cento stelle in caduta.
Se non l'accompagnano altre persone,
Una sola voce è sempre perduta.
Han più vigore dell'urlo più forte
Mille sussurri sinceri, compatti:
Essi soltanto daranno la morte
Alla tirannia ed ai suoi misfatti.
lunedì 15 marzo 2010
Armi "piuccheperfette" in Pathfinder
Penultimo o forse ultimo dei file che impiegerò nella mia avventura in Play by Forum per Pathfinder, questo lavoro contiene delle regole alternative relative alle armi perfette.
Masterwork Weapons
Masterwork Weapons
giovedì 11 marzo 2010
House Rules per Pathfinder
Sempre con l'obiettivo di mettere on-line quante più regole possibili per i giocatori del mio play by forum, vi propongo una serie di house rules che sto già impiegando nella mia campagna cartacea di Pathfinder. Sono nate come regole per D&D 3.5, ma le ho convertite abbastanza rapidamente.
Fra l'altro, ho aggiornato il file sul monaco propostovi l'altro giorno, inserendo altri due aspetti più in linea con alcuni testi in sanscrito che ho solo recentemente letto.
House Rules
Fra l'altro, ho aggiornato il file sul monaco propostovi l'altro giorno, inserendo altri due aspetti più in linea con alcuni testi in sanscrito che ho solo recentemente letto.
House Rules
mercoledì 10 marzo 2010
Pathfinder: opzioni di classe
Anche se ne ho pubblicati ben pochi, ultimamente ho completato un bel po' di lavori per Pathfinder.
Li pubblicherò qui un po' alla volta, anche se per i primi il ritmo sarà molto serrato in quanto mi serve renderli disponibili ai giocatori dell'avventura in play by forum che sto per far partire sul forum di Dragons' Lair.
Per ora, eccovi una serie di regole opzionali per il monaco e per il ranger.
Le prime servono a rendere più simile agli eroi epici indiani (Rama, Arjuna e compagnia) un personaggio dotato di questa classe, mentre il documento relativo al ranger fornisce una serie di stili di combattimento extra.
Indian Monk
Additional Combat Styles
Li pubblicherò qui un po' alla volta, anche se per i primi il ritmo sarà molto serrato in quanto mi serve renderli disponibili ai giocatori dell'avventura in play by forum che sto per far partire sul forum di Dragons' Lair.
Per ora, eccovi una serie di regole opzionali per il monaco e per il ranger.
Le prime servono a rendere più simile agli eroi epici indiani (Rama, Arjuna e compagnia) un personaggio dotato di questa classe, mentre il documento relativo al ranger fornisce una serie di stili di combattimento extra.
Indian Monk
Additional Combat Styles
A volte ritornano...
Dopo più d'un mese di problemi e mancati aggiornamenti, eccomi di nuovo qui.
In questo periodo non sono praticamente riuscito a scrivere poesie, ma sono in grado di offrirvene almeno una che ho finito proprio oggi.
E' un tentativo particolare di riportare lo schema metrico del dattilo, un piede tipico della poesia classica, nello schema dell'esametro. Data la metrica antica, ho evitato la rima di stampo moderno. In pratica, si tratta di endecasillabi sciolti accentati sulla prima, sulla quarta, sulla settima e sulla decima strofa.
Ora, il prossimo obiettivo è riuscire a comporre in quartine degli endecasillabi simili, e finalmente avrò trovato un metro "epico".
Oggi, di nuovo, tornate alla mente,
Forti, potenti, voi grandi signori
Commemorati da antiche leggende,
Siri imperiali d'un epoca morta.
Pure, non certo ricordo con gloria
Quanto faceste, le vostre gran gesta
Mai, ve lo giuro, saranno onorate
Né celebrate da me nei miei canti:
Foste d'esempio per troppi tiranni,
Empi, dannati sovrani caduti,
Figli d'un'era nefanda e corrotta.
Quindi, da me non cercate alcun vanto,
Perfidi epigoni, falsi messia,
Troppo patetici, troppo inferiori
Pure alle vostre illusioni di gloria.
Siete patetici, senza alcun'aura
Nobile, senza splendore regale:
Siete ammantati di falso, d'inganno,
Solo la furia vi resta, la rabbia
Dura e crudele dei vecchi tiranni.
In questo periodo non sono praticamente riuscito a scrivere poesie, ma sono in grado di offrirvene almeno una che ho finito proprio oggi.
E' un tentativo particolare di riportare lo schema metrico del dattilo, un piede tipico della poesia classica, nello schema dell'esametro. Data la metrica antica, ho evitato la rima di stampo moderno. In pratica, si tratta di endecasillabi sciolti accentati sulla prima, sulla quarta, sulla settima e sulla decima strofa.
Ora, il prossimo obiettivo è riuscire a comporre in quartine degli endecasillabi simili, e finalmente avrò trovato un metro "epico".
Oggi, di nuovo, tornate alla mente,
Forti, potenti, voi grandi signori
Commemorati da antiche leggende,
Siri imperiali d'un epoca morta.
Pure, non certo ricordo con gloria
Quanto faceste, le vostre gran gesta
Mai, ve lo giuro, saranno onorate
Né celebrate da me nei miei canti:
Foste d'esempio per troppi tiranni,
Empi, dannati sovrani caduti,
Figli d'un'era nefanda e corrotta.
Quindi, da me non cercate alcun vanto,
Perfidi epigoni, falsi messia,
Troppo patetici, troppo inferiori
Pure alle vostre illusioni di gloria.
Siete patetici, senza alcun'aura
Nobile, senza splendore regale:
Siete ammantati di falso, d'inganno,
Solo la furia vi resta, la rabbia
Dura e crudele dei vecchi tiranni.
lunedì 1 febbraio 2010
Poesia notturna
L'idea per questa poesia mi è venuta ieri notte, verso mezzanotte per la precisione; l'ho finita stamattina in pullman.
Nella seconda quartina c'è un riferimento a una leggenda sarda, quella dell'erchitu.
Non mi lasciare, ti prego, da solo
Nel buio, contro il cupo sussurrare
Di mille pipistrelli alzati in volo
Nell'ombra che non oso più guardare.
Non mi lasciare, ora sotto le porte
Del mio spirito si leva il verso
Tenebroso dei tori della morte,
Streghe e demoni in corteo perverso.
Non mi lasciare, la falce di luna
È solo un malefico ghigno oscuro
Nel cielo ottenebrato, se nessuna
Stella illumina il cammino sicuro.
Non mi lasciare solo nella notte,
Solo con la mia disperazione
Stretta al collo come mille garrotte,
Triste e perso come questa canzone.
Nella seconda quartina c'è un riferimento a una leggenda sarda, quella dell'erchitu.
Non mi lasciare, ti prego, da solo
Nel buio, contro il cupo sussurrare
Di mille pipistrelli alzati in volo
Nell'ombra che non oso più guardare.
Non mi lasciare, ora sotto le porte
Del mio spirito si leva il verso
Tenebroso dei tori della morte,
Streghe e demoni in corteo perverso.
Non mi lasciare, la falce di luna
È solo un malefico ghigno oscuro
Nel cielo ottenebrato, se nessuna
Stella illumina il cammino sicuro.
Non mi lasciare solo nella notte,
Solo con la mia disperazione
Stretta al collo come mille garrotte,
Triste e perso come questa canzone.
sabato 30 gennaio 2010
... perché sono una persona coerente.
Sì, esatto, una persona coerentissima, più che coerente.
O meglio: lo sono nelle passioni. Ma per il resto, a quanto risulta, la mia forza di volontà si fa spesso e volentieri da parte...
Perciò ecco tre poesie, scritte tutte e tre per la stessa persona e a distanza di settimane nello stesso ordine in cui le propongo, che descrivono bene quanto ho scritto sopra.
No, non pensare che io sia immune
Alla pietà ed ai sentimenti,
O che il mio amore fosse quel comune
Bramare per due momenti
Di possedere la tua giovinezza,
Volerti avere, e nulla più:
Non ti amavo per la mera bellezza,
Il sogno, la musa, eri tu.
Mi levavo in alto lungo i pensieri,
Fino a perdermi in te, assai spesso;
Le parole, i modi, erano sinceri,
Ti avrei donato me stesso.
Ma tu mi hai rifiutato. Ora l'accetto.
Io, che ti avrei dato tutto,
Io, che amavo ogni tuo difetto,
Accetto di veder distrutto
Dal tuo calmo ma fermo rifiuto
Il bel sogno, il mio sperare.
Tu hai scelto, ed io rimango muto:
Al cuore si può comandare.
Ho messo a tacere l'amore. Molto
Ne soffro, certo, ma non quanto
Ho sofferto per il dono non colto,
Dolore che trascende il pianto.
No, non ho più lacrime da versarti.
E non ne verso più per me.
No, non sono certo giunto ad odiarti,
E non ho astio verso di te.
Non rinnego quello che per me è stato,
E la sofferenza non scordo.
Ma l'amore mio per te è andato;
Resta appena, lieve, un ricordo.
E ora eccomi, sospeso lungo il niente
Che ritorna ancora a se stesso.
E si fa ancora vivo nel presente
Quello che allora, come adesso,
Veniva, dolceamaro, e dominava,
Anche senza la tua vista,
Ogni mio pensiero. Si fa schiava
L'anima al ricordo, ed è trista,
Sospesa fra due opposte speranze
E verità, temendo quasi
Ogni esito di queste nuove danze
Che affollano i pensieri, invasi
Da ricordi, da sogni e delusioni
Forse effimeri, ma eternati
Dalle tante, forse troppe canzoni
Che spesso, con silenziosi fiati,
Ho dedicato a te, a quello che provo
Vedendoti, al solo pensiero
Di te, ed a questo amore sempre nuovo,
Ogni momento più sincero.
Da tanto, forse troppo tempo ormai
Io penso sempre a te, a te soltanto.
Il motivo lo conosci, tu sai
Quello che provo per te, ma non quanto,
Intensamente io lo sento. Mai
Ho provato un tale amore, né tanto
Ne ho mai sofferto in passato. Dirai
“Noi siamo amici”, “non essere affranto”,
Ma niente può cambiare quel che provo
Per te, forse neppure il rifiutarmi
Anche come amico. Sempre io trovo
Un motivo per amarti, uno nuovo,
Appena svelato. Voglio donarmi
A te, alla bella rosa senza rovo.
O meglio: lo sono nelle passioni. Ma per il resto, a quanto risulta, la mia forza di volontà si fa spesso e volentieri da parte...
Perciò ecco tre poesie, scritte tutte e tre per la stessa persona e a distanza di settimane nello stesso ordine in cui le propongo, che descrivono bene quanto ho scritto sopra.
No, non pensare che io sia immune
Alla pietà ed ai sentimenti,
O che il mio amore fosse quel comune
Bramare per due momenti
Di possedere la tua giovinezza,
Volerti avere, e nulla più:
Non ti amavo per la mera bellezza,
Il sogno, la musa, eri tu.
Mi levavo in alto lungo i pensieri,
Fino a perdermi in te, assai spesso;
Le parole, i modi, erano sinceri,
Ti avrei donato me stesso.
Ma tu mi hai rifiutato. Ora l'accetto.
Io, che ti avrei dato tutto,
Io, che amavo ogni tuo difetto,
Accetto di veder distrutto
Dal tuo calmo ma fermo rifiuto
Il bel sogno, il mio sperare.
Tu hai scelto, ed io rimango muto:
Al cuore si può comandare.
Ho messo a tacere l'amore. Molto
Ne soffro, certo, ma non quanto
Ho sofferto per il dono non colto,
Dolore che trascende il pianto.
No, non ho più lacrime da versarti.
E non ne verso più per me.
No, non sono certo giunto ad odiarti,
E non ho astio verso di te.
Non rinnego quello che per me è stato,
E la sofferenza non scordo.
Ma l'amore mio per te è andato;
Resta appena, lieve, un ricordo.
E ora eccomi, sospeso lungo il niente
Che ritorna ancora a se stesso.
E si fa ancora vivo nel presente
Quello che allora, come adesso,
Veniva, dolceamaro, e dominava,
Anche senza la tua vista,
Ogni mio pensiero. Si fa schiava
L'anima al ricordo, ed è trista,
Sospesa fra due opposte speranze
E verità, temendo quasi
Ogni esito di queste nuove danze
Che affollano i pensieri, invasi
Da ricordi, da sogni e delusioni
Forse effimeri, ma eternati
Dalle tante, forse troppe canzoni
Che spesso, con silenziosi fiati,
Ho dedicato a te, a quello che provo
Vedendoti, al solo pensiero
Di te, ed a questo amore sempre nuovo,
Ogni momento più sincero.
Da tanto, forse troppo tempo ormai
Io penso sempre a te, a te soltanto.
Il motivo lo conosci, tu sai
Quello che provo per te, ma non quanto,
Intensamente io lo sento. Mai
Ho provato un tale amore, né tanto
Ne ho mai sofferto in passato. Dirai
“Noi siamo amici”, “non essere affranto”,
Ma niente può cambiare quel che provo
Per te, forse neppure il rifiutarmi
Anche come amico. Sempre io trovo
Un motivo per amarti, uno nuovo,
Appena svelato. Voglio donarmi
A te, alla bella rosa senza rovo.
venerdì 22 gennaio 2010
In Un Altro Mondo
Non so neanche io come ho trovato la forza e la volontà di farlo, ma dopo una settimana stra-stressata sono riuscito in poche ore a creare questo gioco di ruolo completo.
In Un Altro Mondo continua la mia tradizione di "piccoli giochi semplici" inaugurata con Limes e Catene del Fato, ma con una veste grafica più curata -finalmente sto imparando qualche trucchetto con GIMP e Open Office.
In Un Altro Mondo
In Un Altro Mondo continua la mia tradizione di "piccoli giochi semplici" inaugurata con Limes e Catene del Fato, ma con una veste grafica più curata -finalmente sto imparando qualche trucchetto con GIMP e Open Office.
In Un Altro Mondo
lunedì 11 gennaio 2010
Né rifugio né quiete
Dopo un po' di pausa, sono riuscito a scrivere una nuova poesia.
Niente di trascendentale, e stavolta una poesia non legata a nessuno stato personale.
Né dimora né rifugio, quiete
Negata a noi, cupi viandanti,
Mentre le stelle stesse, stelle liete
Si fanno ogn'ora più distanti.
E dal profondo della terra s'ode
Appena, stentato, un rumore:
Voce di chi grida,voce che erode
La speranza, e reca dolore.
No, non ascoltare queste parole,
Non accoglierle nella mente,
Ma sii sordo, non far ciò che vuole
La cupa voce del presente.
Niente di trascendentale, e stavolta una poesia non legata a nessuno stato personale.
Né dimora né rifugio, quiete
Negata a noi, cupi viandanti,
Mentre le stelle stesse, stelle liete
Si fanno ogn'ora più distanti.
E dal profondo della terra s'ode
Appena, stentato, un rumore:
Voce di chi grida,voce che erode
La speranza, e reca dolore.
No, non ascoltare queste parole,
Non accoglierle nella mente,
Ma sii sordo, non far ciò che vuole
La cupa voce del presente.
giovedì 7 gennaio 2010
Ninfe mitologiche in Pathfinder
Uno dei miei primi lavori per un qualche GdR è stato, proprio agli inizi della mia carriera di "giocatore creativo", un piccolo documento di conversione per rendere le ninfe di D&D più simili a quelle della mitologica classica.
Ora, ad anni di distanza, ho deciso di riprendere in mano il concetto dietro a quel lavoro e di svilupparlo nuovamente... ma stavolta per Pathfinder.
In questi anni, sono cambiate molte cose: da inesperto giocatore iscritto al liceo classico che ero, sono diventato un giocatore più esperto (e perditempo), e grazie alla carriera universitaria che ho scelto ho avuto modo di sviluppare le mie conoscenze mitologiche (e di mitologia comparata).
Perciò, la nuova versione di questo lavoro non è tanto una conversione da D&D 3.5 a Pathfinder, quanto una vera e propria rivisitazione del mio stesso lavoro.
Spero che vi possa piacere, e che possiate trovarla utile in molte partite. ;)
Ninfe in Pathfinder
Ora, ad anni di distanza, ho deciso di riprendere in mano il concetto dietro a quel lavoro e di svilupparlo nuovamente... ma stavolta per Pathfinder.
In questi anni, sono cambiate molte cose: da inesperto giocatore iscritto al liceo classico che ero, sono diventato un giocatore più esperto (e perditempo), e grazie alla carriera universitaria che ho scelto ho avuto modo di sviluppare le mie conoscenze mitologiche (e di mitologia comparata).
Perciò, la nuova versione di questo lavoro non è tanto una conversione da D&D 3.5 a Pathfinder, quanto una vera e propria rivisitazione del mio stesso lavoro.
Spero che vi possa piacere, e che possiate trovarla utile in molte partite. ;)
Ninfe in Pathfinder
giovedì 31 dicembre 2009
Nehtrmanus
Ancora una volta un lavoro per Pathfinder... che volete farci, questo riadattamento mi ha preso sul serio. ;)
Questa volta vi propongo di nuovo la rivisitazione di un mostro classico non convertito per ragioni di copyright. Si tratta di una reinterpretazione piuttosto libera, basata più sul concetto "uomo-serpente" che non sulla sua incarnazione in D&D.
Per il nome "nehtrmanus" ho affrontato una piccola ricerca filologica: si tratta di un nome derivato da due radici indoeuropee ricostruite, "nehtr" serpente e "manu" uomo.
Nehtrmanus
Questa volta vi propongo di nuovo la rivisitazione di un mostro classico non convertito per ragioni di copyright. Si tratta di una reinterpretazione piuttosto libera, basata più sul concetto "uomo-serpente" che non sulla sua incarnazione in D&D.
Per il nome "nehtrmanus" ho affrontato una piccola ricerca filologica: si tratta di un nome derivato da due radici indoeuropee ricostruite, "nehtr" serpente e "manu" uomo.
Nehtrmanus
lunedì 28 dicembre 2009
Un nuovo inizio s'apre ai miei occhi
Che ci crediate o no, questa poesia l'ho scritta in poco più di mezz'ora.
Risale a due settimane fa, ma ultimamente sono stato un po' troppo impegnato per scrivere qualcosa.
Un nuovo inizio s'apre ai miei occhi,
Una via nuova, ingombra di sciocchi
Che ignorano il gioco della vita
E la sua malizia infinita:
Ritengono, pensando a se stessi,
D'ottener chissà quali successi.
E non sanno che il mondo è intriso
Di altri sciocchi dal comico viso
Che avranno dall'egoismo spinto
Solo una tomba, di fiori un cinto,
Un mausoleo monumentale.
Come se un'urna non fosse uguale
Circondata da spoglie di guerra
O semplicemente sotto terra.
Lasciamoli, lasciamoli fare,
Ché sappiamo come andrà a parare:
Loro saranno ceneri morte,
Mentre la nostra memoria, forte,
Resterà in terra, lei, duratura,
Anche nell'ombra d'era futura.
Perché abbiamo fatto un dono a tutti
Gradito, di quelli mai distrutti,
Offerto a genti d'ogni nazione
Senza fare alcuna distinzione.
Tale è il potere della nostra arte,
Dono di cui tutti sono a parte.
Questo è il frutto della poesia,
E quanto ancora umile è la mia
Rispetto a ciò che voglio cantare.
Ma un giorno la farò migliorare.
Risale a due settimane fa, ma ultimamente sono stato un po' troppo impegnato per scrivere qualcosa.
Un nuovo inizio s'apre ai miei occhi,
Una via nuova, ingombra di sciocchi
Che ignorano il gioco della vita
E la sua malizia infinita:
Ritengono, pensando a se stessi,
D'ottener chissà quali successi.
E non sanno che il mondo è intriso
Di altri sciocchi dal comico viso
Che avranno dall'egoismo spinto
Solo una tomba, di fiori un cinto,
Un mausoleo monumentale.
Come se un'urna non fosse uguale
Circondata da spoglie di guerra
O semplicemente sotto terra.
Lasciamoli, lasciamoli fare,
Ché sappiamo come andrà a parare:
Loro saranno ceneri morte,
Mentre la nostra memoria, forte,
Resterà in terra, lei, duratura,
Anche nell'ombra d'era futura.
Perché abbiamo fatto un dono a tutti
Gradito, di quelli mai distrutti,
Offerto a genti d'ogni nazione
Senza fare alcuna distinzione.
Tale è il potere della nostra arte,
Dono di cui tutti sono a parte.
Questo è il frutto della poesia,
E quanto ancora umile è la mia
Rispetto a ciò che voglio cantare.
Ma un giorno la farò migliorare.
giovedì 24 dicembre 2009
La Sfida del Presepe
Questo gioco nasce da un delirio di -se non erro- due anni fa attorno a un tavolo di miniature per warhammer. L'idea di base, concretizzata in un minuscolo foglio di testo, era quella di un gioco di miniature di facile accesso, utilizzabile da tutti coloro che possiedono delle statuine per presepe senza nessuna spesa ulteriore.
E' un gioco in tema con la tematica natalizia e, soprattutto, un gioco poco serio: non vuole offendere nessuno, piuttosto far divertire tutti.
Godetevelo, è il mio regalo di natale. ^^
La Sfida Del Presepe
E' un gioco in tema con la tematica natalizia e, soprattutto, un gioco poco serio: non vuole offendere nessuno, piuttosto far divertire tutti.
Godetevelo, è il mio regalo di natale. ^^
La Sfida Del Presepe
mercoledì 23 dicembre 2009
Fuori programma: aggiornamento
E' un fuori programma, ma preferisco mettere subito on line la versione aggiornata prima che me ne dimentichi.
Ho modificato e integrato il lavoro per Pathfinder di giovedì scorso, spero che vi piaccia di più del precedente. ;)
Legge e Caos in Pathfinder 2.0
Ho modificato e integrato il lavoro per Pathfinder di giovedì scorso, spero che vi piaccia di più del precedente. ;)
Legge e Caos in Pathfinder 2.0
lunedì 21 dicembre 2009
Un lavoro di media lunghezza.
Come ogni lunedì, ecco un'altra poesia scritta la settimana scorsa.
Non è lunga come altri componimenti che ho tirato fuori, ma è probabilmente il lavoro più lungo che abbia scritto con questo schema metrico.
No, non pensare che io sia immune
Alla pietà ed ai sentimenti,
O che il mio amore fosse quel comune
Bramare per due momenti
Di possedere la tua giovinezza,
Volerti avere, e nulla più:
Non ti amavo per la mera bellezza,
Il sogno, la musa, eri tu.
Mi levavo in alto lungo i pensieri,
Fino a perdermi in te, assai spesso;
Le parole, i modi, erano sinceri,
Ti avrei donato me stesso.
Ma tu mi hai rifiutato. Ora l'accetto.
Io, che ti avrei dato tutto,
Io, che amavo ogni tuo difetto,
Accetto di veder distrutto
Dal tuo calmo ma fermo rifiuto
Il bel sogno, il mio sperare.
Tu hai scelto, ed io rimango muto:
Al cuore si può comandare.
Ho messo a tacere l'amore. Molto
Ne soffro, certo, ma non quanto
Ho sofferto per il dono non colto,
Dolore che trascende il pianto.
No, non ho più lacrime da versarti.
E non ne verso più per me.
No, non sono certo giunto ad odiarti,
E non ho astio verso di te.
Non rinnego quello che per me è stato,
E la sofferenza non scordo.
Ma l'amore mio per te è andato;
Resta appena, lieve, un ricordo.
Non è lunga come altri componimenti che ho tirato fuori, ma è probabilmente il lavoro più lungo che abbia scritto con questo schema metrico.
No, non pensare che io sia immune
Alla pietà ed ai sentimenti,
O che il mio amore fosse quel comune
Bramare per due momenti
Di possedere la tua giovinezza,
Volerti avere, e nulla più:
Non ti amavo per la mera bellezza,
Il sogno, la musa, eri tu.
Mi levavo in alto lungo i pensieri,
Fino a perdermi in te, assai spesso;
Le parole, i modi, erano sinceri,
Ti avrei donato me stesso.
Ma tu mi hai rifiutato. Ora l'accetto.
Io, che ti avrei dato tutto,
Io, che amavo ogni tuo difetto,
Accetto di veder distrutto
Dal tuo calmo ma fermo rifiuto
Il bel sogno, il mio sperare.
Tu hai scelto, ed io rimango muto:
Al cuore si può comandare.
Ho messo a tacere l'amore. Molto
Ne soffro, certo, ma non quanto
Ho sofferto per il dono non colto,
Dolore che trascende il pianto.
No, non ho più lacrime da versarti.
E non ne verso più per me.
No, non sono certo giunto ad odiarti,
E non ho astio verso di te.
Non rinnego quello che per me è stato,
E la sofferenza non scordo.
Ma l'amore mio per te è andato;
Resta appena, lieve, un ricordo.
giovedì 17 dicembre 2009
Legge e Caos in Pathfinder
L'aggiornamento di GdR di questa settimana è l'ennesimo lavoro per Pathfinder.
Stavolta, vi propongo quattro archetipi, volti a fornire alla Legge e al Caos le stesse "potenzialità regolistiche" che in Pathfinder hanno Bene e Male.
Legge e Caos in Pathfinder
Stavolta, vi propongo quattro archetipi, volti a fornire alla Legge e al Caos le stesse "potenzialità regolistiche" che in Pathfinder hanno Bene e Male.
Legge e Caos in Pathfinder
lunedì 14 dicembre 2009
Di nuovo archeologia poetica
Oggi, causa carenza d'ispirazione nella scorsa settimana, vi propongo una sola poesia recente; si tratta di quella che penso possa essere la conclusione di un periodo non brutto, ma sostanzialmente triste, che ho vissuto di recente.
La seconda, invece, risale a qualche tempo fa, ed è un lavoro un po' più scherzoso.
Sto arrivando a capire molte cose,
Finalmente, e forse perfino
Ad accettarle. Colui che rispose
Con tanto astio al suo destino
Ormai se n'è andato: resto io solo,
Immerso fra i cocci dei miei
Sogni infranti, caduti dopo il volo
Che ci rese pari agli dei.
Ma nella rovina mi scopro privo
Di lacrime. A lungo ho pianto,
Sino quasi a non sentirmi più vivo,
Ed ho affidato spesso al canto
Questi pensieri, quasi che potessi
Così liberarmi di loro.
Solo accettando, vivendo con essi
Ho imparato ad aver ristoro.
Chi di giunger prima non vede l'ora
Va dritto in braccio alla Nera Signora.
Chi si consuma con fretta incalzante
Non si godrà mai il suo tempo restante.
Chi sostiene che il tempo sia denaro
Scoprirà che lo deve pagar caro:
Per ogni istante che avrà risparmiato
Un attimo di vita andrà sprecato.
Vivi con calma, se vuoi darmi ascolto:
Così nulla di tuo ti sarà tolto.
La seconda, invece, risale a qualche tempo fa, ed è un lavoro un po' più scherzoso.
Sto arrivando a capire molte cose,
Finalmente, e forse perfino
Ad accettarle. Colui che rispose
Con tanto astio al suo destino
Ormai se n'è andato: resto io solo,
Immerso fra i cocci dei miei
Sogni infranti, caduti dopo il volo
Che ci rese pari agli dei.
Ma nella rovina mi scopro privo
Di lacrime. A lungo ho pianto,
Sino quasi a non sentirmi più vivo,
Ed ho affidato spesso al canto
Questi pensieri, quasi che potessi
Così liberarmi di loro.
Solo accettando, vivendo con essi
Ho imparato ad aver ristoro.
Chi di giunger prima non vede l'ora
Va dritto in braccio alla Nera Signora.
Chi si consuma con fretta incalzante
Non si godrà mai il suo tempo restante.
Chi sostiene che il tempo sia denaro
Scoprirà che lo deve pagar caro:
Per ogni istante che avrà risparmiato
Un attimo di vita andrà sprecato.
Vivi con calma, se vuoi darmi ascolto:
Così nulla di tuo ti sarà tolto.
giovedì 10 dicembre 2009
Nephandum per Pathfinder
Era da molto che mi frullava in testa quest'idea, ma solo la settimana scorsa ho avuto modo, forte dell'autorizzazione verbale a procedere, di iniziare la mia conversione amatoriale di Nephandum, ambientazione italiana per D&D 3.5, a Pathfinder.
Eccovi la prima (e forse definitiva, chissà...) parte di questo mio lavoro.
Nephandum Per Pathfinder - Trasfigurati
Eccovi la prima (e forse definitiva, chissà...) parte di questo mio lavoro.
Nephandum Per Pathfinder - Trasfigurati
lunedì 7 dicembre 2009
Nuova prova
Di queste due poesie, entrambe risalenti agli ultimi giorni, la prima è un po' un esperimento: ho provato un nuovo distico, che però non mi convince ancora del tutto... probabilmente, in futuro lo modificherò in dodecasillabo più decasillabo.
La seconda, invece, è scritta col mio "classico" distico endecasillabo più enneasillabo.
Entrambe sono abbastanza attuali come ispirazione, ma hanno a che fare con sentimenti diversi.
Dovrei cantare lo sdegno e la vergogna
Di questi miei tempi oscuri,
Ma non ho forza per mettere alla gogna
Con modi forti e sicuri,
In modo che non si possan liberare
Mai, i nostri carcerieri
Menzogneri, maestri nell'ingannare,
Cuori cupi, animi neri.
Non ho forza: troppo grande è lo sfacelo,
La menzogna troppo oscena.
Ma avranno anche costoro, un dì, sotto il cielo,
La ben meritata pena.
E noi rideremo, fratelli, in quel giorno
Apertamente di loro:
Avranno una caduta senza ritorno,
Non avranno più ristoro.
Tempo d'attesa, d'esile speranza,
Di visioni quasi stentate
Che si affollano come in una danza,
Assieme a gioie inconfessate,
Lungo il fluire della mia mente
E poi affollano i pensieri.
Ed il mio sentire si fa assente,
Sperando che il sogno si avveri.
Ma poi mi riprendo, ma poi mi scuoto
Da questo sogno disperato,
Ripetendomi che esso è vano e vuoto.
Ma vorrei vederlo avverato.
La seconda, invece, è scritta col mio "classico" distico endecasillabo più enneasillabo.
Entrambe sono abbastanza attuali come ispirazione, ma hanno a che fare con sentimenti diversi.
Dovrei cantare lo sdegno e la vergogna
Di questi miei tempi oscuri,
Ma non ho forza per mettere alla gogna
Con modi forti e sicuri,
In modo che non si possan liberare
Mai, i nostri carcerieri
Menzogneri, maestri nell'ingannare,
Cuori cupi, animi neri.
Non ho forza: troppo grande è lo sfacelo,
La menzogna troppo oscena.
Ma avranno anche costoro, un dì, sotto il cielo,
La ben meritata pena.
E noi rideremo, fratelli, in quel giorno
Apertamente di loro:
Avranno una caduta senza ritorno,
Non avranno più ristoro.
Tempo d'attesa, d'esile speranza,
Di visioni quasi stentate
Che si affollano come in una danza,
Assieme a gioie inconfessate,
Lungo il fluire della mia mente
E poi affollano i pensieri.
Ed il mio sentire si fa assente,
Sperando che il sogno si avveri.
Ma poi mi riprendo, ma poi mi scuoto
Da questo sogno disperato,
Ripetendomi che esso è vano e vuoto.
Ma vorrei vederlo avverato.
giovedì 3 dicembre 2009
Filii Nephandi per Pathfinder
Incredibile ma vero, sto riuscendo di nuovo a fare degli aggiornamenti anche sul versante dei GdR.
Anzi, se va tutto bene per le prossime settimane (sino a quella di natale) dovrei riuscire a rispettare il programma regolare.
Ultimamente Pathfinder mi sta prendendo sempre di più, e così ora vi propongo la versione semplificata (ma altrettanto interessante) di Filii Nephandi, il mio lavoro sui vampiri per D&D 3.5, riadattato al GdR della Paizo.
Ho optato per un approccio più leggero in termini di regole, evitando dove possibile doppioni e producendo un lavoro più leggero e utilizzabile senza sconvolgere le regole già esistenti.
Filii Nephandi Pathfinder
Anzi, se va tutto bene per le prossime settimane (sino a quella di natale) dovrei riuscire a rispettare il programma regolare.
Ultimamente Pathfinder mi sta prendendo sempre di più, e così ora vi propongo la versione semplificata (ma altrettanto interessante) di Filii Nephandi, il mio lavoro sui vampiri per D&D 3.5, riadattato al GdR della Paizo.
Ho optato per un approccio più leggero in termini di regole, evitando dove possibile doppioni e producendo un lavoro più leggero e utilizzabile senza sconvolgere le regole già esistenti.
Filii Nephandi Pathfinder
lunedì 30 novembre 2009
Dopo la tempesta
Anche per oggi sono riuscito a tirar fuori un componimento bello lungo, realizzato a tempo quasi di record: l'ho iniziato venerdì a lezione, ed entro ieri pomeriggio era già concluso.
La tematica, in questo caso, è più leggera, surreale e "visionaria" rispetto a quella dell'altra poesia con cui condivide la forma.
Riguardo all'ispirazione, sono pesantemente debitore nei confronti di De André.
Negli alti cieli, dopo la tempesta,
Gli spiriti dell'aria ripuliscono
Le nubi, bagnate dopo la festa
Voluta da quanti ora ne gioiscono.
I santi stan facendo comunella
Per raccontarsi i segreti del cielo
Mentre i servitori, con la barella,
Portano via un corpo sotto il velo.
Ma poi, dopo la rappresentazione,
Shakespeare se ne scappa via veloce
Affinché nessuno nella nazione
Senza il gracchiare della sua voce.
E lo segue Amleto, in mano la spada,
Gridandogli: “Oh padre, dove mai corri?”
E poi, quando finiscono la strada,
Cadono in lacrime giù dalle torri.
Li raggiunge Plauto, sospeso in volo
Sulle sue grandi orecchie da mercante
Per riprendersi l'arte data a nolo
A quel drammaturgo così distante.
Se la ride Shakespeare del creditore;
Quindi Plauto, con cipiglio da mafioso,
Chiama Cesare, il grande vincitore,
Per punire il Bretone irrispettoso.
Amleto, proteggendo il creatore,
Cade morto, trafitto avvelenato
Mentre Shakespeare per il grande dolore
Esala l'anima tutta d'un fiato.
Tutto questo si guarda soddisfatto,
Ridendosela molto il bravo Alfieri,
Quand'ecco Napoleone d'un tratto
Gli rinfaccia gli insulti di ieri.
Il Francese lo assalta, valoroso,
Ma viene Foscolo, gli dà man forte,
E perciò Manzoni, mai a riposo,
Canterà del Corso una nuova morte.
Torna Cesare, da tutti omaggiato,
Imbrattato del sangue di Avoniano,
Ma non di Iago, Iago è risparmiato,
E già fa cenni a Bruto da lontano.
Pertanto quando passa l'arrotino
I congiurati affilano i pugnali
Per donar la corona al Valentino,
Per sostituire ai vecchi i nuovi mali.
E fanno omaggio, in processione, i papi
Ma guardan Virgilio con occhi tristi:
Rimproverano l'elogio delle api,
Piccoli animaletti comunisti.
Per cui Virgilio il suo parere muta.
“Nessuno”, dice, “insulta l'arte mia!”
E d'accompagnar Dante si rifiuta,
Lasciandolo perder lungo la via.
Torquemada lo vorrebbe bruciare,
Ma i letterati gli fan scudo attorno;
Il proposito deve abbandonare
Perché non è abbastanza grande il forno.
L'inquisitore arretra, intimidito,
Ed a Machiavelli viene un'idea:
Lo metton nel forno, tutto condito,
Recitando il “mors tua vita mea”.
Mentre Virgilio esalta i suoi seguaci,
Ringraziandoli perché l'han salvato,
Torquemada è quasi cotto alla brace
Con notevole sdegno del papato.
Leopardi poi serve la portata
Di cui tutti mangiano a sazietà:
Infine, l'Europa sì è vendicata
Di chi molto ha oppresso la libertà.
A tal vista scappan lesti i tiranni,
Ma scivolano nei fiumi di sangue
Che han fatto scorrere per molti anni,
E svengono tutti con l'aria esangue.
Restano per molto tempo svenuti:
Quando riapron gli occhi, in mezzo alle feste,
Scoprono, fra gli applausi ed i saluti,
Che di loro restan solo le teste.
Ed ognuno vuole dare un colpetto
Alle loro teste comiche e brutte;
Ma dopo che se ne è tratto diletto
Anche le teste vengono distrutte.
Quando la pioggia smette di lavare
Le coscienze e le menti dei presenti,
Gli invitati sono pronti ad andare
A portar questa gioia anche ai parenti.
E scendon dalle nubi salutando
Chi li ha fatti per un po' divertire
E diranno tutto ciò raccontando
Questa festa a chi non poté venire.
La tematica, in questo caso, è più leggera, surreale e "visionaria" rispetto a quella dell'altra poesia con cui condivide la forma.
Riguardo all'ispirazione, sono pesantemente debitore nei confronti di De André.
Negli alti cieli, dopo la tempesta,
Gli spiriti dell'aria ripuliscono
Le nubi, bagnate dopo la festa
Voluta da quanti ora ne gioiscono.
I santi stan facendo comunella
Per raccontarsi i segreti del cielo
Mentre i servitori, con la barella,
Portano via un corpo sotto il velo.
Ma poi, dopo la rappresentazione,
Shakespeare se ne scappa via veloce
Affinché nessuno nella nazione
Senza il gracchiare della sua voce.
E lo segue Amleto, in mano la spada,
Gridandogli: “Oh padre, dove mai corri?”
E poi, quando finiscono la strada,
Cadono in lacrime giù dalle torri.
Li raggiunge Plauto, sospeso in volo
Sulle sue grandi orecchie da mercante
Per riprendersi l'arte data a nolo
A quel drammaturgo così distante.
Se la ride Shakespeare del creditore;
Quindi Plauto, con cipiglio da mafioso,
Chiama Cesare, il grande vincitore,
Per punire il Bretone irrispettoso.
Amleto, proteggendo il creatore,
Cade morto, trafitto avvelenato
Mentre Shakespeare per il grande dolore
Esala l'anima tutta d'un fiato.
Tutto questo si guarda soddisfatto,
Ridendosela molto il bravo Alfieri,
Quand'ecco Napoleone d'un tratto
Gli rinfaccia gli insulti di ieri.
Il Francese lo assalta, valoroso,
Ma viene Foscolo, gli dà man forte,
E perciò Manzoni, mai a riposo,
Canterà del Corso una nuova morte.
Torna Cesare, da tutti omaggiato,
Imbrattato del sangue di Avoniano,
Ma non di Iago, Iago è risparmiato,
E già fa cenni a Bruto da lontano.
Pertanto quando passa l'arrotino
I congiurati affilano i pugnali
Per donar la corona al Valentino,
Per sostituire ai vecchi i nuovi mali.
E fanno omaggio, in processione, i papi
Ma guardan Virgilio con occhi tristi:
Rimproverano l'elogio delle api,
Piccoli animaletti comunisti.
Per cui Virgilio il suo parere muta.
“Nessuno”, dice, “insulta l'arte mia!”
E d'accompagnar Dante si rifiuta,
Lasciandolo perder lungo la via.
Torquemada lo vorrebbe bruciare,
Ma i letterati gli fan scudo attorno;
Il proposito deve abbandonare
Perché non è abbastanza grande il forno.
L'inquisitore arretra, intimidito,
Ed a Machiavelli viene un'idea:
Lo metton nel forno, tutto condito,
Recitando il “mors tua vita mea”.
Mentre Virgilio esalta i suoi seguaci,
Ringraziandoli perché l'han salvato,
Torquemada è quasi cotto alla brace
Con notevole sdegno del papato.
Leopardi poi serve la portata
Di cui tutti mangiano a sazietà:
Infine, l'Europa sì è vendicata
Di chi molto ha oppresso la libertà.
A tal vista scappan lesti i tiranni,
Ma scivolano nei fiumi di sangue
Che han fatto scorrere per molti anni,
E svengono tutti con l'aria esangue.
Restano per molto tempo svenuti:
Quando riapron gli occhi, in mezzo alle feste,
Scoprono, fra gli applausi ed i saluti,
Che di loro restan solo le teste.
Ed ognuno vuole dare un colpetto
Alle loro teste comiche e brutte;
Ma dopo che se ne è tratto diletto
Anche le teste vengono distrutte.
Quando la pioggia smette di lavare
Le coscienze e le menti dei presenti,
Gli invitati sono pronti ad andare
A portar questa gioia anche ai parenti.
E scendon dalle nubi salutando
Chi li ha fatti per un po' divertire
E diranno tutto ciò raccontando
Questa festa a chi non poté venire.
giovedì 26 novembre 2009
Altre poesie
Incredibilmente, due aggiornamenti simili di seguito: due poesie lunghe e una breve.
Una, la più lunga, l'ho appena finita di scrivere, mentre la seconda in termini di dimensioni risale alla settimana scorsa ed assomiglia molto al componimento breve dello scorso aggiornamento (scritto infatti in contemporanea). Infine, la minipoesia non so neanche io quando l'ho scritta: mi sono limitato a ritrovarla in un quaderno.
Ho disegnato un cerchio dietro al cielo
Per celare lì il tuo nome,
E conoscere ristoro. Ma il velo
Delle nubi e del sole, come
Temevo, non splende certo abbastanza
Da farmi scordare il candore
Della tua anima, né la distanza
Può alleviare il mio dolore.
Ho disegnato un cerchio nella notte
Per bruciarvi il tuo ricordo.
Ma tu resti in tutte le mie rotte
La meta agognata, in accordo
Con i sogni e gli aneliti più lieti.
Pure, da quando ho osato dirti
Quel che per te sola provo, mi vieti
L'amore. Non posso obbedirti,
Anche se con molta gioia farei
Avverare quel che tu vuoi,
Perché nel cuore dei pensieri miei
Brillano sempre gli occhi tuoi.
Non la candida luna, non le stelle
Del volto, come diamanti i begli occhi,
Mi hanno vinto, ma le loro sorelle
Notturne. Pura, con le tue ombre tocchi
Il mio cuore, ormai vinto nel profondo
Dalla tua pudica ritrosia,
Che rende te sola, unica al mondo,
Sovrana amata dell'anima mia.
Attendiamo, sospesi lungo il giorno
Che esso si compia, o venga forse meno
La sua malinconia. Ma il ritorno
Non sarà piacevole, o meno alieno.
Qualcosa, ormai, si è perduto per sempre.
Una, la più lunga, l'ho appena finita di scrivere, mentre la seconda in termini di dimensioni risale alla settimana scorsa ed assomiglia molto al componimento breve dello scorso aggiornamento (scritto infatti in contemporanea). Infine, la minipoesia non so neanche io quando l'ho scritta: mi sono limitato a ritrovarla in un quaderno.
Ho disegnato un cerchio dietro al cielo
Per celare lì il tuo nome,
E conoscere ristoro. Ma il velo
Delle nubi e del sole, come
Temevo, non splende certo abbastanza
Da farmi scordare il candore
Della tua anima, né la distanza
Può alleviare il mio dolore.
Ho disegnato un cerchio nella notte
Per bruciarvi il tuo ricordo.
Ma tu resti in tutte le mie rotte
La meta agognata, in accordo
Con i sogni e gli aneliti più lieti.
Pure, da quando ho osato dirti
Quel che per te sola provo, mi vieti
L'amore. Non posso obbedirti,
Anche se con molta gioia farei
Avverare quel che tu vuoi,
Perché nel cuore dei pensieri miei
Brillano sempre gli occhi tuoi.
Non la candida luna, non le stelle
Del volto, come diamanti i begli occhi,
Mi hanno vinto, ma le loro sorelle
Notturne. Pura, con le tue ombre tocchi
Il mio cuore, ormai vinto nel profondo
Dalla tua pudica ritrosia,
Che rende te sola, unica al mondo,
Sovrana amata dell'anima mia.
Attendiamo, sospesi lungo il giorno
Che esso si compia, o venga forse meno
La sua malinconia. Ma il ritorno
Non sarà piacevole, o meno alieno.
Qualcosa, ormai, si è perduto per sempre.
lunedì 23 novembre 2009
Dopo la pausa forzata, si ricomincia...
Mi scuso nuovamente per non essere riuscito ad aggiornare il blog in queste due settimane, ma la verità è che gli impegni di studio e non, oltre che l'incipiente depressione personale, mi rendono sempre più difficile creare qualcosa.
Ora come ora, sto avendo maggiori difficoltà a creare regole per i giochi di ruolo, ed è quindi probabile che anche gli aggiornamenti ludici si trasformino in aggiornamenti poetici.
Per ora, comunque, ecco un bel paio di poesie.
La prima è basata su una serie di fonti classiche (ma principalmente su Alceo), anche se lo stimolo per crearla è nato leggendo una breve poesia indiana.
La seconda invece è -molto banalmente- un sonetto autobiografico.
Infine, il terzo breve componimento è un po' la descrizione di quello che ho provato, per un attimo, mentre componevo un'altra poesia.
Dimmi, fratello, in cosa speri mai?
Perfino all'alba le giornate
Si fanno brevi per noi, tu lo sai,
E le ore spese sono andate.
Su, brindiamo assieme un'ultima volta;
Ora arriva la notte nera,
E presto la vita ci sarà tolta:
Sia l'ultima gioia sincera.
Sebbene sia successo molto in questi
Giorni, sebbene abbia risolto oscuri
Dubbi, ed alfine in alcuni contesti
Gli eventi prossimi siano sicuri;
Pure si fan sempre più manifesti
La mia tristezza e i dubbi futuri.
Temo i miei sentimenti: non onesti
Penso che siano, oppure non maturi?
Non ne ho ancora la certezza. Aspetto
Che sia il tempo, ora, a darmi risposta.
Non decido; sì, per questo difetto
Ho sofferto in passato. Ma lo accetto:
Il tempo è crudele, e so quanto costa
Trarne il caro, ricercato diletto.
Sublime nel profondo è questo istante.
Possa la sua memoria amata, pura,
Restare con me e mai abbandonarmi.
Ora come ora, sto avendo maggiori difficoltà a creare regole per i giochi di ruolo, ed è quindi probabile che anche gli aggiornamenti ludici si trasformino in aggiornamenti poetici.
Per ora, comunque, ecco un bel paio di poesie.
La prima è basata su una serie di fonti classiche (ma principalmente su Alceo), anche se lo stimolo per crearla è nato leggendo una breve poesia indiana.
La seconda invece è -molto banalmente- un sonetto autobiografico.
Infine, il terzo breve componimento è un po' la descrizione di quello che ho provato, per un attimo, mentre componevo un'altra poesia.
Dimmi, fratello, in cosa speri mai?
Perfino all'alba le giornate
Si fanno brevi per noi, tu lo sai,
E le ore spese sono andate.
Su, brindiamo assieme un'ultima volta;
Ora arriva la notte nera,
E presto la vita ci sarà tolta:
Sia l'ultima gioia sincera.
Sebbene sia successo molto in questi
Giorni, sebbene abbia risolto oscuri
Dubbi, ed alfine in alcuni contesti
Gli eventi prossimi siano sicuri;
Pure si fan sempre più manifesti
La mia tristezza e i dubbi futuri.
Temo i miei sentimenti: non onesti
Penso che siano, oppure non maturi?
Non ne ho ancora la certezza. Aspetto
Che sia il tempo, ora, a darmi risposta.
Non decido; sì, per questo difetto
Ho sofferto in passato. Ma lo accetto:
Il tempo è crudele, e so quanto costa
Trarne il caro, ricercato diletto.
Sublime nel profondo è questo istante.
Possa la sua memoria amata, pura,
Restare con me e mai abbandonarmi.
lunedì 9 novembre 2009
Due poesie
L'ispirazione non mi è ancora tornata come si deve, ma sto un po' meglio e me la sento di mettere on line due testi.
Il primo non ha un'occasione particolare, se non l'angoscia di aver lottato per qualcosa che ormai si è perso, angoscia molto viva in troppi momenti.
Il secondo, invece è una rivisitazione di un esempio di poesia indiana rivista anche in chiave autobiografica.
Ti ricordi ciò che ora è celato?
L'abbiamo cercato a lungo, in molti,
Quasi perdendo ogni nostra speranza;
Ma lo trovammo infine, fu trovato
Quando ormai era in dubbio la sua esistenza.
E fu lieto quel giorno, molto lieto.
Ma già si presagiva la sciagura,
Poiché un prezzo ben caro era richiesto;
E lo pagai fino all'ultima goccia
Della memoria, lo pagammo tutti.
Lo scordammo: conclusa è la ricerca,
Ma il suo bel frutto ci è stato sottratto.
Ogni speranza ormai è svanita.
Ti vedo; è passione che m'attanaglia
Nel contemplarti; e nasce subito,
Caldo, il desiderio. Ma poi lo tempra,
Rapida, l'anima, ed amore
Mi conquista, duraturo, baluardo
Contro l'ira, infida alleata
Per quanti intraprendono la via più dolce.
Ma segue l'ansia di vederti,
Di parlarti ancora, di rivelarti
Il mio sentire, dolce amata.
E da questo le pene, insopportabili
Pene, che sempre mi inquietano
Quando tu, mia diletta, dolce amore,
Anima bella, sei lontana.
Il primo non ha un'occasione particolare, se non l'angoscia di aver lottato per qualcosa che ormai si è perso, angoscia molto viva in troppi momenti.
Il secondo, invece è una rivisitazione di un esempio di poesia indiana rivista anche in chiave autobiografica.
Ti ricordi ciò che ora è celato?
L'abbiamo cercato a lungo, in molti,
Quasi perdendo ogni nostra speranza;
Ma lo trovammo infine, fu trovato
Quando ormai era in dubbio la sua esistenza.
E fu lieto quel giorno, molto lieto.
Ma già si presagiva la sciagura,
Poiché un prezzo ben caro era richiesto;
E lo pagai fino all'ultima goccia
Della memoria, lo pagammo tutti.
Lo scordammo: conclusa è la ricerca,
Ma il suo bel frutto ci è stato sottratto.
Ogni speranza ormai è svanita.
Ti vedo; è passione che m'attanaglia
Nel contemplarti; e nasce subito,
Caldo, il desiderio. Ma poi lo tempra,
Rapida, l'anima, ed amore
Mi conquista, duraturo, baluardo
Contro l'ira, infida alleata
Per quanti intraprendono la via più dolce.
Ma segue l'ansia di vederti,
Di parlarti ancora, di rivelarti
Il mio sentire, dolce amata.
E da questo le pene, insopportabili
Pene, che sempre mi inquietano
Quando tu, mia diletta, dolce amore,
Anima bella, sei lontana.
giovedì 5 novembre 2009
Vigrahacora, mostro per Pathfinder
Mi scuso ancora per il ritardo di questi giorni, ma al rientro da Lucca mi sono beccato una di quelle influenze di che leccarsi i baffi, con tanto di febbre sopra i 39.
Comunque, mi sono più o meno ripreso.
E, per festeggiare, vi offro il mio primo lavoro per Pathfinder, il vigrahacora.
Il nome, sanscrito, significa "ladro di corpi", ed è una versione riveduta e personalizzata di uno dei mostri iconici di D&D non convertiti a Pathfinder.
Vigrahacora
Comunque, mi sono più o meno ripreso.
E, per festeggiare, vi offro il mio primo lavoro per Pathfinder, il vigrahacora.
Il nome, sanscrito, significa "ladro di corpi", ed è una versione riveduta e personalizzata di uno dei mostri iconici di D&D non convertiti a Pathfinder.
Vigrahacora
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